Parte Seconda - Capitolo
1
Una gaja casetta in via del Papireto, all'ultimo piano, ariosa:
quattro lucide stanzette, col pavimento di mattoni di Valenza,
con carta da parato un po' sbiadita, sì, ma senza strappi e di
tinta gentile. La meno angusta sarebbe servita per la signora
Agata e per Maria, che dormivano insieme; quella attigua, per
Marta; da letto e da studio: vi si sarebbe adattata volentieri
in grazia del balcone che dava su la via del Papireto; le altre
due, sala da pranzo e salotto, da metter sù, per bene, col
tempo. Delizia della casa, un terrazzo, la cui balaustrata a
pilastrini pareva, a guardarla dalla via, una corona che
cingesse l'edificio. Quanti fiori vi avrebbe coltivati Maria!
Marta aveva trovato questa casa, guidata da un lontano ricordo.
Il padre, nel condurla a Palermo tanti anni addietro, aveva
voluto mostrarle il luogo ove da giovane aveva combattuto, il
giorno stesso dell'entrata di Garibaldi.
Lì, all'imboccatura di quella via, egli, in compagnia d'altri
due volontarii, sparava contro una nuvola di fumo che partiva da
lontane case di fronte, ove s'erano appiattate le soldatesche
borboniche. Uno dopo l'altro, i due compagni eran caduti: egli
seguitava a far fuoco, quasi aspettando che un'altra palla
venisse per lui. A un tratto, s'era sentito battere leggermente
a una spalla, e dir così:
- Giovanotto, levatevi di qua: siete troppo esposto.
Si era voltato, e aveva veduto Lui, Garibaldi, tutto
impolverato, calmo, con le ciglia aggrottate, il quale,
scostandolo, si era esposto, senza nemmeno pensarci, al posto
che aveva stimato pericoloso per un semplice volontario.
Marta aveva voluto, a sua volta, condurre la madre e la sorella
a quella via, per indicar loro il posto. Per caso, alzando gli
occhi, aveva scorto un cartello con l'APPIGIONASI giusto lì, al
portoncino su l'imboccatura del vicolo. E avevano preso a
pigione quella casa per memoria del padre, quasi perché il padre
stesso ve le aveva condotte.
Maria, con quel ricordo nell'anima, vi si sentiva meno sola e
come protetta.
Riassettatesi alquanto, dopo il trambusto, cominciarono tutte e
tre a provvedere ai primi bisogni della nuova dimora. Le poche
masserizie scampate alla rovina non bastavano più: poveri,
malinconici avanzi di naufragio, a cui pur tanti ricordi
s'aggrappavano.
Uscivano di casa insieme per qualche compera, senza saper
dapprima dove dirigersi. Si fermavano a guardare nelle vetrine
di questo o di quel negozio, fuggendo la tentazione di entrare
nei più ricchi. Smarrite per le vie della città, tra tanta gente
ignota e il moto e il frastuono continui, provavano, nello
smarrimento, un certo sollievo: nessuno lì le conosceva;
potevano andare di qua, di là, indugiarsi a guardare a loro
agio, liberamente, senza attirare gli sguardi maligni della
gente. A Marta dava segreto fastidio l'ammirazione che suscitava
nei passanti. Talvolta, per essere meno notata, usciva di casa
senza rifarsi a modo i capelli.
- Così, così... diceva a Maria, appuntandosi il cappellino e
ravviandosi poi appena appena, in fretta, le ciocche su la
fronte.
Ma s'accorgeva, pur senza volerlo, che quel po' di disordine
cresceva grazia alla sua figura: fuggevolmente glielo diceva lo
specchio, glielo ripetevano poi gli sguardi dei passanti e le
vetrine delle botteghe.
Al Collegio Nuovo, intanto, era stata accolta con benevolenza
dalla vecchia Direttrice, vera signora piena di garbo e di
gusto, degna di presiedere a quel regio Educandato, ov'era
accolto il fiore dell'aristocrazia e del censo.
I modi e la figura di Marta attirarono subito l'attenzione della
vecchia Direttrice, la quale non volle nascondere alla signora
Agata il gradimento di avere per maestra «una bella figliuola»
come quella. Tutto nella vita, su la terra, per la vecchia
signora linda, curata, abbigliata con squisita eleganza, era
fatto per la gioventù e per far sospirare i poveri vecchi. E
dicendo ciò sorrideva: ma chi sa da qual fondo d'amarezza
affiorava quel sorriso. Da vecchia, ella ormai non era brutta,
anche perché si dimostrava così affabile e buona; ma da giovane
non aveva dovuto esser bella. Tanto maggior merito, dunque, per
la sua bontà.
