Lungo lungo, sparuto, dalle gambe sperticate, dal volto
sbiancato, pinticchiato di lentiggini, con ciuffetti di peli
rossi su le gote e sul mento, Paolo Sistri veniva ora ogni sera
a sottomettere all'approvazione dello zio Ajala il rapporto
giornaliero dei lavori della concerìa.
Dopo circa mezz'ora usciva abbattuto e sbalordito dalla stanza
del rinchiuso, e alla zia Agata e a Maria che lo aspettavano
ansiose rispondeva ogni volta, piegando da un lato la testa:
- Ha detto che va bene.
Ma dell'approvazione pareva non fosse né convinto né
soddisfatto, come in sospetto che lo zio lo lodasse per beffa.
Si abbandonava su una seggiola, tirava dentro quanto più aria
poteva e la soffiava pian piano per le nari, tentennando il
capo.
Ormai, sotto l'imbrigliatura d'uomo d'affari, aveva rinunziato a
ogni velleità amorosa. Nei primi giorni si mostrò
impacciatissimo della presenza di Marta; poi, man mano, si
rinfrancò un poco; parlando, però, si rivolgeva piuttosto a
Maria o alla zia Agata. Narrava con garbuglio opprimente di
parole tutte le peripezie della giornata, e si ripiegava in
tutti i versi su la seggiola e girava gli occhi di qua e di là e
sudava e inghiottiva. Ogni periodo di quel suo discorso
avviluppato restava in aria o sfumava a un tratto in una
esclamazione; se però qualcuno, per disgrazia, gli riusciva alla
fine senza impuntature, lo ripeteva tre e quattro volte, prima
di rimettersi alla fatica di figliarne un altro.
La zia mostrava d'ascoltarlo con attenzione, assentiva col capo
quasi a ogni parola e spesso, alla fine, sapendo ch'egli ormai
non aveva più nessuno in casa, lo invitava a rimanere a cena.
Paolo accettava quasi sempre. Ma erano ben tristi quelle cene in
silenzio, interrotte dall'invio del cibo alla stanza del
rinchiuso, gelate dall'aspetto di Maria, che ne ritornava ogni
volta più oppressa.
Marta osservava ogni cosa con una strana espressione negli
occhi, ora quasi derisoria, ora sdegnosa. Quel dolore impresso
negli altri non era un raffaccio a lei della presunta sua colpa?
Spesso si alzava, abbandonava la tavola, senza dir nulla.
- Marta!
Non rispondeva: andava a chiudersi nella sua cameretta. Maria
allora, dietro l'uscio, la pregava d'aprire, di ritornare a
cena. Ascoltava con un misto di dolore e di godimento quelle
preghiere insistenti della sorella, e non apriva, né rispondeva;
poi, appena Maria, stanca di pregare inutilmente, andava via, si
stizziva contro se stessa di non aver ceduto e si metteva a
piangere. Ma subito il rimorso si cangiava in odio contro il
marito. Ah, in quella rabbia di cuore, in quel momento, se
avesse potuto averlo fra le mani! E se le torceva, le mani,
piangendo, smaniando. E il frutto di quell'uomo, intanto,
maturava in grembo a lei... Sarebbe stata madre, tra poco! Il
suo stato le faceva orrore; si dibatteva, cadeva in convulsione;
e quelle crisi violente la lasciavano disfatta.
Talvolta Paolo Sistri rimaneva un po', dopo cena, a tener
compagnia. Sparecchiata la mensa, si rinfocolava timidamente,
intorno a quella tavola, sotto la lampada, un po' di vita
familiare. Ma la voce usciva dolente da quelle labbra, quasi
paurosa del silenzio imposto alla casa dalla sciagura. Di tratto
in tratto Maria si recava in punta di piedi a origliare dietro
l'uscio del padre.
- Dorme, - rispondeva, rientrando, alla madre che la guardava in
attesa.
E la madre chiudeva gli occhi sul suo cordoglio e sospirava,
rimettendosi al lavoro: al corredino per il nascituro.
