«Mio buon Gesù, voglio riconciliarmi con Voi, confessando al
Vostro ministro tutti i peccati coi quali V'ho offeso. Grande
miseria è la mia, se tanto facile m'è dimenticarmi di Voi.
Ingrata, non so vivere senz'offender Voi, Padre mio e mio
amabile Salvatore. E ora che mi sento colpevole, mi accuso, mi
pento, imploro misericordia da Voi. Piangi, mio cuore, che hai
offeso Dio, il quale tanto ha sofferto pe' tuoi peccati.
Ricevete, o Signore, questa mia confessione; gradite, avvalorate
con la grazia Vostra il mio atto di contrizione e il
proponimento del cuor mio, che mi fa ripetere con Santa Caterina
da Genova: - Amor mio, non più mondo, non più peccati; ma amore,
fedeltà, obbedienza ai Tuoi santi comandamenti. - In nome del
Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo. Così sia».
Segnatasi e chiuso il libro delle preghiere, Marta rivolse uno
sguardo angoscioso al confessionale, davanti al quale,
dall'altra parte, stava inginocchiata una vecchia penitente
venuta prima di lei. Da quest'altra parte, il legno del
confessionale, tutto a forellini, levigato e giallognolo,
serbava l'impronta opaca di tante fronti di peccatori. Marta lo
notò con un certo ribrezzo, e si tirò ancora di più sul capo il
lungo scialle nero, fin quasi a nascondersi il volto. Era
pallidissima, e tremava.
La chiesa, deserta, aveva un silenzio misterioso, assorbente,
nella cruda immobile frescura insaporata d'incenso. La solenne
vacuità dell'interno sacro, quasi sospeso agl'immani pilastri,
alle ampie arcate, dava all'anima, in quella penombra, un senso
d'oppressione. Tutta la navata di centro era occupata da due ali
di seggiole impagliate, disposte in lunghe file sul pavimento
polveroso, ineguale per le antiche pietre tombali, logore.
Marta stava inginocchiata su una di queste pietre, e aspettava
che quella vecchia penitente le cedesse il posto nel
confessionale.
Quanti peccati, quella vecchia! Ma suoi o della miseria? e quali
mai? Il vecchio confessore li ascoltava attraverso i forellini
del legno, con volto impassibile.
Ma chinò gli occhi e, per distrarsi, cercò di decifrare
l'iscrizione funeraria in parte svanita sulla pietra dalla
logora effigie. Lì sotto, uno scheletro... Che importava più il
nome? Ma come e quanto più raccolto, più sicuro, più protetto,
nella pace solenne d'una chiesa, appariva il riposo della morte!
Le due ali di seggiole s'allungavano fino alle colonne che
reggevano sul nàrtice la cantorìa. Dietro queste colonne erano
due lunghe panche, su una delle quali Marta, entrando, aveva
veduto un vecchio contadino con le braccia incrociate sul petto,
rapito nella preghiera, con gli occhi risecchi dagli anni,
infossati. Oh quelle mani scabre, terrose, quel collo dalla
floscia giogaja divisa da un solco nero, dal mento giù giù fin
sotto la gola, e quelle tempie schiacciate, quella fronte
increspata sotto l'ispida canizie! Di tratto in tratto il
vecchietto tossiva, e quei colpi di tosse rimbombavano cupamente
nel silenzio della chiesa deserta.
Dai finestroni in alto entrava a colpire a fasci i grandi
affreschi della vòlta l'ardente pallore in cui il giorno moriva
tra uno sbaldore assordante di rondini.
Marta era venuta in chiesa per consiglio di Anna Veronica. Ma
cominciava già, in quella lunga attesa, ad avere di se stessa,
inginocchiata lì come una mendicante, una penosissima
impressione. Intendeva in Anna tutta quell'umiltà, fonte per lei
di tanta serena dolcezza; Anna era veramente caduta; aveva
perciò cercato e trovato nella fede un conforto, nella chiesa un
rifugio. Ma lei? Aveva la coscienza sicura, lei, che non sarebbe
mai venuta meno ai suoi doveri di moglie, non perché stimasse
degno di tale rispetto il marito, ma perché non degno di lei
stimava il tradirlo, e che mai nessuna lusinga sarebbe valsa a
strapparle una anche minima concessione. La gente, ora,
vedendola lì in chiesa, umile e prostrata, non avrebbe supposto
ch'ella avesse accettato come giusta la punizione e che
s'inginocchiasse davanti a Dio a mendicare conforto e rifugio,
perché non si riconosceva più il diritto di levarsi in piedi e a
fronte alta davanti agli uomini? Non per questi, è vero, non per
la punizione immeritata, non per la sciagura del padre, di cui
lei non voleva riconoscersi cagione, si era lasciata indurre da
Anna a venire in chiesa per confessarsi; ma per sé, per aver
lume e pace da Dio. Che avrebbe detto però, tra poco, a quel
vecchio confessore? Di che doveva pentirsi? Che aveva fatto,
qual peccato commesso da meritare tutti quei castighi, quelle
pene, e l'infamia, la sciagura del padre e del figliuolo, il
perpetuo lutto in casa, e forse la miseria, domani? Accusarsi?
