da
Liber Liber
Una gaja casetta in via del Papireto,
all'ultimo piano, ariosa: quattro lucide stanzette, col pavimento di mattoni di
Valenza, con carta da parato un po' sbiadita, sì, ma senza strappi e di tinta
gentile.
La meno angusta sarebbe servita per la
signora Agata e per Maria, che dormivano insieme; quella attigua, per Marta; da
letto e da studio: vi si sarebbe adattata volentieri in grazia del balcone che
dava su la via del Papireto; le altre due, sala da pranzo e salotto, da metter
sù, per bene, col tempo.
Delizia della casa, un terrazzo, la
cui balaustrata a pilastrini pareva, a guardarla dalla via, una corona che
cingesse l'edificio.
Quanti fiori vi avrebbe coltivati
Maria!
Marta aveva trovato questa casa, guidata da un lontano ricordo.
Il padre, nel condurla a Palermo tanti
anni addietro, aveva voluto mostrarle il luogo ove da giovane aveva combattuto,
il giorno stesso dell'entrata di Garibaldi. Lì, all'imboccatura di quella via, egli, in compagnia
d'altri due volontarii, sparava contro una nuvola di fumo che partiva da lontane
case di fronte, ove s'erano appiattate le soldatesche borboniche.
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Uno dopo
l'altro, i due compagni eran caduti: egli seguitava a far fuoco, quasi
aspettando che un'altra palla venisse per lui. A un tratto, s'era sentito
battere leggermente a una spalla, e dir così:
- Giovanotto, levatevi di qua: siete troppo esposto.
Si era voltato, e aveva veduto Lui, Garibaldi, tutto impolverato, calmo, con le
ciglia aggrottate, il quale, scostandolo, si era esposto, senza nemmeno
pensarci, al posto che aveva stimato pericoloso per un semplice volontario.
Marta aveva voluto, a sua volta, condurre la madre e la sorella a quella via,
per indicar loro il |
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posto. Per caso, alzando gli occhi, aveva scorto un cartello con l'appigionasi
giusto lì, al portoncino su l'imboccatura del vicolo. E avevano preso a pigione
quella casa per memoria del padre, quasi perché il padre stesso ve le aveva
condotte.?
Maria, con quel ricordo nell'anima, vi si sentiva meno sola e come protetta.
Riassettatesi alquanto, dopo il trambusto,
cominciarono tutte e tre a provvedere ai primi bisogni della nuova dimora. Le
poche masserizie scampate alla rovina non bastavano più: poveri, malinconici
avanzi di naufragio, a cui pur tanti ricordi s'aggrappavano.
Uscivano di casa insieme per qualche compera, senza saper dapprima dove
dirigersi.
Si fermavano a guardare nelle vetrine di questo o di quel negozio, fuggendo la
tentazione di entrare nei più ricchi. Smarrite per le vie della città, tra tanta
gente ignota e il moto e il frastuono continui, provavano, nello smarrimento, un
certo sollievo: nessuno lì le conosceva; potevano andare di qua, di là,
indugiarsi a guardare a loro agio, liberamente, senza attirare gli sguardi
maligni della gente. A Marta dava segreto fastidio l'ammirazione che suscitava
nei passanti. Talvolta, per essere meno notata, usciva di casa senza rifarsi a
modo i capelli.
- Così, così... diceva a Maria, appuntandosi il cappellino e ravviandosi poi
appena appena, in fretta, le ciocche su la fronte.
Ma s'accorgeva, pur senza volerlo, che quel po' di disordine cresceva grazia
alla sua figura: fuggevolmente glielo diceva lo specchio, glielo ripetevano poi
gli sguardi dei passanti e le vetrine delle botteghe.
Al Collegio Nuovo, intanto, era stata accolta con benevolenza dalla vecchia
Direttrice, vera signora piena di garbo e di gusto, degna di presiedere a quel
regio Educandato, ov'era accolto il fiore dell'aristocrazia e del censo.