Bisognava far presto; poiché nessuno, finora, ci aveva pensato,
a quel lavoro per il povero innocente che sarebbe venuto al
mondo in quelle condizioni. Ci aveva pensato, da lontano,
un'amica d'altri tempi, con la quale la signora Agata, per
ordine del marito, aveva rotto ogni relazione.
Si chiamava Anna Veronica, quest'amica. Quando la signora Agata
l'aveva conosciuta la prima volta, ella viveva insieme con la
madre, al cui mantenimento era orgogliosa di provvedere,
insegnando nelle scuole elementari. Molti giovani in quel tempo
s'erano messi a corteggiarla, sperando di trarre in inganno
l'appassionata natura di lei; ma Anna, che veramente si
consumava dentro nell'attesa d'un uomo a cui avrebbe consacrato
il più ardente e devoto amore, s'era saputa sempre difendere.
Qualche mazzolino di fiori, lo scambio di qualche letterina,
discorsi e sogni, fors'anche qualche bacio carpito: e basta poi.
Pure nell'insidia era caduta una volta, poco dopo la morte della
madre, e vi era stata vilmente trascinata dal fratello d'una tra
le sue più ricche amiche, in casa delle quali soleva spesso
recarsi dopo le interminabili ore di scuola, sempre ben accetta,
poiché ella le ajutava nei loro lavori di cucito, le rallegrava
con le sue barzellette argute e pronte, e spesso rimaneva da
loro a desinare e talvolta anche a dormire.
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Quella prima caduta era stata tenuta nascosta con interessata
prudenza dai parenti del giovine, così che nulla di preciso n'era
trapelato in paese. Anna aveva pianto segretamente la propria
giovinezza sfiorita, l'avvenire spezzato, e aveva per qualche tempo
sperato nel ravvedimento del giovine. Molte delle amiche, ignare o
generose, le avevano conservato la loro amicizia, e fra queste Agata
Ajala, allora da poco maritata.
Dopo alcuni anni, però, Anna Veronica s'era imbattuta per disgrazia
in un altro giovine, malato, malinconico, il quale era venuto ad
abitare vicino a lei, in tre stanzette umili e ariose, con un
terrazzino pieno di fiori. Costui l'aveva chiesta in moglie; ma
Anna, onestamente, aveva voluto confessargli tutto; poi non aveva
saputo, né forse potuto negargli quella stessa prova d'amore già
concessa a un altro. Ma questa volta, dopo la disdetta e
l'abbandono, era sopravvenuto lo scandalo, perché Anna s'era incinta
del seduttore sentimentale, partito all'improvviso dal paese. Il
bimbo, per fortuna, era morto appena nato; Anna, destituita da
maestra, aveva per carità ottenuto una misera pensioncina, mercé la
quale aveva potuto vivucchiare nella solitudine e nell'ignominia, in
cui quel malinconico miserabile l'aveva gettata, e s'era rivolta a
Dio per perdono.
La signora Agata vedeva spesso in chiesa Anna Veronica, ma fingeva
di non accorgersene; Anna intendeva e non se n'aveva per male:
levava gli occhi in alto, e in essi e sulle labbra le ferveva più
viva la preghiera, preghiera nutrita ormai d'amore per tutti, per
gli amici e per i nemici, come se toccasse a lei dare prima esempio
di perdono.
Avvenuto lo scandalo di Marta, Anna Veronica aveva guardato con
altri occhi la signora Agata, le domeniche, a messa. Sapeva che
Marta era incinta; e un giorno, uscendo dalla chiesa, s'era
accostata umilmente all'amica che pregava ancora e, deponendole in
fretta un involtino in grembo, le aveva detto:
- Questo per Marta.
La signora Agata aveva voluto richiamarla; ma Anna s'era voltata
appena a salutarla con la mano ed era scappata via. Nell'involtino
la signora Agata aveva trovato alcune trine intrecciate
all'uncinetto, tre bavaglini ricamati, due cuffiette. N'era rimasta
intenerita fino alle lagrime.
