Circa tre mesi dopo, inaspettatamente, venne a Marta un invito
del Direttore del Collegio.
La vecchia portinaja Sabetti, che aveva recato dolente la
cattiva notizia della supplenza accordata alla Breganze, entrò
questa volta gridando, tutta esultante:
- Signorina! Signorina! La avremo con noi! Con noi, signorina
bella! Tenga, legga questo biglietto...
Fu, nella squallida desolazione, come un raggio di sole
improvviso. Marta diventò in volto di bragia.
- Che felicità! - seguitava la vecchia Sabetti, gestendo con
fuoco. - La maestra Flori della seconda preparatoria, se ne
torna lassù, fuorivia! Ha ottenuto il trasloco, Dio sia lodato!
Le ragazze rifiateranno. -
- Debbo recarmi in giornata al Collegio... annunziò Marta con
voce tremante dalla commozione, dopo aver letto l'invito.
- Sissignora! - riprese la vecchia portinaja. - E vedrà che è
per questo! Ne sono sicura!
- Ma come! - osservò Marta. - La Flori, trasferita?
- Traslocata, sissignora! Fortuna, le dico, per le povere
ragazze... Che pittima!
- Con l'anno scolastico già cominciato? - osservò Marta, non
sapendo che pensare.
- Il Torchiara, forse... - sfuggì alla signora Agata.
E riferì alla figlia la visita fatta di nascosto all'Ispettore
scolastico.
Poco dopo, mentre si vestiva per recarsi al Collegio, passata la
prima commozione, Marta intuì a chi doveva quella nomina
tardiva: n'ebbe una scossa, e sentì mancarsi a un tratto la
forza d'agganciare il busto alla vita.
Ricominciò la guerra fin dal primo giorno di scuola.
Già le altre maestre del Collegio, oneste e brutte zitellone, se
la recarono subito a dispetto. Gesù, Gesù! un breve saluto, la
mattina, con le labbra strette, e via; un freddo, lieve cenno
del capo, ed era anche troppo! Un'onta per la classe delle
insegnanti! un'onta per l'Istituto! Il mondo, sì, intrigo: per
riuscire, mani e piedi! ma onestamente, oh! Anzi, ONORATAMENTE.
E, sotto sotto, comentavano con acre malignità il modo con cui
il Direttore e gli altri professori del Collegio fin dal primo
giorno si erano messi a trattare l'Ajala; e rimpiangevano quella
cara maestra Flori che non avrebbero più riveduta. La Flori: che
pena!
Riusciti vani i nuovi e più aspri reclami delle famiglie, le
ragazze (assentatesi per alcuni giorni dalla scuola all'annunzio
della nomina di Marta) cominciarono man mano a ripigliare le
lezioni; ma cattive, astiose, messe sù evidentemente dai
genitori contro la nuova maestra.
A nulla giovò l'affabilità con cui Marta le accolse per
disarmarle fin da principio; a nulla la prudenza e la
longanimità. Si sottraevano sgarbatamente alle carezze, si
mostravano sorde ai benevoli ammonimenti, scrollavano le spalle
a qualche rara minaccia; e le più cattive, nell'ora della
ricreazione in giardino, sparlavano di lei in modo da farsi
sentire o, per farle dispetto, accorrevano ad attorniare le
antiche maestre e a carezzarle, piene di moine e di premure,
lasciando lei sola a passeggiare in disparte.
Ritornando a casa, dopo sei ore di pena, Marta doveva fare uno
sforzo violento su se stessa per nascondere alla madre e alla
sorella il suo animo esasperato.
Ma un giorno, ritornando più presto dal Collegio, accesa in
volto, vibrante d'ira contenuta a stento, appena la madre e Anna
Veronica le domandarono che le fosse avvenuto, ella, ancora col
cappellino in capo, scoppiò in un pianto convulso.
Esaurita finalmente la pazienza, vedendo che con le buone
maniere non riusciva a nulla, per consiglio del Direttore s'era
messa a malincuore a trattare con un po' di severità le alunne.
Da una settimana usava prudenza con una di esse, ch'era appunto
la figlia del consigliere Breganze, una magrolina bionda,
stizzosa, tutta nervi, la quale, messa sù dalle compagne, era
giunta finanche a dirle forte qualche impertinenza.
- E io ho finto di non udire... Ma quest'oggi alla fine, poco
prima che terminasse la lezione, non ho saputo più tollerarla.
La sgrido. Lei mi risponde, ridendo e guardandomi con insolenza.
Bisognava sentirla! «Esca fuori!» «Non voglio uscire!» «Ah! no!»
Scendo dalla cattedra per scacciarla dalla classe: ma lei
s'aggrappa alla panca e mi grida: «Non mi tocchi! NON VOGLIO LE
SUE MANI ADDOSSO!». «Non le vuoi? Via, allora, via! esci fuori!»
e fo per strapparla dalla panca. Lei allora si mette a
strillare, a pestare i piedi, a contorcersi. Tutte le ragazze si
levano dalle panche e le vengono intorno; lei, minacciandomi,
esce dalla classe, seguita dalle compagne. E` andata dal
Direttore. Questi non mi dà torto in loro presenza; rimasti
soli, mi dice che io avevo un po' ecceduto; che non si debbono,
dice, alzar le mani su le allieve... Io, le mani? Se non l'ho
toccata! Alla fine però accetta le mie ragioni... Ma Dio, Dio;
come andare avanti così? Io non ne posso più!
