Uso della lingua
Pirandello distingue: uno stile di cose, e uno stile di parole.
Importante è lo stile di cose col quale si dà la preminenza ai fatti e ai personaggi da rappresentare: le parole di per sé sono vuote, sono come abiti appesi nel guardaroba che non hanno sostanza né importanza, se non quando noi li abbiamo indossati. Sono fantasmi senza concretezza né realtà, che acquistano un significato solo quando siamo noi a darglielo.
L’impossibilità di trovare una parola che abbia per tutti il medesimo significato insieme a una realtà che sia valida e uguale per tutti, senza possibilità di incomprensioni presenti o future con il sopraggiungere della riflessione, crea una situazione di solitudine e di incomunicabilità per cui ogni personaggio è irrimediabilmente solo: la parola, come il gesto, diventa priva di significato universale, perché ognuno le dà il suo significato.
Di qui la necessità di trovare e di mettere in atto uno stile di cose, in cui le parole possano acquistare un più realistico ed oggettivo significato proprio attraverso oggetti, sentimenti, pensieri facilmente riconoscibili da parte di tutti.
Anche la creazione del personaggio, come l’analisi dei fatti, non sfugge a questa regola. Il comportamento dei personaggi, l’assurdità e il grottesco di certi avvenimenti, dipendono dall’interpretazione che i personaggi hanno della realtà delle cose.
Uno stile fatto di cose significa:
● rifiuto dei tradizionali modelli espressivi retorici,
● rifiuto del modello verista, secondo il quale dovevano essere i fatti a presentarsi da sé, utilizzando un linguaggio che doveva essere quello usato nella realtà dai protagonisti, a seconda della classe sociale cui appartenevano (anche con forme dialettali, proverbi, ecc.).
Per far raggiungere con maggiore immediatezza al lettore la comprensione di certe situazioni, Pirandello accentua nella descrizione i lati grotteschi:
● di certe azioni, come quella di don Juè che rincorre il cappello strappatogli dal vento o quella di Matteo Falcone di fronte a Marta, o ancora quella di donna Juè che ripete ossessiva a Marta tutte le spese sopportate per la moribonda Fana Pentàgora;
● di certe situazioni, come quella di Matteo Falcone che vive con una madre e una zia fuori di testa, che sono rimaste all’età giovanile, come se il tempo per loro non fosse mai trascorso;
● di certi personaggi, che si impongono con la loro bruttezza quasi bestiale, come Matteo Falcone, anche senza scatenare sensi di ripugnanza.
È un grottesco che richiama alla memoria una certa forma di verismo, con la differenza che mentre nel verismo si mettevano in evidenza gli aspetti esteriori, che avrebbero potuto essere migliori in presenza di una migliore condizione sociale, nella quale sparisce qualsiasi forma di bestialità, Pirandello mette in evidenza gli aspetti interiori e le tragiche conseguenze derivate dalle piccole cause.
Proprio attraverso la parola i personaggi cercano di uscire dal doloroso isolamento nel quale sono costretti dall’impossibilità di capire e capirsi. Per questo il dialogo diventa la forma espressiva più importante, ponendo in secondo piano la forma descrittiva e rappresentativa, anche se si svolge con molte difficoltà, sia perché, come abbiamo visto, alle parole ciascuno dà un suo significato, sia perché nel dialogo ognuno cerca di nascondere i moti più nascosti del proprio animo, le sensazioni che non si ha il coraggio di confessare nemmeno a se stessi, sia infine perché anche quando il personaggio confessa tutto se stesso, come Marta a Rocco nel finale del romanzo, l’altro capisce ciò che vuole e non ciò che è accaduto effettivamente.
Attraverso il dialogo i personaggi possono analizzare se stessi e capire gli altri, anche se questo porta a soluzioni non sempre accettabili e a capire situazioni intime che sarebbe stato meglio non capire, come il dialogo fra Marta e Gregorio nel "cap. X" della seconda parte ("se tu m’amassi di più, penseresti di meno", dice Marta che comincia a capire la nuova situazione). Le parole anche se interpretate in modo personale, anche se riempite di un significato che è uno per chi le pensa e le pronuncia e un altro per che le ascolta e le fa proprie, servono comunque a scoprire e a mettere a nudo il personaggio prima davanti agli altri e poi davanti a se stesso.