I modi e la figura di Marta attirarono subito l'attenzione della vecchia
Direttrice, la quale non volle nascondere alla signora Agata il gradimento di
avere per maestra «una bella figliuola» come quella. Tutto nella vita, su la
terra, per la vecchia signora linda, curata, abbigliata con squisita eleganza,
era fatto per la gioventù e per far sospirare i poveri vecchi. E dicendo ciò
sorrideva: ma chi sa da qual fondo d'amarezza affiorava quel sorriso. Da
vecchia, ella ormai non era brutta, anche perché si dimostrava così affabile e
buona; ma da giovane non aveva dovuto esser bella. Tanto maggior merito, dunque,
per la sua bontà.
Diede a Marta, con quell'amorevolezza semplice che rassicura, notizia del
Collegio, delle altre insegnanti interne, di tre professori, delle convittrici,
dipingendo tutti con parole festevoli; parlò dell'orario della scuola, parlò un
po' di tutto; e finalmente accordò a Marta quattro giorni di vacanza.
Marta uscì dal Collegio come abbagliata di quell'accoglienza cordiale, che
riferì poi a Maria, lodando tutto: l'edificio del Collegio, il lusso interno,
l'ordine che doveva regnarvi. E dopo il primo giorno di scuola tornò a casa
raggiante anche dell'accoglienza che le avevano fatto le convittrici dopo la
presentazione lusinghiera della Direttrice.
Al lieto umore di Marta rispondevano in quei giorni i primi accenni in terra e
in cielo della rinascente primavera. L'aria era fredda ancora, frizzante nel
mattino, quand'ella si recava al Collegio; ma era così limpido il cielo e così
puro e saldo quel rigore del tempo che gli occhi erano felici di guardare e il
seno d'allargarsi in larghi respiri. Pareva che l'anima delle cose, serenata
finalmente dalla lieta promessa della stagione, si componesse, obliando, in una
concordia arcana, deliziosa.
E quanta serenità, quale freschezza nello spirito, in quei giorni, e che pace
interiore! Si ridestava in Marta il lucido e gajo senso che, da bambina,
possedeva della vita. Era paga: aveva vinto; sentiva di far bene, e le piaceva
di vivere. Oh che brulichio sommesso avevano le foglie nuove, al levarsi del
sole, quand'ella passava sotto gli alberi di Piazza Vittorio davanti alla Reggia
normanna, e poi sotto quelli del Corso Calatafimi oltre Porta Nuova. La chiostra
dei monti pareva respirasse nel tenero azzurro del cielo, come se quei monti non
fossero di dura pietra.
E andando così, senza fretta, Marta pensava alle lezioni da impartire, e dal
benessere che sentiva, non solamente le idee sgorgavano spontanee, ma quasi le
zampillavano le parole che avrebbe dette, i sorrisi con cui le avrebbe
accompagnate. Provava uno stringente bisogno d'essere amata dalle allieve,
eppure indugiava in quell'aria fresca della via per godere poi maggiormente del
calore di quell'amore riverente delle alunne, nella tiepida stanza della scuola.
Davvero, davvero erano passati i lugubri giorni; la primavera davvero ritornava
anche per lei. Non la terra soltanto scoteva le ombre invernali; anch'ella
poteva sottrarsi all'incubo delle tristi memorie.
In casa, anche la madre e Maria parevano a Marta contente, e ne gioiva in fondo
al cuore, con la coscienza ch'esse erano così per lei. Vivevano tutte e tre
l'una per l'altra, schivando ogni ricordo del passato che le riconducesse col
pensiero al paese natale, donde una sola immagine cara veniva: quella di Anna
Veronica, della quale parlavano spesso, rileggendo le lunghe lettere ch'ella
inviava. Così Anna rimaneva ancora la loro unica amica, l'unica compagna in
quella separazione, quasi istintiva ormai, dal mondo.
