Dopo il parto, Marta stette circa tre mesi tra la vita e la
morte.
Provvidenza divina, questa malattia, diceva Anna Veronica. Sì,
perché, altrimenti, le due povere superstiti, la vedova e
l'orfana, sarebbero certo impazzite. Invece, nella lotta
disperata contro quel male che sembrava invincibile, le loro
labbra, che pareva non avessero dovuto mai più sorridere,
sorrisero due mesi appena dopo la morte quasi violenta del capo
di casa, ai primi accenni della convalescenza di Marta.
Instancabile, Anna Veronica, dopo tante veglie, recava adesso
ogni mattina alla convalescente piccole immagini odorose di
santi, contornate di carta trapunta, punteggiate d'oro, con
nimbi d'oro.
- Qua, - diceva, - dentro la busta, sotto il guanciale: ti
guariranno: sono benedette.
E mostrandole i due santi patroni del paese, San Cosimo e San
Damiano, con le tuniche fino ai piedi, la corona in capo e le
palme del martirio in mano; i due santi miracolosi, di cui
presto sarebbe ricorsa la festa popolare, e ai quali ella aveva
promesso un'offerta per la guarigione di Marta:
- Questi, - soggiungeva, - valgono più del tuo medico spelato,
con un occhio a Cristo e l'altro a San Giovanni.
E contraffaceva il medico e la voce di lui oppressa dal perenne
intasamento nasale: - «SOFFRO DI LITIASI, SIGNORA MIA!» - CHE
SAREBBE? - «MAL DI PIETRA, SIGNORA MIA, MAL DI PIETRA!».
Marta sorrideva dal letto pallidamente, seguendo con gli occhi i
versi di Anna Veronica, e anche Maria e la madre sorridevano.
La sera, prima di tornarsene a casa, Anna recitava il rosario
con la signora Agata e con Maria, nella camera di Marta.
La malata ascoltava il borbottìo della preghiera nella camera
debolmente rischiarata da un lume guarnito d'una ventola di
mantino verde; guardava le tre donne inginocchiate, curve sulle
seggiole, e spesso, alla litanìa, rispondeva anche lei alle
invocazioni di Anna Veronica:
- ORA PRO NOBIS.
Quel senso di serenità, fresca, dolce e lieve, che suol dare la
convalescenza, le si turbava al sopravvenire della sera. Le
pareva che quel lume riparato dal mantino verde fosse poco,
troppo poco contro l'ombra che invadeva la casa; e un'ambascia
cupa, un'oscura costernazione, un'impressione di vuoto, di
sgomento sentiva venirsi dalle altre stanze, in cui spingeva
trepidante, dal letto, il pensiero: subito ne lo ritraeva,
affisando di nuovo gli occhi al lume, per sentirne il conforto
familiare. In quell'ombra, in quel bujo delle altre stanze, il
padre era scomparso. Di là egli, ormai, non c'era più. Nessuno
più, di là... L'ombra. Il bujo. Che incubo, è vero, era egli
stato per lei! Ma a qual prezzo, ora, se n'era liberata... La
cupa ambascia, l'oscura costernazione, il senso di vuoto, di
sgomento, non le venivano piuttosto dal pensiero di lui?
- ORA PRO NOBIS.
Spesso si addormentava con la preghiera su le labbra. La madre
le giaceva a fianco, su lo stesso letto; ma stentava tanto, ogni
sera, a prender sonno, non solo per il ricordo vivo e straziante
del marito, ma anche per la preoccupazione assidua in cui la
teneva il nipote, Paolo Sistri, a cui era affidata ormai
l'esistenza della famiglia.
Paolo, dopo la disgrazia, non veniva più, puntualmente, ogni
sera. Bisognava che la zia mandasse a chiamarlo due e tre volte
per aver notizie della concerìa; e, quando finalmente si
risolveva a venire, appariva più abbattuto e sbalordito di
prima.
Una sera le si presentò con la testa fasciata.
- Oh Dio, Paolo, che t'è accaduto?