Raramente prevale una sorta di monologo del personaggio, che espone le sue idee con un linguaggio discorsivo che monopolizza l’attenzione del lettore ma che resta una confessione intima e isolata dal resto del mondo per cui i drammi si compiono parlandone.
La struttura
Rapporto fabula-intreccio
Pirandello stesso divide il romanzo in due parti, contraddistinte non soltanto dalle connotazioni esteriori della vicenda di Marta, ma anche dallo spazio fisico in cui la vicenda si svolge, fermo restando che il tempo conserva in entrambe un suo flusso lento che dà quasi al lettore l’impressione di essere a contatto con l’eternità. Ogni tanto si prova la sensazione un po’ fastidiosa che il tempo trascorra troppo lentamente, che occorra una maggiore rapidità per giungere ai momenti culminanti della vicenda e quindi alla sua conclusione che si presume tragica; invece il tempo conserva un suo flusso che è indipendente dalla volontà e dalle sofferenze umane e che è diverso dal flusso temporale percepito dagli uomini.
La prima parte è ambientata al paese, e vi predominano norme e consuetudini, privilegi e pregiudizi tipici della massa priva di un proprio libero arbitrio e dominata da norme esteriori e oppressive che non tengono conto dei sentimenti della persona individualmente presa. L’individuo agisce non in base a quelli che sono i propri bisogni esistenziale, ma alle norme in vigore nella comunità, alle quali ciascuno ubbidisce ciecamente per non essere emarginato. Le norme agiscono sui fatti e sugli individui e determinano lo svolgersi stesso degli eventi, nei quali ciascuno agisce come una marionetta, priva di volontà e di intelligenza.
Solo nel chiuso della propria abitazione (spazio ristretto) si può verificare un certo senso di liberazione da questo senso di oppressione, che viene sempre e comunque affermato negli spazi aperti dominati dalla presenza della massa, come la piazza e la strada. In questo contesto la Chiesa rappresenta sia lo spazio aperto (nel quale tutti possono controllare il comportamento degli altri) sia lo spazio chiuso, come il confessionale, nel quale diventa predominante l’agire libero dell’uomo, anche se non assoluto perchè l’individuo si trova sempre in presenza di un altro individuo, il prete, mediatore tra l’uomo e Dio, e quindi tra l’uomo e la sua coscienza.
In questa prima parte Marta subisce un processo di triplice esclusione:
● 1 - scopre la lettera di Gregorio Alvignani, ed è costretta a rifugiarsi presso i suoi genitori, subendo la condanna del padre che fino alla morte non vorrà più vederla e vivendo una drammatica condizione di amore-odio;
● 2 - dal paese, che sicuro del suo adulterio, in quanto scacciata dal marito, la relega ai margini della società in quanto non ha ubbidito alle sacre regole che la governano, mentre premia Gregorio Alvignani, causa delle sue disgrazie, eleggendolo Deputato al Parlamento;
● 3 - dal Collegio, presso il quale vince un concorso per l’insegnamento con le sue sole forze, che rappresenta la possibilità di risollevarsi dal fango nel quale tutti l’hanno gettata e nel quale tutti vogliono che rimanga.
In questa triplice esclusione l’unica persona che l’accetta e l’aiuta, oltre la madre e la sorella Maria, è Anna Veronica, altra esclusa, che ha commesso veramente il fallo per il quale lei viene condannata innocente.
La seconda parte si svolge a Palermo, sia in presenza di altre norme che regolano l’esistenza della massa, anche se molti elementi sono in comune, sia in assenza della conoscenza del fatto che interessa Marta, che viene vista dagli altri in modo innocente, come se nulla fosse successo, e vi predomina lo spazio chiuso: il Collegio, la casa di Gregorio Alvignani, la casa di Fana Pentàgora, la casa della follia delle due vecchie di Matteo Falcone. Gli spazi aperti restano lontani come in un sogno, belli nella loro irraggiungibilità.