Degli altri inquilini della casa ricevettero soltanto una visita, che offrì loro
in seguito e per parecchio tempo cagione di molte risa. Si era anche novamente
stabilita in Marta la disposizione a scoprire e a rappresentare il ridicolo
nascosto un po' in fondo a tutte le cose e a tutte le persone, ch'ella rifaceva
negli atteggiamenti e nella voce con straordinaria facoltà imitativa. Le gambe
di don Fifo Juè, l'inquilino del secondo piano, e il suo modo di sedere, la
parlantina e i gesti romantici di sua moglie furono da lei resi con tanta
comicità, che la madre e Maria si tenevano i fianchi dal troppo ridere:
- Basta, Marta, per carità!
Questo don Fifo Juè e la moglie, che si chiamava Maria Rosa, si presentarono
parati di strettissimo lutto, con gli occhi bassi, l'espressione compunta, come
se tornassero allora allora da un accompagnamento funebre.
- Visita di convenienza... siamo gl'inquilini del secondo piano, - dissero con
voce flebile a Maria che, aperta la porta, era rimasta perplessa davanti a quei
due sconosciuti. Ed emisero, con un lamento della gola, un breve sospiro.
Introdotti nel «futuro» salotto, don Fifo, lungo e magro, sedette con le gambe
unite, i piedi congiunti, toccando appena il pavimento con la punta delle
scarpe; le braccia conserte, come un ragazzo in castigo. I suoi pantaloni erano
così stretti, che parevano cuciti su le gambe. Donna Maria Rosa, grassa e
rubiconda, si rialzò su una spalla il lunghissimo e fitto velo di crespo che le
pendeva dal cappello sul volto e, sedendo, trasse un altro sospiro lamentoso.
Erano marito e moglie da tre mesi. Da un anno soltanto era morto il primo marito
di donna Maria Rosa, don Isidoro Juè, detto don Dorò, fratello maggiore di don
Fifo. E donna Maria Rosa, durante la lunga visita, non parlò che del marito
defunto e del suo primo matrimonio, con le lagrime agli occhi e nella voce, come
se don Dorò fosse morto ieri. Don Fifo, immobile, ascoltava con gli occhi bassi
e le braccia conserte quell'eterno elogio funebre del fratello, di cui egli
pareva il sarcofago e la moglie il cenotafio.
Ah, nessuno, nessuno avrebbe saputo ridire tutte le virtù di don Dorò (le veltù
- diceva donna Maria Rosa per parlare in lingua). Ella e don Fifo, mentre Dorò
viveva, si erano data la mano per circondarlo di cure e di rispetto. Egli, Dorò,
era stato la loro guida nella vita, il loro maestro. Marito, moglie e cognato
erano vissuti sempre insieme, un'anima in tre corpi.
- Nella pace degli angeli, signora mia!
E Dorò stesso, con le sue labbra, sant'anima! morendo, aveva balbettato ai due
infelici superstiti: - Fifo, - dice, - ti raccomando Maria Rosa! Consolatevi!
Consolatevi! Seguitate a vivere l'uno per l'altra...
- Ah, signora mia! - proruppe a questo punto donna Maria Rosa già al colmo della
commozione, ricordando quelle parole e asciugandosi gli occhi che erano divenuti
due fontane di lagrime, con un fazzoletto listato di nero. - Noi del resto, -
riprese poco dopo, rassettatasi alquanto e soffiatosi strepitosamente il naso, -
noi, del resto, abbiamo domandato consiglio, signora mia, a tutti i conoscenti,
uno per uno, raccomandando che ci ajutassero con la loro esperienza, che ci
dicessero coscienziosamente ciò che avremmo dovuto fare noi due poveretti
rimasti soli, senza la Sant'anima! La nostra condizione era questa: cognati... e
dovevamo vivere insieme, sotto lo stesso tetto... la gente avrebbe potuto
sparlare... E tutti, tanto buoni, bisogna dire la verità, ci hanno consigliato
di far questo passo, tutti! Siamo entrambi d'una certa età, è vero; ma sa,
signora mia, la maldicenza com'è? dove non può mettere i piedi, mette le
scale... E in questa città poi...