Diede a Marta, con quell'amorevolezza semplice che rassicura,
notizia del Collegio, delle altre insegnanti interne, di tre
professori, delle convittrici, dipingendo tutti con parole
festevoli; parlò dell'orario della scuola, parlò un po' di
tutto; e finalmente accordò a Marta quattro giorni di vacanza.
Marta uscì dal Collegio come abbagliata di quell'accoglienza
cordiale, che riferì poi a Maria, lodando tutto: l'edificio del
Collegio, il lusso interno, l'ordine che doveva regnarvi. E dopo
il primo giorno di scuola tornò a casa raggiante anche
dell'accoglienza che le avevano fatto le convittrici dopo la
presentazione lusinghiera della Direttrice.
Al lieto umore di Marta rispondevano in quei giorni i primi
accenni in terra e in cielo della rinascente primavera. L'aria
era fredda ancora, frizzante nel mattino, quand'ella si recava
al Collegio; ma era così limpido il cielo e così puro e saldo
quel rigore del tempo che gli occhi erano felici di guardare e
il seno d'allargarsi in larghi respiri. Pareva che l'anima delle
cose, serenata finalmente dalla lieta promessa della stagione,
si componesse, obliando, in una concordia arcana, deliziosa.
E quanta serenità, quale freschezza nello spirito, in quei
giorni, e che pace interiore! Si ridestava in Marta il lucido e
gajo senso che, da bambina, possedeva della vita. Era paga:
aveva vinto; sentiva di far bene, e le piaceva di vivere. Oh che
brulichio sommesso avevano le foglie nuove, al levarsi del sole,
quand'ella passava sotto gli alberi di Piazza Vittorio davanti
alla Reggia normanna, e poi sotto quelli del Corso Calatafimi
oltre Porta Nuova. La chiostra dei monti pareva respirasse nel
tenero azzurro del cielo, come se quei monti non fossero di dura
pietra.
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E andando così, senza fretta, Marta pensava alle lezioni da
impartire, e dal benessere che sentiva, non solamente le idee
sgorgavano spontanee, ma quasi le zampillavano le parole che
avrebbe dette, i sorrisi con cui le avrebbe accompagnate.
Provava uno stringente bisogno d'essere amata dalle allieve,
eppure indugiava in quell'aria fresca della via per godere poi
maggiormente del calore di quell'amore riverente delle alunne,
nella tiepida stanza della scuola.
Davvero, davvero erano passati i lugubri giorni; la primavera
davvero ritornava anche per lei. Non la terra soltanto scoteva
le ombre invernali; anch'ella poteva sottrarsi all'incubo delle
tristi memorie.
In casa, anche la madre e Maria parevano a Marta contente, e ne
gioiva in fondo al cuore, con la coscienza ch'esse erano così
per lei. Vivevano tutte e tre l'una per l'altra, schivando ogni
ricordo del passato che le riconducesse col pensiero al paese
natale, donde una sola immagine cara veniva: quella di Anna
Veronica, della quale parlavano spesso, rileggendo le lunghe
lettere ch'ella inviava. Così Anna rimaneva ancora la loro unica
amica, l'unica compagna in quella separazione, quasi istintiva
ormai, dal mondo.
Degli altri inquilini della casa ricevettero soltanto una
visita, che offrì loro in seguito e per parecchio tempo cagione
di molte risa. Si era anche novamente stabilita in Marta la
disposizione a scoprire e a rappresentare il ridicolo nascosto
un po' in fondo a tutte le cose e a tutte le persone, ch'ella
rifaceva negli atteggiamenti e nella voce con straordinaria
facoltà imitativa. Le gambe di don Fifo Juè, l'inquilino del
secondo piano, e il suo modo di sedere, la parlantina e i gesti
romantici di sua moglie furono da lei resi con tanta comicità,
che la madre e Maria si tenevano i fianchi dal troppo ridere:
- Basta, Marta, per carità!
Questo don Fifo Juè e la moglie, che si chiamava Maria Rosa, si
presentarono parati di strettissimo lutto, con gli occhi bassi,
l'espressione compunta, come se tornassero allora allora da un
accompagnamento funebre.