Nella prima parte è egualmente importante sia la presenza degli spazi aperti che di quelli chiusi.
Negli spazi aperti agisce la massa: la festa del paese, la processione con il barbaro insulto alle tre donne (facendo ad arte fermare la statua proprio davanti al loro balcone, sapendo che la gente avrebbe interpretato questa fermata come la volontà di Dio di punire le peccatrici che non si sono pentite dei loro peccati), la folla davanti alla Chiesa con la mescolanza di sacro e profano.
Negli spazi chiusi si consuma il dramma dei protagonisti: la solitudine delle donne (Marta, Maria, la madre); la morte di Francesco Ajala; il tragico parto di Marta e la morte del nascituro; la malattia di Marta; la solitudine di Anna Veronica; la presa di coscienza di Marta, davanti al confessionale, che nulla deve confessare, perchè si ritiene innocente:
Di che doveva pentirsi? Che aveva fatto, qual peccato commesso da meritare tutti quei castighi, quelle pene, e l’infamia, la sciagura del padre e del figliuolo, il perpetuo lutto in casa, e forse la miseria, domani?
Accusarsi? Pentirsi? Se male aveva fatto, senza volerlo, per inesperienza, non lo aveva scontato a dismisura? Certo quel sacerdote le avrebbe consigliato d’accettare con amore e con rassegnazione il castigo mandato da Dio. Ma da Dio, proprio? Se Dio era giusto, se Dio vedeva nei cuori... Gli uomini, piuttosto... Strumenti di Dio?"
Man mano che il dramma vissuto da Marta tende a farsi più disperato e senza vie d’uscita, lo spazio chiuso sembra restringersi sempre di più: le tre donne sono costrette a lasciare la vecchia casa di famiglia e a prendere in affitto una casa più piccola, che aveva l’unico vantaggio di trovarsi vicino a quella di Anna Veronica, l’unica a mantenere rapporti con loro, oppressa dalla stessa emarginazione, o esclusione, per la stessa colpa di Marta, ma veramente commessa.
Uno spazio a parte è rappresentato dal Collegio, nel quale Marta vince il concorso per diventare maestra, senza nessun appoggio; ma il suo posto viene dato ad un’altra. Con la raccomandazione di Gregorio Alvignani, nel frattempo diventato deputato, sollecitato dal Blandino che era venuto a conoscenza di quest’ulteriore ingiustizia ai suoi danni, Marta ottiene una supplenza, ma viene boicottata e per fino offesa dalle allieve che le mancano di rispetto. Il Collegio rappresenta contemporaneamente sia lo spazio aperto (nel quale si consumano le ingiustizie in nome di pretese norme di moralità) che lo spazio chiuso, nel quale si acuisce il dramma di Marta fino all’esclusione totale dalla società nella quale aveva diritto di vivere. È a questo punto che ottiene il trasferimento in un collegio di Palermo, sempre per interessamento di Gregorio Alvignani, che in qualche modo ripara in parte alle ingiustizie subite da Marta, anche se il suo intervento non sarà completamente disinteressato.
Un simbolo importante: il buio
Il tipo di linguaggio, già descritto, è di tipo realistico, in cui mancano sia l’allusività che la possibilità di suggestione. Niente fantasia, ma al centro il fatto così come appare e così come viene vissuto dai personaggi; anche le figure retoriche sono ridotte al minimo: ma la risposta a questa tesi prevederebbe uno studio a parte.
Interessante è invece l’uso di alcuni elementi simbolici, come il buio.
