- Troppo, eh? - fece Antonio Pentàgora, col suo solito ghigno
frigido rassegato su le labbra e negli occhi uno sguardo di
commiserazione per Niccolino.
- Vigliaccheria! - proruppe questi, furibondo. - Si vergogni!
Tutto il paese è pieno dello scandalo di jeri. Bella prodezza!
- E bravo Niccolino! - esclamò tranquillamente il padre. - Me ne
congratulo davvero! Sentimenti nobili, generosi... Bravo!
Tienteli ben radicati, figliuolo mio, e vedrai col tempo come
ramificheranno.
Niccolino scappò via fremendo, per non lasciarsi andare a
qualche eccesso. Così pure era scappato via Rocco la sera
avanti, dopo una lite violenta, durante la quale padre e figlio
per poco non erano venuti alle mani.
Rimasto solo, Antonio Pentàgora scosse più volte il capo
lentamente e sospirò:
- Poveri di spirito!
E rimase a lungo a pensare, col faccione sanguigno, chino sul
petto, gli occhi chiusi, le ciglia aggrottate.
Sapeva, sapeva d'essere inviso a tutti, cominciando dagli stessi
suoi figli. Mah!... E poi? Non era in suo potere portarci
rimedio: doveva essere così, per forza. Per i Pentàgora, cui la
sorte s'era divertita a bollare col marchio dei cervi, non c'era
remissione. «Là! o esposti all'odio o al dileggio. Meglio
all'odio. Era destino!»
Tutti gli uomini, per lui, venivano al mondo con la parte
assegnata. Sciocchezza il credere di poterla cambiare.
Anch'egli, in gioventù, come adesso i figliuoli, lo aveva
creduto per un momento possibile: aveva sperato, s'era
lusingato: gli era parso d'aver nel cuore, come il povero
Niccolino, sentimenti nobili, generosi: s'era affidato ad essi,
dov'era giunto? Gira gira, alle corna. La parte era quella,
doveva esser quella.
S'era così fissato in questo suo modo di pensare, che se per
caso qualcuno, spinto dal bisogno, veniva a chiedergli ajuto,
egli, pur sentendosi talvolta inchinevole a cedere, già
commosso, si frenava, sbuffava, poi apriva le labbra al solito
ghigno e consigliava a quel povero diavolo di rivolgersi
altrove: al tal dei tali, per esempio, buon filantropo del
paese:
- Va' da lui, caro mio: è nato apposta per soccorrere la gente.
Io no, vedi. A me, quest'ufficio non m'appartiene. Farei
un'offesa a quel degno galantuomo che lo esercita da tant'anni e
non può farne a meno. Io, di corna negozio.
Era divenuto così cinico nel linguaggio, involontariamente.
Diceva queste cose con la massima naturalezza. E derideva lui
per primo la sua disgrazia coniugale, per prevenire gli altri e
disarmarli. Si sentiva in società come sperduto in mezzo a un
campo nemico. E quel suo ghigno era come il digrignare d'un cane
inseguito, quando si volta. Per fortuna, era ricco: dunque,
forte. Non aveva da temere. Tutta la gente, infatti, gli faceva
largo: largo al vitello, anzi al bue d'oro!
- Sciocchezze!
Inizio pagina
Dopo il tradimento, per lui inevitabile, della nuora, si era
rallegrato della sfacciata relazione di Rocco con quella
donnetta galante:
- Bravo Roccuccio! Mi piace. Ora sei a posto. Vedrai che a poco
a poco... Fammi tastar la fronte...
Ma no: quello scioccone non ci s'era sentito a suo agio, nel
posto assegnatogli dalla sorte. Imbronciato sempre, sgarbato, di
pessimo umore. Poi, all'improvviso, era accaduta la morte di
Francesco Ajala, del BAU! Ebbene, e quell'animella squinternata
s'era d'un subito sentita schiacciare dall'unanime compianto che
quel pazzo furioso aveva raccolto in paese. Zitto zitto, per non
dar più luogo a ciarle, s'era liberato dell'amante, e gli era
ritornato in casa come un funerale.