pentirsi? Se male aveva fatto, senza volerlo, per inesperienza,
non lo aveva scontato a dismisura? Certo quel sacerdote le
avrebbe consigliato d'accettare con amore e con rassegnazione il
castigo mandato da Dio. Ma da Dio, proprio? Se Dio era giusto,
se Dio vedeva nei cuori... Gli uomini, piuttosto... Strumenti di
Dio? Ma ricevono da Dio forse la misura del castigo? Eccedono, o
per bassezza di spirito o per aberrazione d'onestà... Accettare
umilmente la condanna, senza ragionarla, e perdonare? Avrebbe
potuto perdonare? No! No!
E Marta levò il capo e guardò la chiesa, come se a un tratto vi
si trovasse smarrita. Quel silenzio, quella pace solenne,
l'altezza di quella vòlta, e là quel confessionale piccolo, e
quella vecchia prostrata e quel confessore immobile,
impassibile, tutto le si allontanò improvvisamente dallo spirito
rivoltato, come un sogno vano in cui ella, nel torpore della
coscienza, fosse penetrata e che ora, risentendo la cruda e
dolorosa sua realtà, vedesse dileguare.
Si alzò, ancora perplessa; sentì mancarsi le gambe, ebbe come
una vertigine, si portò una mano agli occhi, e con l'altra si
sorresse a una seggiola; poi attraversò quasi vacillante la
chiesa. Su la panca, sotto la cantorìa, vide ancora il
vecchietto, nella stessa positura, con le braccia incrociate sul
petto, assorto nella preghiera, estatico.
Fino a casa si portò nell'anima l'immagine di lui.
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Quella fede ci voleva! Ma non poteva averla lei. Lei non poteva
perdonare. Dentro il cranio, il cervello le si era ormai ridotto
come una spugna arida, da cui non poteva più spremere un
pensiero che la confortasse, che le désse un momento di requie.
Era fantastica, forse, questa sensazione; ma le cagionava
intanto un'angoscia vera, che invano cercava sfogo nelle
lagrime. Quante, Dio, quante ne aveva versate! Ora, ecco,
neanche di piangere le riusciva più. Sempre quel nodo, sempre,
irritante, opprimente, alla gola. Vedeva addensarsi, concretarsi
intorno a lei una sorte iniqua, ch'era ombra prima, vana ombra,
nebbia che con un soffio si sarebbe potuta disperdere: diventava
macigno e la schiacciava, schiacciava la casa, tutto; e lei non
poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C'era un FATTO.
Qualcosa ch'ella non poteva più rimuovere; enorme per tutti, per
lei stessa enorme, che pur lo sentiva nella propria coscienza
inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che
avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzo, se n'era lasciato
invece schiacciare per il primo. Era forse un'altra, lei, dopo
quel FATTO? Era la stessa, si sentiva la stessa; tanto che non
le pareva vero, spesso, che la sciagura fosse avvenuta. Ma
s'impietriva anche lei, ora, cominciava a non poter sentire più
nulla: non cordoglio per la morte del padre, non pietà per la
madre né per la sorella, né amicizia per Anna Veronica: nulla,
nulla!
Tornare in chiesa? E perché? Pregava, e la preghiera era
solamente un vano agitarsi delle labbra; il senso delle parole
le sfuggiva. Spesso, durante la messa, si sorprendeva intenta a
guardare i piedi del sacerdote su la predella dell'altare, le
brusche d'oro della pianeta, i merletti del messale; poi,
all'elevazione, destata dal rumorìo delle seggiole smosse, dallo
scampanellìo argentino, si alzava anche lei e s'inginocchiava,
guardando stupita certe vicine che si davano pugni rintronanti
sul petto, piangendo lagrime vere. Perché?