Il buio, che in generale rappresenta il ritorno all’oscurità primordiale, a ciò che non è ancora manifesto o che non potrà manifestarsi, pena la vergogna inflitta dalla comunità; è il ritorno al mistero che nasconde tutto alla visione dell’intelligenza umana e alla luce del giorno e della verità. Nel buio abbiamo:
● in primo luogo la rinuncia a lottare, a vivere subendo l’umiliazione inflitta dall’esterno;
● in secondo luogo la disperazione sul piano spirituale, come conseguenza della distruzione dei valori in cui si aveva cieca fede e di una situazione esistenziale gratificante: questa corruzione della vita all’ottenebrazione spirituale, al dolore, alla tristezza e infine al lutto e alla morte;
● in terzo luogo può diventare fonte e origine della vita: nel buio del grembo materno viene, infatti, fecondata la vita come nel buio della terra germoglia il seme e trovano il loro nutrimento le radici delle piante.
Nel buio comincia e finisce il romanzo, dall’attesa in casa della famiglia Pentàgora che arrivi Rocco a un’altra attesa, ben più drammatica, in una povera e desolata casa di Palermo, consumata fra l’agonia di Fana Pentàgora, madre di Rocco, anche lei scacciata di casa come Marta, e le drammatiche spiegazioni fra i due coniugi su ciò che era successo e sulle conseguenze che ne erano derivate, con un tocco romanticamente tragico: la moribonda stringe fra le sue le mani del figlio e della nuora unendo non solo i due giovani ma anche i due drammi, il suo e quello di Marta.
Nel buio avvengono gli episodi più dolorosi e le azioni più significative del romanzo: Facciamone un elenco, tenendo presente che i numeri fra parentesi si riferiscono all’edizione Oscar Mondadori del romanzo.
1) Rocco e il tradimento della moglie: la richiesta d’aiuto e lo sconforto:
- "Per la scala, al bujo, Rocco Pentàgora rimase un tratto perplesso, se picchiare all’uscio dell’inglese o a quello più giù d’un altro pigionante, il professor Blandino" - (13)
- E Rocco sentì chiudersi dietro le spalle la porta, piano piano, e restò al bujo, sul pianerottolo, in mezzo alla scala silenziosa, smarrito. Nessuno voleva più saperne, di lui? (20)
... Il bujo, il silenzio, la positura stessa gli strinsero il cuore, gli fecero cader l’animo in un avvilimento profondo. Contrasse il volto e si mise a piangere e a lamentarsi sommessamente (20)
... Si distrasse a guardarlo, e non avvertì al fiammifero che gli si consumava intanto tra le dita; si scottò e, al bujo, gridò più volte (20)
... restò con la lettera in mano e gli occhi sbarrati nel bujo... (20) -
2) Marta nella casa paterna: il dolore per la situazione nuova che scombussola la sua famiglia; il dolore e la solitudine di Francesco Ajala che si rifugia prima nella conceria e poi in una stanza della sua stessa casa; l’attesa dolorosa della moglie:
- L’ombra, poi man mano il bujo avevano invaso la stanza, ove la madre aveva accolto Marta scacciata dal marito. Nel bujo, la suppellettile di vetro su la tavola, già apparecchiata per la cena prima dell’arrivo di Marta, ritraeva dalla strada qualche filo di luce (21)
- In mezzo al bujo androne, l’Ajala, con le mani intrecciate dietro la nuca, le braccia strette intorno alla testa, s’era messo a guardare la grande porta a vetri, in fondo, cieca nel blando chiaror lunare. Si voltò, sentendo nel bujo piangere la moglie; le venne incontro con le pugna serrate, ruggendo con scherno... (25)
- Andò sù per chiudere il balcone rimasto aperto. La moglie attese un pezzo, nel bujo dell’androne;
poi, vedendolo tardare, salì anche lei. Lo trovò con la faccia contro il muro, che piangeva, solo. (cap. III)
- Poco dopo, salì anche lui e andò a chiudersi a chiave in una camera, al bujo; si buttò sul letto, vestito, con la faccia affondata nei guanciali, stringendo con una mano la testata della lettiera. (28)
3) Il dolore di Marta, l’incidente a Paolo Sistri:
- Tutto, dunque, doveva finire così? Si doveva rimanere come in prigione, in quell’afa, in quel bujo, in quel lutto, quasi che il mondo fosse crollato? (36)
- Perché se ne sta lì rinchiuso? Non per nulla s’è chiuso al bujo: così, come un cieco, mi condanna... (44).