- Oh, da per tutto! - sospirò la signora Agata.
- Da per tutto, da per tutto, dice bene, signora mia... Così, ci siamo sposati
ch'è poco... Abbiamo dovuto aspettare i nove mesi prescritti dalla legge, benché
per me, sa, non ci fosse pericolo, come volevo far notare ai signori del
Municipio: figli, niente; Dio non m'ha voluto consolare; Dorò malaticcio sempre
e deboluccio, signora mia... Basta, ci siamo sposati.
Don Fifo pareva tutto appiccicato, e che, movendosi a parlare, si spiccicasse
tutto: le labbra, la lingua, le palpebre, le pinne del naso. Soltanto le gambe
gli restavano appiccicate l'una all'altra. Ma, in fin dei conti, non parlò
molto. A un certo pulito, ruppe in questa esclamazione:
- Ah, dolori, signora, dolori! Cristo solo lo sa!
E per poco Marta e Maria non scoppiarono a ridergli in faccia.
Marta avrebbe voluto rifare tanto alla
madre quanto a Maria la vita comoda e lieta d'una volta, allor che il padre
viveva, e prosperava la concerìa. E non risparmiava sacrifizii e lavoro. Aveva
ottenuto dalla Direttrice del Collegio di dare lezioni particolari alle piccole
convittrici delle classi inferiori; e quel che traeva da queste lezioni e lo
stipendio mensile dava intatto alla madre, a cui proibiva di lamentarsi della
troppa fatica alla quale si sottoponeva giornalmente, senza godere più nulla dei
frutti. Ma la madre s'ingannava. Marta non godeva? O non erano frutti del suo
lavoro la rinata fiducia nella vita tanto della madre quanto della sorella, e la
presente pace? non era premio al suo lavoro il sorriso che ora ritornava
spontaneo alle loro labbra? Avrebbe dato il sangue delle vene per vederle ancora
più contente, per godere della vista d'altri sorrisi su le loro labbra. E in
fondo al cuore si sentiva inebriata della propria generosità, giacché ella
nell'intimo suo non s'era mai acchetata all'offesa che il padre le aveva fatto,
condannandola cecamente e precipitando la famiglia nella miseria.
L'unica passione di Maria pareva la musica? Ebbene, un pianoforte a Maria, quasi
nuovo, da pagare a un tanto al mese. Tenere nella piccola dispensa le derrate
per tutto un mese contribuiva a rendere più quieta e paga la madre? Ebbene,
contenta anche la madre; e la piccola dispensa era sempre ben provvista.
Don Fifo Juè e la moglie salivano qualche sera a tenere compagnia alle tre
donne, e il defunto Dorò continuava a fare le spese della conversazione.
Per loro mezzo Marta venne a sapere che la signora Fana, moglie del Pentàgora,
viveva ancora nella più squallida miseria.
- Noi abbiamo una casa in via Benfratelli, signora mia, - disse una sera donna
Maria Rosa, - e nell'ultimo piano, in due stanzette, abita una povera donna
divisa dal marito. Il marito è un regnicolo delle loro parti... Forse loro lo
conosceranno... si chiama... di', Fifo, ti rammenti?
- Fana: Stefana, - rispose Fifo spiccicandosi.
- No, dico lui, il marito...
- Ah, sì... aspetta, Pentàgono!
Maria rise involontariamente.
- Pentàgora, - corresse la signora Agata, per scusare il riso della figlia.
- Lo conoscono?
Donna Maria Rosa volle sapere che uomo fosse, e parlò a lungo della moglie
infelice... Né Marta né la signora Agata riuscirono a farle cangiar discorso per
quella sera.
Maria s'era ridata con fervore allo studio del pianoforte; e la sera, dopo cena,
sonava, mentre la madre cuciva, e Marta nella stanza attigua correggeva i
còmpiti di scuola.