Niente. In una stanza della concerìa, al bujo, qualcuno (e forse
a bella posta!) s'era dimenticato di richiudere la... come si
chiama? sì... la... la caditoja, ecco, su l'assito, ed egli,
passando, patapùmfete! giù: aveva ruzzolato la... la come si
chiama di legno... la scala della cateratta, già! Per miracolo
non era morto. Ma tutto bene, benone, alla concerìa. Forse però,
ecco... sarebbe stato meglio tentare adesso una certa concia
alla francese.. - quella tal maniera di concia per la quale...
ecco, già! si adopera in polvere la... come si chiama... la
scorza di leccio, di sughero e di cerro; mentre, alla maniera
nostrana, con la vallonèa spenta nell'acqua di mortella...
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Al grido acutissimo della madre e di Maria rispose dalla camera
della partoriente come un ùlulo lungo, ferino.
- Per carità, Paolo! - lo interrompeva la zia, a mani giunte. -
Non facciamo novità! Andava tanto bene la concia all'uso nostro
finché ci badò la buon'anima.
- Gesù! che c'entra? - le rispondeva Paolo, saccente, ora che lo
zio non c'era più. - E` un'altra cosa! Perché... vede com'è? Si
piglia... prima che si pigliava? l'acqua cotta. Oh, e ora si
piglia l'acqua pura..., aspetti! con la polvere di leccio,
oppure...
E seguitava per un pezzo, imbrogliandosi, rifacendosi daccapo, a
spiegare alla zia quella benedetta concia in rammorto, alla
francese.
- Mi sono spiegato?
- No, caro. Ma forse non comprendo io. Mi raccomando:
attenzione!
- Lasci fare a me.
E veramente per lui non mancava. Notte e giorno, in continua
briga: di giorno, ora qua, ai calcinaj, per sorvegliare la
bolleratura; ora là, alle trosce, pei bagni; poi, ai cavalletti,
per la pelatura e la scarnatura delle pelli, e così via: di
notte, lì, su i libri di cassa, a far conti. Sentiva su le
quattro cantare i galli... Che ne sapeva sua zia? I galli,
parola d'onore, alle quattro... E lui ancora in piedi!
L'inchiostro del calamajo non rispettava nessuna delle sue dieci
dita, e n'aveva pur cenciate sul naso e sulla fronte.
- La vorrei qua, a vedere! - sbuffava, in maniche di camicia,
col capo rovesciato sulla spalliera del seggiolone come se
volesse trovar le cifre del conto tra i ragnateli del soffitto,
a cui, distraendosi, voleva far giungere il fumo, che tirava a
gran boccate dalla pipa: - FFFFF.
Per la strada, intanto, nel vasto edificio, silenzio di tomba.
Su la parete nuda, ingiallita, la candela verberava il lume
tremolante a ogni sbuffo di Paolo, la cui ombra si protendeva
enorme e mostruosa sul pavimento.
- Puah! Alla faccia di... - e nominava un creditore,
scaraventando uno sputo contro la parete.
Un ragno gli passava sotto gli occhi, zitto zitto, come
impaurito dal lume, traballando leggermente su le otto lunghe
esilissime gambe. Paolo aveva ribrezzo di questi animaletti,
come le donne dei topi. Subito scattava in piedi, si levava una
pantofola, e pàffete! - schiacciava con la suola il ragno; poi,
col volto atteggiato di schifo, stava un po' a mirar la vittima
così appiccicata alla parete.
Dopo la morte dello zio, aveva piantato tenda definitivamente
alla concerìa. Vi mangiava e vi dormiva; e in quella stanzaccia
intanfata non permetteva che entrasse mai nessuno. Lui si
apparecchiava da mangiare, lui il letto: tutto lui; ma glien'andasse
mai una bene! Cercava le posate? - la carne gli s'abbruciava sul
fuoco. Voleva bere? - trovava scandelle a galla sul vino. Chi
aveva versato olio nel suo bicchiere?
- Puah! Mannaggia...
E restava con la lingua fuori e il volto atteggiato di schifo.
Ma era niente, questo. Quel che gli toccava combattere con un
nugolo di corvi piombati sulla concerìa dopo la morte dello zio!