Per sottrarsi al vaneggiamento in cui ogni suo pensiero, ogni
sentimento naufragava, provò se le riusciva di rimettersi allo
studio, o almeno a leggere. Riaprì i vecchi libri abbandonati, e
n'ebbe un'indicibile tenerezza. Le memorie più dolci rivissero e
quasi le palpitarono sotto gli occhi: rivide la scuola, le varie
classi, le panche, la cattedra: ecco, a uno a uno, tutti i
professori che si susseguivano nel giro delle lezioni, e poi il
giardino della ricreazione, il chiasso, le risa, le passeggiate
a braccetto per i vialetti tra le compagne più care: poi il
suono della campana, e la classe di nuovo; il direttore, la
direttrice... le gare... i castighi... Sul tavolino le stava
aperto sotto gli occhi un libro, un trattato di geografia;
sfogliò alcune pagine: sul margine di una, un segno, e queste
parole scritte di sua mano:
«MITA, DOMANI PARTIREMO PER PEKINO!». Mita Lumìa... Che abisso
ora tra lei e quella compagna di collegio!
Come mai in certe anime non sorgeva alcuna aspirazione a levarsi
un po' sopra gli altri, foss'anche in una minima cosa?
Questo, sù per giù, Marta aveva notato in tutte le sue compagne
di scuola, questo notava in sua sorella, nella buona Maria. Suo
marito era poi proprio dell'armento, e lieto e pago di
appartenervi. Oh se ella avesse seguitato gli studii! A
quest'ora!
Si ricordò di tutte le lodi che i professori le avevano fatto, e
anche... sì, anche delle lodi che UN ALTRO le aveva fatte:
l'Alvignani, per le risposte alle sue lettere. Che gli aveva
risposto? Aveva discusso con lui delle condizioni della donna
nella società... «Ella sa accomodare i sensi acutissimi» le
aveva scritto in una delle sue lettere l'Alvignani, «i sensi
acutissimi all'osservazione della realtà.» L'aveva fatta ridere
tanto questa lode. E quell'ACCOMODARE i sensi! Forse era detto
bene... perché, cultissimo, l'Alvignani... ma scriveva, secondo
lei, troppo dipinto; mentre, quando parlava... Oh, a Roma, lei,
se non l'avessero così incatenata... A Roma, moglie di Gregorio
Alvignani, in altro ambiente, largo, pieno di luce
intellettuale... lontano, lontano da tutto quel fango...
Chinava il capo su i libri, animata improvvisamente dall'antico
fervore, quasi per un bisogno irresistibile di rinutrire
comunque un'aspirazione che pur non resisteva al minimo urto
della realtà; al cigolare dell'uscio, quand'ella doveva recarsi
nelle altre stanze, ove erano la madre e la sorella vestite di
nero.
Di ciò che avvenisse in famiglia, non sapeva nulla. Aveva notato
soltanto che la madre e Maria la guardavano, come se volessero
nasconderle qualcosa: una impressione, un sentimento. Non erano
forse contente che ella se ne stésse quasi tutto il giorno
appartata? La scusavano? la compativano? La madre aveva spesso
gli occhi rossi di pianto; Maria s'assottigliava sempre più,
spighiva, aveva preso un'aria sbalordita, una gramezza che
affliggeva. Per farle piacere, le domandava:
- Andiamo in chiesa, Maria?
Questa domanda per la sorella significava:
«Andiamo a pregare per il babbo?» E rispondeva sempre di sì; e
andavano.
Un pomeriggio, uscendo dalla chiesa, furono prese d'assalto da
un ragazzetto quasi tutto ignudo, con la camicina soltanto,
sudicia, che gli cadeva a sbrendoli su le gambette magre,
terrose; il visetto, giallo e sporco. Con una manina egli
afferrò lo scialle di Marta e non volle più lasciarlo, pregando
che gli facessero la carità: era figlio di un muratore caduto
dalla fabbrica.
- E` vero, - confermò Maria. - Jeri, da un'impalcatura. S'è
rotto un braccio e una gamba.
- Vieni, vieni con me, povero piccino! - disse allora Marta,
avviandosi.
- No, Marta... fece Maria, guardando pietosamente la sorella; ma
subito abbassò gli occhi, come pentita, contrariata.
- Perché? - le domandò Marta.
- Nulla, nulla... andiamo... - rispose frettolosamente Maria.
Giunte a casa, Marta domandò alla madre qualche soldo per quel
ragazzo.
- Oh figlia mia! Non ne abbiamo più neanche per noi...
- Come!
- Sì, sì... seguitò tra le lagrime la madre. - Paolo è scomparso
da due giorni; non si sa dove sia... La concerìa chiusa; vi
hanno apposto i suggelli... E` la nostra rovina! State qua,
figliuole mie. Diglielo tu, Maria. Io debbo recarmi subito
dall'avvocato.
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