Così chiusa, non vista dalla madre e dalla sorella, spesso Marta sospendeva
l'ingrato lavoro e, coi gomiti appoggiati sul tavolino e la testa tra le mani,
rimaneva attonita, quasi in un'ansia d'ignota attesa, o s'inteneriva fino alle
lagrime alla patetica musica di Maria. Una profonda malinconia le stringeva la
gola. Non pensava a nulla, e piangeva. Perché? Vago, ignoto dolore, pena
d'indefiniti desiderii... Si sentiva un po' stanca, non di spirito, ma nel
corpo: stanca... Mentre la madre e la sorella lodavano il suo coraggio, la
paragonavano al padre per l'energia, per la volontà; a lei, quelle sere, quasi
non riusciva ingrata la sua amarezza, quell'intenerimento indefinito che la
faceva piangere e quel languore greve a cui abbandonava con triste voluttà le
membra rilassate; la coscienza infine che in quel momento ella si faceva d'esser
debole e donna... No, no: non era forte... E infatti, perché piangeva così? Oh,
via, via: sciocchezze da bambina... E cercava il fazzoletto, scotendosi; e si
rimetteva al lavoro, con nuova lena.
Di questa condizione di spirito di Marta né la madre né Maria s'accorgevano.
Ella si guardava bene dal lasciarla trapelare; cercava anzi con ogni arte di non
venire mai meno al concetto ch'esse si erano formato di lei. Il suo còmpito era
questo, doveva esser questo. E aveva finanche nascosto alla madre una lettera di
Anna Veronica, in cui si parlava a lungo di Rocco, delle furie di costui dopo la
loro partenza, di minacce di nuovi scandali, di pazzie...
Perché affliggere la madre con tali notizie? E Marta aveva risposto ad Anna
Veronica, che ella non si curava né voleva più sentir parlare di colui, prima
sciocco, adesso pazzo; tristo prima e adesso.
Vedeva intanto la madre e la sorella ritornate alle abitudini, alla calma d'una
volta, alla vita semplice e tranquilla di prima; e maggiormente, per forza di
contrasto, sentiva penetrarsi dal convincimento che lei sola era l'esclusa, lei
sola non avrebbe più ritrovato il suo posto, checché facesse; per lei sola non
sarebbe più ritornata la vita d'un tempo. Altra vita: altro cammino... La pace,
la felicità dei suoi, lo studio, la scuola, le alunne: ecco quello che le
restava, ecco la meta del nuovo cammino... - null'altro!
Se ne doleva? No: erano momenti di passeggera tristezza. Dopo la fosca
invernata, durante la quale il colore del tempo s'era accordato coi suoi
pensieri, si ridestava adesso per quella nuova via al gaio sole di primavera, di
cui un raggio era penetrato a frugare, a sommuoverle la torbida posatura di
tanti dolori in fondo al cuore: ed era triste per questo; o era effetto della
lettera di Anna Veronica o della musica di Maria?
Non voleva più curarsi di sé. La madre si era rimessa a pettinarla ogni mattina;
ma lei non voleva che perdesse tanto tempo ad acconciarla.
- Basta, mamma, lascia, così va bene...
E allontanava lo specchietto a bilico che teneva sul tavolino, quasi infastidita
della propria immagine, dello splendore intenso degli occhi, delle labbra
accese. Se poi la madre la costringeva a stare ancora seduta, sotto il pettine,
sbuffava dall'impazienza, diventava irrequieta, smaniosa, come se sottostesse a
una tortura. Perché, a che pro, adesso, tanto studio e tanto amore per la sua
acconciatura? Non intendeva la madre che a lei, adesso, non doveva importare
proprio nulla di comparire più o meno bella?
E un giorno che la madre volle provarle i ricci sulla fronte, non ostante le
vivaci ripulse, terminata l'acconciatura, Marta piangeva.