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Il giorno appresso, intanto, il padre della ragazza, il
consigliere cavaliere ufficiale Ippolito Onorio Breganze, andò a
fare una scenata nel gabinetto del Direttore.
Era furibondo.
L'obesità del corpo veramente non gli permetteva di gestire come
avrebbe voluto. Corto di braccia, corto di gambe, portava la
pancetta globulenta in qua e in là per la stanza, faticosamente,
facendo strillare le suole delle scarpe a ogni passo. Alzare le
mani in faccia alla sua figliuola? Neanco Dio, neanco Dio doveva
permetterselo! Lui, ch'era il padre, non aveva mai osato far
tanto! Si era forse tornati ai beati tempi dei gesuiti, quando
s'insegnava a colpi di ferula su la palma della mano o sul di
dietro? Voleva pronta e ampia soddisfazione! Ah sì, perrrdio! Se
la signora Ajala aveva valide protezioni e preziose amicizie,
lui, il consiglierrr Breganze, avrebbe rrreclamato rrriparazione
e giustizia più in alto, più in alto (e si sforzava invano di
sollevare il braccino) - sissignore, più in alto! a nome della
Morale offesa non solo dell'Istituto, ma dell'intero paese.
E DRI DRI DRI - strillavano le scarpe.
Il Direttore non riusciva a calmarlo. Gli veniva quasi da
ridere: in paese si diceva che colui non era veramente il padre
della sua figliuola. Ma il consigliere Ippolito Onorio Breganze,
paonazzo in volto, non poteva accontentarsi della semplice
riprensione fatta a quattr'occhi alla maestra: pretendeva,
esigeva una grave, una seria punizione! A lui, adesso, non
istava più a cuore soltanto la sua cara piccina, ma anche «la
salute morale, signor Direttore, di tutto il paese
scandalizzato!». Non era forse a conoscenza il signor Direttore
di quanto era avvenuto? non sapeva a qual donna si era affidata
l'educazione delle tenere menti, delle gracili anime?
- E` un'im-mo-ra-li-tà! - tuonò alla fine con tutta la voce,
sillabando. - O ci rrrimedia lei, o ci rrrimedio io. Vado a far
reclamo formale all'Ispettore scolastico! La rrriverisco.
E cacciandosi di furia in capo, puhm! il cappello a stajo, se ne
andò. Entrava il bidello. Si diedero un inciampone così forte,
che per poco non si gettarono a terra tutti e due.
- Scusi...
- Scusi...
E DRI DRI DRI...
Due giorni dopo, il Direttore del Collegio fu chiamato
dall'Ispettore scolastico.
Da due mesi il Torchiara notava, costernato, il grave danno che
quella nomina della maestra Ajala produceva in paese alla
posizione politica non ancora assodata dell'Alvignani. «Signor
mio, il cuore è stato sempre il gran nemico della testa!» aveva
ripetuto più volte a se stesso. Perché si dilettava, il cavalier
Claudio Torchiara, di formulare aforismi, intercalandovi di
solito quel SIGNOR MIO anche quando gli enunziava a una donna o,
per solitario spasso, a se medesimo.
La visita furibonda del consiglier Breganze lo aveva lanciato
addirittura in un mare di confusione. Adesso, dunque, pure il
Municipio si sarebbe voltato contro l'Alvignani? Aveva promesso
al Breganze riparo e soddisfazione, ora invitava il Direttore
del Collegio; vagliando e traendo giudizio dalle opposte
versioni del fatto, avrebbe scritto all'Alvignani per provvedere
alla meglio e salvare all'uopo, come suol dirsi, capra e cavoli.
In ultima analisi, pazienza per la capra. I cavoli, in questo
caso, erano i voti con cui Gregorio Alvignani era stato eletto
deputato.
Il Direttore del Collegio, sebbene stanco ormai delle noje che
gli aveva cagionate involontariamente quella maestra, difese
pure Marta davanti all'Ispettore, per debito di coscienza.
- Capisco, capisco, gli rispose il cavalier Torchiara. - Ma
l'ingegno, signor mio, e la volontà di far bene non bastano;
bisogna pure guardare, guardare nella vita privata, la quale,
signor mio, influisce, ha il suo peso e non poco su la
considerazione, in cui le allieve debbono tenere la propria
maestra, mi spiego?... la quale...
Ma il Direttore era venuto da poco in paese; non sapeva i
precedenti della maestra; ammirato invece del grande valore di
lei, credeva meritasse ogni considerazione!