- Così grida Marta alla madre (fine cap. V) parlando del padre
- Nella camera al bujo giaceva Francesco Ajala, bocconi sul pavimento, con un braccio proteso, l’altro storto sotto il petto. (47)... In quell’ombra, in quel bujo delle altre stanze, il padre era scomparso. (51)
- In una stanza della concerìa, al bujo, qualcuno (e forse a bella posta!) s’era dimenticato di richiudere la... come si chiama? sì... la... la caditoja, ecco, su l’assito, ed egli, passando, patapùmfete! giù: aveva ruzzolato la... la come si chiama di legno... la scala della cateratta, già! Per miracolo non era morto. (51) Paolo Sistri cade e si ferisce alla testa.
4) l’atroce beffa dei pescatori;
- I pescatori... - disse Maria, quasi tra sé, in un sospiro, nel bujo della camera. (63) ...
- Rimasero con gli occhi aperti nel bujo, e a ciascuna passò innanzi alla mente la visione di quegli energumeni giù per la via, tra il fumo e le fiamme sanguigne delle torce a vento squassate, vestiti di bianco, in camicia e mutande, coi piedi scalzi, una fascia rossa alla vita, un fazzoletto giallo legato intorno al capo. (64)
5) Marta a Palermo:
- Nel bujo, raggomitolata sotto le coperte, volle raccogliere le idee, ma non poté precisarne alcuna contro il marito. (135)
6) La rottura del rapporto tra Marta e l’Alvignani:
- Poco dopo, Gregorio Alvignani, aprendo l’uscio della camera da letto quasi al bujo, si sentì sul volto queste due parole, come due schiaffi: - Vile! vile! (170)
7) Il pensiero del suicidio, come atto riparatore e liberatore:
- Ma l’immagine dell’attuazione la riempiva ancora d’orrore, le dava quasi la vertigine. Contro la tenebra invadente, tremava ancora in lei un barlume di speranza: che ella cioè non fosse davvero nello stato, in cui, purtroppo, per tanti segni, aveva argomento di temere che fosse. Questo barlume di speranza apriva nel bujo orrendo una pallida via d’uscita, l’unica. Ah, con quale impeto avrebbe voluto slanciarvisi! Trattenuta, come sotto un incubo, forzava gli occhi a scrutare questa via solitaria, lontana dall’Alvignani, lontana dal marito; e anelava, e spiava nello stesso tempo in sé, nel suo corpo, qualche accenno che le désse cagione di sperare. (178)
- Ma che riflettere? Aspettare che quel barlume di speranza smorisse di giorno in giorno e il bujo e il vuoto s’estendessero vieppiù, dentro e intorno a lei. (181)
8) Marta chiamata al capezzale della vecchia Fana Pentàgora:
- Marta, invece, cercando il cappellino e lo scialle nella camera al bujo, pensava tra sé: «Sarà una vittima anche lei. Voglio vederla, conoscerla...».(189) ...
- Appena fuori su la via, Marta sentì la straordinaria furia del vento che ruggiva per la strada, come se volesse portarsi via tutte le case. Guardò in alto, il cielo sconvolto, corso da enormi nuvole squarciate, tra cui la luna, scoprendosi di tratto in tratto, pareva fuggisse impaurita, precipitosamente. La via era quasi al bujo: alcuni fanali erano stati spenti dal vento, che sul poggetto del Papireto aveva anche spezzato un albero e gli altri agitava, storceva. (190) ... Ma anche don Fifo sparve nel turbine delle foglie, nel bujo. (190: Fifo perde il cappello volato via nel vento)
9) La casa di Fana Pentàgora:
- Salirono la scala erta e stretta al bujo, fino all’ultimo piano. (191) ... Le tre stanze, che componevano la miserrima dimora della moribonda, erano invase dal vento che aveva sforzato le imposte e rotto i vetri. La candela nella camera da letto s’era spenta, e nel bujo rantolava spaventata Fana Pentàgora. (191) ...