- Visita di convenienza... siamo gl'inquilini del secondo piano,
- dissero con voce flebile a Maria che, aperta la porta, era
rimasta perplessa davanti a quei due sconosciuti. Ed emisero,
con un lamento della gola, un breve sospiro.
Introdotti nel «futuro» salotto, don Fifo, lungo e magro,
sedette con le gambe unite, i piedi congiunti, toccando appena
il pavimento con la punta delle scarpe; le braccia conserte,
come un ragazzo in castigo. I suoi pantaloni erano così stretti,
che parevano cuciti su le gambe. Donna Maria Rosa, grassa e
rubiconda, si rialzò su una spalla il lunghissimo e fitto velo
di crespo che le pendeva dal cappello sul volto e, sedendo,
trasse un altro sospiro lamentoso.
Erano marito e moglie da tre mesi. Da un anno soltanto era morto
il primo marito di donna Maria Rosa, don Isidoro Juè, detto don
Dorò, fratello maggiore di don Fifo. E donna Maria Rosa, durante
la lunga visita, non parlò che del marito defunto e del suo
primo matrimonio, con le lagrime agli occhi e nella voce, come
se don Dorò fosse morto ieri. Don Fifo, immobile, ascoltava con
gli occhi bassi e le braccia conserte quell'eterno elogio
funebre del fratello, di cui egli pareva il sarcofago e la
moglie il cenotafio.
Ah, nessuno, nessuno avrebbe saputo ridire tutte le virtù di don
Dorò (LE VELTù - diceva donna Maria Rosa per parlare in lingua).
Ella e don Fifo, mentre Dorò viveva, si erano data la mano per
circondarlo di cure e di rispetto. Egli, Dorò, era stato la loro
guida nella vita, il loro maestro. Marito, moglie e cognato
erano vissuti sempre insieme, un'anima in tre corpi.
- Nella pace degli angeli, signora mia!
E Dorò stesso, con le sue labbra, sant'anima! morendo, aveva
balbettato ai due infelici superstiti: - Fifo, - dice, - ti
raccomando Maria Rosa! Consolatevi! Consolatevi! Seguitate a
vivere l'uno per l'altra...
- Ah, signora mia! - proruppe a questo punto donna Maria Rosa
già al colmo della commozione, ricordando quelle parole e
asciugandosi gli occhi che erano divenuti due fontane di lagrime,
con un fazzoletto listato di nero. - Noi del resto, - riprese
poco dopo, rassettatasi alquanto e soffiatosi strepitosamente il
naso, - noi, del resto, abbiamo domandato consiglio, signora
mia, a tutti i conoscenti, uno per uno, raccomandando che ci
ajutassero con la loro esperienza, che ci dicessero
coscienziosamente ciò che avremmo dovuto fare noi due poveretti
rimasti soli, senza la Sant'anima! La nostra condizione era
questa: cognati... e dovevamo vivere insieme, sotto lo stesso
tetto... la gente avrebbe potuto sparlare... E tutti, tanto
buoni, bisogna dire la verità, ci hanno consigliato di far
questo passo, tutti! Siamo entrambi d'una certa età, è vero; ma
sa, signora mia, la maldicenza com'è? dove non può mettere i
piedi, mette le scale... E in questa città poi...
- Oh, da per tutto! - sospirò la signora Agata.
- Da per tutto, da per tutto, dice bene, signora mia... Così, ci
siamo sposati ch'è poco... Abbiamo dovuto aspettare i nove mesi
prescritti dalla legge, benché per me, sa, non ci fosse
pericolo, come volevo far notare ai signori del Municipio:
figli, niente; Dio non m'ha voluto consolare; Dorò malaticcio
sempre e deboluccio, signora mia... Basta, ci siamo sposati.
Don Fifo pareva tutto appiccicato, e che, movendosi a parlare,
si spiccicasse tutto: le labbra, la lingua, le palpebre, le
pinne del naso. Soltanto le gambe gli restavano appiccicate
l'una all'altra. Ma, in fin dei conti, non parlò molto. A un
certo pulito, ruppe in questa esclamazione:
- Ah, dolori, signora, dolori! Cristo solo lo sa!
E per poco Marta e Maria non scoppiarono a ridergli in faccia.
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