Delle molte amiche ch'ella contava, nessuna dopo lo scandalo era
rimasta fedele; ma, ecco, in cambio, quest'antica amicizia ora si
riannodava quasi furtivamente. Difatti, la domenica appresso, aveva
riveduto Anna Veronica in chiesa, le si era seduta accanto e, dopo
messa, avevano parlato a lungo, commovendosi ai ricordi della loro
antica amicizia e alle vicende e ai tristissimi casi occorsi ad
ambedue.
E ora che Francesco Ajala se ne stava sempre rinchiuso, non poteva
Anna Veronica venire di nascosto a tener compagnia, ad ajutare come
un tempo l'amica nei suoi lavori di cucito?
Poteva, sì. Ed ecco, Anna Veronica attraversava in punta di piedi la
stanza attigua a quella del rinchiuso; si liberava del lungo scialle
nero da penitente; e sorridendo a Marta e a Maria con due diversi
sorrisi:
- Eccomi qua, figliuole mie, - diceva sottovoce. - Che c'è da fare?
Marta assisteva la sera a quel lavoro amoroso della madre e
dell'amica; e spesso, fissando quelle fasce, quelle camicine, quei
corpettini, quelle cuffiette nel canestro, gli occhi le
s'infoscavano o le si riempivano di lagrime silenziose.
Intanto Paolo a bassa voce si sforzava di fare intendere a Maria il
congegno della concerìa: la macina ritta per schiacciare le bucce di
mortella o di sommacco, le trosce per l'addobbo dei cuoj, il mortajo...
- o le rifaceva la cronaca del paese. Si era sossopra per le
imminenti elezioni politiche. Gregorio Alvignani aveva posato la
candidatura. I Pentàgora spendevano un banco di denari per
combatterlo. Manifesti, galoppini, comizii, giornaletti
d'occasione... Lui, Paolo, non sapeva da qual parte tenere, come
regolarsi; per non essere coi Pentàgora, non voleva parteggiare per
l'avversario dell'Alvignani; a questo intanto non avrebbe mai dato
il suo voto; per l'autorità che gli veniva dalla direzione della
concerìa, in cui lavoravano più di sessanta operai, non gli pareva
ben fatto appartarsi dalla lotta.
La povera Maria fingeva di prestar ascolto, per non dargli
dispiacere; e quel supplizio durava per lei una e due ore, spesso.
- Vuoi scommettere, - le disse Marta sorridendo, una sera, prima
d'andare a letto, - che Paolo è innamorato di te?
- Marta! - esclamò Maria, arrossendo fin nel bianco degli occhi. -
Come puoi pensare a codeste cose?
Marta scoppiò in una stridula risata:
- Che vuoi? Non lo sai? Sono una donna perduta, io!
- Marta! oh Marta mia, per carità! - gemette Maria, nascondendosi il
volto con le mani.
Marta allora le afferrò le braccia, e, scotendola con violenza, le
gridò, accesa d'ira:
- Volete farmi impazzire con codesta tragedia che mi rappresentate
attorno? L'avete giurato? Volete farmi andar via? Ditelo una buona
volta! Me n'andrò, me ne vado subito via, ora stesso... Lasciami,
lasciami...
Si lanciò verso l'uscio, trattenuta da Maria. Accorse la madre.
- Zitta, Marta, per carità! Piano... Sei pazza? Dove vuoi andare?
- Giù! Per istrada, a gridar giustizia... Pazza, sì, pazza!
- Non gridar così... Tuo padre ti sentirà!
- Tanto meglio! Mi senta! Perché se ne sta lì rinchiuso? Non per
nulla s'è chiuso al bujo: così, come un cieco, mi condanna... Non
voglio, non voglio più stare con voi... Così sarete contenti e
felici...
Il pianto a un tratto la vinse; si dibatté fino a tarda notte in una
tremenda convulsione di nervi, vegliata dalla madre e dalla sorella.
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