- E perché? L'hai forse ucciso tu Francesco Ajala?
Non c'era stato verso, per lungo tempo, d'indurlo a uscir di
casa, a divagarsi. Cavalli, cavalli da tiro e da sella: sei
cavalli gli aveva comperati! Dopo quindici giorni non aveva più
voluto saperne. - E allora, che altro? un viaggetto di
distrazione, in Italia o all'estero? - No: neppur questo! - Il
giuoco, al circolo? - Novemila lire perdute in una sola sera. E
gliele aveva pagate, senza neppur fiatare.
Ebbene, che gli restava da fare? S'era presentata l'occasione
della festa dei santi Patroni: a mali estremi, estremi rimedii:
e aveva provocato lo scandalo della processione sotto i balconi
di casa Ajala.
Non se ne pentiva. Rocco era scappato via come una mala bestia,
sparando calci, alla bollatura di fuoco. Sì: gliel'aveva data un
po' troppo forte, poverino. Ma ci voleva! Col tempo si sarebbe
calmato e lo avrebbe ringraziato.
«Senti, senti la pazza!» fece tra sé Antonio Pentàgora,
riscotendosi al fitto bofonchìo precipitoso della sorella
Sidora, che s'aggirava smaniosamente per casa.
Anche a lei, forse, era arrivata la notizia dello scandalo. Che
ne pensava? Nessuno poteva saperlo, tranne il fuoco del camino,
acceso d'estate e d'inverno, nel quale ella - diceva il
Pentàgora - voleva incenerire tutte le corna della famiglia, e
non ci riusciva.
Per parecchi giorni Rocco non volle vedere, neppur da lontano,
il padre. Niccolino gli teneva compagnia, gli offriva uno sfogo,
da buon fratello.
- Non bastava, non bastava averla scacciata? M'ero vendicato...
Bastava! Ma no: le muore il padre, per giunta. Non dico che ci
abbia avuto colpa io; ma certo in qualche modo vi ho pure
contribuito; muore il bambino; anche lei è stata per morire; si
rialza a stento dalla malattia; e lui, vigliacco, va a farle
sotto gli occhi quella scenata infame! Perché insultarla ancora?
Chi glien'aveva dato l'incarico? Vigliacco! Vigliacco!
E si torceva le mani dalla rabbia.
Intanto le notizie di giorno in giorno peggioravano. La concerìa,
chiusa; Paolo Sistri, scappato (e la gente lo incolpava d'aver
rubato dalla cassa quel che poi non c'era). La miseria, dunque,
batteva alla porta delle tre povere donne abbandonate. Come
avrebbero fatto? Sole, senza ajuto, mal viste da tutto il paese?
E la notte a Rocco pareva di vedersi comparire davanti la figura
gigantesca di Francesco Ajala in atto di scuotere le mani,
pallido, gonfio in volto: «ROVINI DUE CASE: LA TUA E LA MIA!».
Vedeva tal'altra la suocera (fin dal primo giorno del
fidanzamento tanto buona con lui) scarmigliata, disperata, e
Marta piangente, con la faccia nascosta, e Maria quasi
istupidita, che mormorava: «CHI CI AJUTA? CHI CI AJUTA?».
Così Rocco, il giorno in cui seppe che la concerìa era messa
all'incanto, facendosi violenza, si recò lui per primo dal padre
a proporgli - cupo, senza guardarlo in faccia - di acquistarla
per suo conto.
- Tu sei pazzo! - gli rispose il Pentàgora. - Neanche se me
l'aggiudicassero per tre bajocchi. Poi, guarda: fin qui t'ho
lasciato fare: denari, adesso, me ne hai buttati via abbastanza.
Non son rena! Anche la carità? Non è affar mio, lo sai. Nojaltri,
di corna negoziamo.
E lo lasciò in asso.
Inizio pagina