- E ne terremo conto! - esclamò il cavalier Torchiara. - Come
no? ne terremo conto, tanto più che io so in che tristi
condizioni versi la famiglia di lei, la quale... Non dubiti, si
provvederà, con un trasferimento, per esempio, vantaggioso per
la maestra... Intanto, signor mio, il naso bisogna pur cacciarlo
fuori della scuola... e... e tener conto dei reclami del
pubblico, il quale... Ecco, pare tuttavia che la signora
maestra, per quanto, non dico di no, provocata e anche in certo
qual modo scusabile... pare abbia.. sì, dico, ecceduto un
tantino... Eh già! Il Breganze, signor mio, personaggio di
conto... eh!... e anche nell'interesse della maestra, sarà
meglio dargli qualche soddisfazioncella, perché la cosa non esca
dalle sfere scolastiche, mi spiego?... Senta, facciamo così. Lei
persuada la maestra Ajala a darsi per ammalata per una
quindicina di giorni, e intanto chiami una supplente perché le
alunne non abbiano a soffrirne nello svolgimento del programma,
il quale... Nel frattempo si provvederà. Va bene così?
E lo stesso giorno scrisse una lunga lettera confidenziale al
SUO CARO GREGORIO, scongiurandolo di far tutto il possibile per
ottenere il trasferimento della sua «raccomandata» - causa per
lui di gravissimi danni. Non s'illudeva su le difficoltà; ma a
lui, all'Alvignani, dopo lo splendido discorso alla Camera dei
Deputati nella discussione del bilancio della pubblica
istruzione (discorso che, d'un colpo - non per adularlo! - gli
aveva creato una vera posizione parlamentare, come tutti i
giornali assicuravano), nessuna difficoltà doveva riuscire
insormontabile. Per quell'anno, del resto, la maestra Ajala
poteva andare come supplente nel Collegio Nuovo in Palermo
(posto vacante).
In attesa di così grave decisione, Marta fu costretta a
prolungare di altri quindici giorni «la sua malattia». Dopo
circa un mese arrivarono due lettere dell'on. Alvignani, una per
Marta, l'altra per l'ispettore Torchiara.
Nel ricever quella lettera, Marta provò un vivissimo turbamento.
Avvilita dall'impotenza di lottare contro l'ingiustizia patente
di tutti; rivoltata della punizione inflittale immeritamente, si
sentiva ormai avvelenata d'odio e di bile. Quella lettera le
parve un'arma per la vendetta.
Era sapientemente composta; non una anche vaga allusione al
passato che potesse in quel momento urtarla; ma, sotto le amare
riflessioni su la vita e su gli uomini, tanta intuizione dello
stato d'animo in cui ella si trovava! Meglio, meglio chiudersi
in un sogno continuo, sopra le volgarità e le comuni miserie
dell'esistenza quotidiana, sopra il giogo livellatore delle
leggi a un palmo dal fango, rete protettrice dei nani, ostacolo
e pastoja a ogni ascensione verso un'idealità!
Le diceva d'aver saputo quanto a lei era toccato di soffrire in
quegli ultimi tempi e le annunziava il trasferimento e la
nomina, per liberarla dal fango che l'attorniava. Si era presa
lui, spontaneamente, questa libertà, sicuro d'interpretare un
desiderio che ella non gli avrebbe mai manifestato; e la pregava
di lasciarlo fare, di concedere almeno che, da lontano, egli si
prendesse cura e si ricordasse sempre di lei. Purtroppo, i mezzi
che gli si offrivano per manifestare rispettosamente tutto
l'animo suo erano meschini e ristretti!
In capo al foglio, ancora qui, latinamente inciso, il motto:
NIHIL - MIHI - CONSCIO.
Un solo rammarico per Marta, per Maria e per la madre, partendo:
quello di lasciare Anna Veronica.
Povera Anna! Faceva loro coraggio, ma in fondo al cuore era la
più disajutata: esse erano in tre: lei sarebbe rimasta sola,
sola, sola, come abbandonata tra nemici. E di nuovo per lei il
silenzio, di nuovo la solitudine, i giorni tristi, lunghi,
uguali...
- Mi scriverete, però!
Diceva di non voler piangere, e piangeva. Le labbra costrette
per forza a sorridere, invece di un sorriso, facevano il greppo.
Volle accompagnarle fino alla stazione ferroviaria a piè del
colle su cui sorgeva la città. Durante il tragitto in vettura,
non scambiarono una parola. Era una giornata umida, grigia, e la
vecchia vettura rimbalzava su i fradici sassi dello stradone
scosceso, scotendo continuamente i vetri mal connessi degli
sportelli, i quali davano un frastuono irritante.
Quando poi il convoglio stava per partire, Anna Veronica e la
signora Agata, rimaste aggrappate l'una all'altra, soffocando i
singhiozzi ciascuna su l'omero dell'altra, furono quasi
strappate con violenza dal conduttore. Già la vaporiera
fischiava, lì lì per mettersi in moto.
Anna rimase col volto bagnato di lagrime e le braccia tese che
si andavano lentamente abbassando, man mano che il nero
convoglio si allontanava; gli occhi fissi a gli sportelli del
vagone in cui le tre amiche erano salite, e da cui ancora fin
laggiù, fin laggiù, si agitavano in saluto i fazzoletti...
- Addio... Addio... - mormorava quasi a se stessa, agitando il
suo, l'abbandonata.
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