- Come? Piangi? Perché? - le domandò, sorpresa, la madre.
Marta si sforzò di sorridere, asciugandosi gli occhi.
- Per nulla... Non ci badare...
- Santa figliuola, ma perché? Ti stanno tanto bene...
- No, non voglio... Disfa', disfa'... Sta meglio senza.
Non era una crudeltà incosciente della madre? E intanto, ella, che bambina!
Piangere cos, per nulla, in presenza di lei...
Durante il giorno si mostrò più vivace del solito, per cancellare l'impressione
di quelle lagrime nell'animo della madre.
Provava un turbamento nuovo, un incomprensibile timore, un'apprensione strana,
adesso, nel vedersi sola, senza nessuno accanto, per le vie aperte, tra la gente
che la guardava.
Nessuno, è vero, l'aveva molestata; ma si sentiva ferita da tanti sguardi; le
pareva che tutti la guardassero in modo da farla arrossire; e andava impacciata,
a capo chino, mentre gli orecchi le ronzavano e il cuore le batteva forte.
Perché? E come mai, tutt'a un tratto, la sua presenza di spirito s'era rintanata
così in quello sciocco timore? di che temeva? non aveva tante volte riso di
certe zitellone che avevano ritegno a uscire sole per la città paventando a ogni
passo un attentato al loro pudore?
Pure, appena entrata nel Collegio, si rinfrancava. E la presenza di spirito le
ritornava di fronte ai tre professori, che spesso trovava in sala, e coi quali
scambiava qualche parola, prima che ciascuno si recasse a impartire la propria
lezione nelle varie classi.
S'era accorta che due di essi intendevano farle velatamente, e ciascuno a suo
modo, la corte. E non che temerne, ne rideva tra sé; fingeva di non accorgersi
proprio di nulla, e pigliava a goderseli segretamente, notando il vario effetto
che il suo contegno produceva in quei due.
Il professor Mormoni, Pompeo Emanuele Mormoni, autore di ben quattordici volumi
in ottavo di Storia Siciliana, con appendice dei nomi e dei fatti più
memorabili, con date e luoghi, alto, grasso, bruno, dai grand'occhi neri e dal
gran pizzo qua e là appena brizzolato come i capelli, dignitoso sempre nella sua
napoleona e col cappello a stajo, si gonfiava dal dispetto come un tacchino e,
così gonfio, pareva volesse dire a Marta: «Oh, sai, carina? se tu non ti curi di
me, neanch'io di te: non t'illudere!». Ma se ne curava, invece, e come! e
quanto! Certi momenti pareva fosse lì lì per scoppiare. Aveva finanche perduto,
sedendo, i suoi atteggiamenti monumentali, per cui tutte le seggiole diventavano
quasi tanti piedistalli per lui: «scolpitemi così!».
Marta di tanto in tanto sentiva scricchiolare la seggiola, su cui il Mormoni
stava seduto, e tratteneva a stento un sorriso. Tutte le seggiole della sala
d'aspetto, da un mese a quella parte, erano sfilate; a una era saltata la
cartella, a un'altra qualche stecca.
Attilio Nusco, l'altro insegnante, chiamato comunemente nel Collegio il
professoricchio, era al contrario fino fino, piccolo, gracile, timido, tutto
vibrante, tutto impacciato. Povero Nusco, come se diffidasse di trovare il suo
posticino nella vita, pareva che con lo sguardo, coi sorrisi, con gl'inchini
frettolosi della miserrima personcina, volesse accaparrarsi il favore degli
altri, per non essere cacciato via. E occupava, sedendo, il minor posto
possibile (scusi! scusi!); parlando, la voce gli tremava; non contraddiceva mai
nessuno; era come imbarazzato sempre dall'eccessiva sua compitezza. Avrebbe
voluto pesare su gli altri meno che un fuscellino di paglia. E intanto, il
cuore... Ah, quella Marta: non s'accorgeva proprio di nulla?