Difendeva con feroce zelo gl'interessi della povera vedova, il
cortile della concerìa rimbombava delle sue liti rumorose,
violente; ma alla fine doveva cedere e pagare e pagare. Intanto
la vendita scemava di giorno in giorno; crescevano i debiti e i
reclami; i mercanti di cuojame disdicevano gl'impegni o
rimandavano la merce e si rivolgevano altrove. La zia, ignara,
gli domandava ogni mese per l'andamento di casa quella somma che
era solita di prendere per l'addietro, come se gli affari
andassero bene allo stesso modo; e lui, che non si sentiva il
coraggio di esporle il miserando stato delle cose, s'adoperava
in tutti i modi perché, ogni mese, non mancasse almeno il denaro
per lei.
Marta finalmente s'era levata di letto, e già moveva i primi
passi, sorretta dalla madre e da Maria: dalla poltrona a piè del
letto fino allo specchio dell'armadio.
- Come sono, mio Dio!
Levava un braccio dal collo di Maria e si ravviava con la bianca
mano tremolante i capelli dalla fronte, lievemente, e sorrideva
guardandosi negli occhi, quasi con smarrita pietà per le sue
povere labbra arse dal cociore di tante febbri. Poi andava a
sedere nel seggiolone di cuojo presso la finestra. Veniva Anna
Veronica e le parlava con la sua naturale dolcezza dei vespri di
maggio consacrati alla Madonna: - La chiesa fresca, tutta
fragrante di rose; poi la benedizione, e infine le canzonette
sacre cantate al suono dell'organo: gli ultimi raggi d'oro del
sole entravano in chiesa per i larghi finestroni aperti in alto,
e anche qualche rondine entrava e svolava di qua, di là,
smarrita, mentre fuori garrivano le altre com'ebbre,
inseguendosi.
Marta ascoltava con l'anima quasi alienata dai sensi.
- Ti ci condurremo noi, andremo tutt'e quattro insieme, prima
che finisca il mese. Oh starai bene, non dubitare.
Ma ella diceva di no, che non le sarebbe stato possibile.
- Sì, la chiesa, a due passi; ma se ancora non mi reggo...
La terza domenica di maggio, dopo la funzione sacra, Anna
accorse, esultante, dalla chiesa.
- A te, a te, Marta! uscita in sorte a te!
- Che cosa? - domandò Marta, guardando quasi sgomenta dal
seggiolone.
- La Madonna! La Madonna: a te! Senti? Te la portano cantando le
Figlie di Maria. Senti il tamburo? La Madonna ti viene in casa!
Nelle domeniche di maggio, in chiesa, dopo la predica e la
benedizione, si faceva tra i divoti il sorteggio d'una Madonnina
di cera custodita in una campana di cristallo.
- E come? come mai? - diceva Marta, tutta confusa, sentendo
appressare vieppiù alla casa il coro delle divote e il rullo del
tamburo.
- Io, tutte le domeniche, ho preso un numero per te. Oggi il
cuore me lo diceva: uscirà in sorte a Marta! E così è stato. Ho
gettato un grido di contentezza così forte nella chiesa, che
tutti si sono voltati. Ecco la Madonna che viene a visitarvi...
Eccola, eccola, Vergine santa!
Entrò nella stanza una commissione di fanciulle che avevano
tutte sul seno una medaglina pendente da un nastro azzurro;
entrò il sagrestano della chiesa con la Madonna di cera entro la
campana di cristallo che tra le grosse mani scabre e nere pareva
anche più fragile. Per la scala rullava fragorosamente il
tamburo.
Quelle fanciulle erano abituate a sorridere tutte a un modo,
guardando e udendo le espressioni di giubilo con cui i divoti
accoglievano la Madonnina: vedendo ora Marta rimanere seduta,
pallida, stordita dalla commozione troppo forte per le sue
deboli forze, rimasero dapprima un po' sconcertate, poi le si
appressarono e presero a parlarle, ripetendo ognuna le parole
dell'altra: - Adesso sarebbe guarita, certo... La Madonna... La
visita della Madonna... Via medici, medicamenti...
Il rullo del tamburo era intanto cessato: la signora Ajala aveva
regalato qualche soldo al tamburino, altri ne regalò al
sagrestano, e poco dopo la casa fu sgombra.
Marta non si saziava d'ammirare la Madonnina su le sue
ginocchia, reggendola con le mani ceree su la campana.
- Com'è bella! com'è bella! Oh Maria!
E veramente, prima che finisse il mese, poté recarsi in chiesa a
ringraziare la Madonna, in compagnia d'Anna Veronica, della
madre e della sorella.
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