- E i fiammiferi? - esclamò donna Maria Rosa. - Ce l’ha Fifo che corre dietro al cappello e lascia noi qua al bujo, nell’imbarazzo. Ah che uomo! Tutto l’opposto, certe volte, di suo fratello, sant’anima! (191) ...
- Uno zolfanello acceso, riparato da una mano, si moveva nel bujo, come un fuoco fatuo. (192) ... - Il lume moriva sul tavolino lì accanto. Le ombre dei due dormenti s’ingrandivano e balzavano di tratto in tratto al singultare della fiammella, su la parete. Marta ebbe paura del bujo imminente e si alzò per svegliare la Juè. (196) ... Un gallo, infatti, cantò poco dopo nel silenzio. Marta, involta nel bujo, tese l’orecchio. Un altro gallo rispose da più lontano, all’appello; poi un terzo, ancora da più lontano. Ma non appariva indizio di luce attraverso le fessure delle imposte. (196) ...
10) L’angoscia di Rocco Pentàgora; la morte di Fana Pentàgora:
- Intuiva, sentiva, che in quel momento egli risaliva angosciosamente col pensiero agli anni passati, assalito in quel bujo dalle memorie e dai rimorsi... (205) ... Marta, impaurita da un gorgoglìo lungo, strano, raschioso nella gola della moribonda, levò la faccia sconvolta, guardò perplessa la Juè, poi risolutamente si recò fino alla soglia dell’altra stanza, e chiamò nel bujo: - Vieni... vieni... muore... (205)
Sempre nel buio dell’appartamento di Fana, durante l’agonia della donna, avviene la riappacificazione tra Marta e Rocco, la ricomposizione di un cerchio spezzato da un sospetto.
Come contrapposizione al buio abbiamo la luce, e a questo proposito ricordiamo almeno l’incontro tra Marta e l’Alvignani a Palermo:
- L’aria s’era come infiammata intorno ai loro corpi, s’era fatta avvolgente, e vietava ogni percezione della vita circostante; gli occhi non iscorgevano più alcun oggetto, gli orecchi non accoglievano più alcun suono. (152) ...
- la luce del sole metteva sul giallo della polvere come un fervore d’innumerevoli scintille che accecavano, e per cui pareva fervesse sotto i loro piedi anche la terra. Il cielo era d’un azzurro intenso, immacolato. (153) ...
- Lo spettacolo era veramente magnifico. La grande chiostra dei monti incombeva maestosa e fosca sotto il cielo fulgidissimo. Le schiene poderose si disegnavano con tagli d’ombra netti. E Morreale pareva là un candido armento pascolante a mezza costa; e, sotto, la campagna sparsa di bianche casette si stendeva oscurata dall’ombra dei monti. (154-5)
- Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolo, tanto vasto e lucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la città, distesa immensa di tetti, di cupole, di campanili, tra cui, gigantesca, la mole del Teatro Massimo, si offerse a gli occhi di Marta, e il mare sterminato in fondo, riscintillante al sole, sotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente. (155)
L’incontro tra i due è ambientato in uno dei pochi momenti di luce del romanzo, come a significare che Marta si aspettava dalla vicinanza di quell’uomo non tanto un nuovo amore, quanto la possibilità di dare un nuovo significato alla sua vita. Ma il sentimento di Alvignani è debole, non può reggere il confronto con un personaggio femminile così profondo e tragico.
L’ultima parte del romanzo è dominata proprio dal buio, con un violento temporale che verso sera si abbatte su Palermo e fa scendere il buio prima del tempo; poi l’arrivo dei Juè, il cammino verso la casa di Fana, la morte della vecchia madre di Rocco, anche lei scacciata e abbandonata per un presunto tradimento e infine, dopo il pensiero fisso del suicidio, la riappacificazione, la veglia funebre insieme: ora il buio non farà più paura.
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