Il poveretto si provava man mano a uscire un tantino dalla propria timidezza,
come dalla tana una lucertolina insidiata: prima la punta del musetto; poi un
altro tantino, fino agli occhi; poi tutta la testina, quasi aspettando d'esser
colta dal cappio alla posta.
Si era spinto a temerità inaudite: fino a domandare a Marta, sudando: - Sente
freddo stamani? -. Portava a scuola qualche primo fiore della stagione; ne
rigirava il gambo tra le gracili dita irrequiete; ma non ardiva offrirlo.
Marta notava tutto ciò, e ne rideva.
Un giorno egli volle dimenticarsi il fiore sul tavolino della sala d'aspetto:
dopo un'ora, vi ridiscese: il fiore non c'era più. Ah, finalmente! Marta aveva
capito e se l'era preso... Ma, ridisceso in sala dopo l'altra ora, disinganno
crudele: il fiore era all'occhiello della napoleona di Pompeo Emanuele.
- Ciao, cardellino! Ciao, violetto mammolo!
Eppure il Nusco non era uno sciocco: laureato in lettere, giovanissimo ancora,
occupava per concorso il posto di professore d'italiano al liceo e insegnava
anche per incarico nel Collegio Nuovo; scriveva poi in versi con gusto e
gentilezza non comuni.
Marta lo sapeva; ma che volevano da lei tanto il Nusco quanto il Mormoni?
Il terzo professore pareva non si fosse ancora accorto della presenza di lei. Si
chiamava Matteo Falcone; insegnava disegno. Pompeo Emanuele Mormoni lo chiamava
l'istrice e, da imperatore romano, lo avrebbe condannato ad purgationem
cloacarum.
Era veramente d'una bruttezza mostruosa, e aveva di essa coscienza, peggio anzi:
un tragico invasamento. Sempre cupo, raffagottato, non levava mai gli occhi in
faccia a nessuno, forse per non scorgervi il ribrezzo che la sua figura destava;
rispondeva con brevi grugniti, a testa bassa e insaccato nelle spalle. I
lineamenti del suo volto parevano scontorti dalla rabbiosa contrazione che gli
dava la fissazione della propria mostruosità. Per colmo di sciagura aveva anche
i piedi sbiechi, deformi entro le scarpe adattate alla meglio per farlo andare.
Il Mormoni e il Nusco erano già avvezzi ai modi di lui, più d'orso che d'uomo, e
non ne facevano più caso; Marta, nei primi giorni, ne fu urtata, non ostanti le
prevenzioni della Direttrice. In fondo in fondo, mentr'ella non badava alle
smorfie e ai lezii degli altri due, se non per riderne, provava una certa stizza
per la noncuranza quasi sprezzante di quel terzo per lei affatto innocuo.
In quel po' di tempo che si tratteneva in sala, aspettando l'ora precisa della
lezione, egli s'immergeva nella lettura d'un giornale, senza badare a nessuno.
Spesso Marta volgeva uno sguardo fuggevole alla fronte di quell'uomo sempre
contratta, e poi si dava a immaginare che sorta di pensieri sotto tal fronte
dovesse albergare quel testone ispido: - sciocchi, no, certamente; ma forse
brutali.
Una sola volta aveva udito la voce di lui, e fu una mattina, in cui, avendole il
Mormoni accennato con gli occhi l'istrice sprofondato al solito nella lettura
del giornale, ella, per non condividere l'ironia ch'era in quell'accenno e per
fare stizza al «grand'uomo», si lasciò sfuggire dalle labbra inconsultamente:
- Buon giorno, professor Falcone.
- Riverisco, - grugnì in risposta colui, senza levare gli occhi dal giornale.
Un'altra mattina, Marta, entrando in sala, fu molto sorpresa di trovarvi accesa
una disputa tra il Falcone e il Nusco. Questi, col volto infiammato, un sorriso
nervoso su le labbra e le mani tremolanti, cercava di far valere la propria
opinione con molti sarà, ma... investiti dalla dura voce del Falcone, il quale
senza dar retta all'avversario seguitava a parlare con gli occhi al giornale
spiegato davanti. Il Mormoni ascoltava in uno dei suoi atteggiamenti
monumentali, non degnando di una parola quelle «scempiataggini».
Il Falcone s'era scagliato contro quei letterati che inacidivano i loro versi e
le loro prose d'una certa ironia, mentre poi in fondo rimanevano ossequentissimi
alle opinioni imperanti nella società.
- Le opinioni sono false? Le credete ingiuste e dannose? Ribellatevi, perdio,
invece di scherzarci sù, di farvi sù sgambetti e smorfie, camuffando l'anima da
pagliaccio! No: voi da un canto piegate il collo al giogo, e deridete dall'altro
la vostra supinità. È arte da tristi buffoni!
- Sarà, ma... - ripeteva il Nusco. E avrebbe voluto osservare come anche il
ridicolo fosse un'arma, e che il Dickens, Heine... Ma il Falcone non lo lasciava
dire:
- Tristi buffoni! Tristi buffoni!
- Sentiamo la signora Ajala, - propose il Mormoni con un gesto consentaneo alla
magnificenza dell'atteggiamento.
- La donna per sua natura è conservatrice, - sentenziò bruscamente il Falcone.
- Conservatrice? Per me, ferro e fuoco! - esclamò Marta con tale espressione,
che il Falcone alzò gli occhi a guardarla per la prima volta in faccia.
Marta rimase profondamente turbata da quegli occhi che illuminarono un volto
affatto nuovo, occhi d'una belva sconosciuta, intelligentissimi.
Un'altra mattina, poco tempo dopo, il Falcone entrò in sala d'aspetto col
cappello ammaccato e impolverato, la falda rotta sul davanti, il naso
sgraffiato, pallidissimo in volto e pur con un tristo sorriso che gli si
storceva sulle labbra in orribile smorfia; strappata la giacca sul petto e
anch'essa impolverata.
- Che le è accaduto, professore? - esclamò il Mormoni, vedendolo in quello
stato.
Marta e il Nusco si voltarono a guardarlo con paurosa maraviglia.
- Una lite?
- No, niente... - rispose il Falcone, con voce tremante, ma con la smorfia del
riso ancora su le labbra. - Mi trovavo a passare sotto la chiesa di Santa
Caterina da tre anni puntellata... Questa mattina santa madre chiesa aspettava
proprio me per rovesciarmi addosso un pezzo del suo cornicione.
Marta, il Nusco, il Mormoni allibirono.
- Sì... - continuò il Falcone. - Mi è caduto addosso proprio così: a radermi il
corpo... E intanto - (aggiunse con un ghigno atroce, accennando i piedi sbiechi
deformi) - ammirate la provvida natura! Lei, Nusco, a quest'ora non ce li
avrebbe avuti più codesti piedini da ballerino. Invece io, i miei, ce l'ho
ancora, e m'arrabatto!
Così dicendo, s'avviò per la lezione.
Parve quella veramente al Falcone una tremenda risposta della «provvida natura»
a tutte le imprecazioni ch'egli le aveva scagliate a causa della propria
deformità? Sentì veramente come una voce che gli avesse detto: «Lodami dei piedi
che t'ho dati»?
Certo, da quel giorno, cominciò a poco a poco a uscire dalla cupezza abituale. O
non piuttosto operava il miracolo la presenza di Marta?
Questo era il sospetto del Mormoni.
- Perché, vedi, - diceva al Nusco, - noi due, è vero, adesso ci saluta pure; ma
grugnisce come prima; non ci dice: «Ossequio, signor Nusco!» con la stessa voce
per dir così domenicale, con cui dice: «Ossequio, signora Ajala!». Morbidezza
setolosa, capisco, ma... E poi, hai notato? Colletti nuovi, oh! , come usano
adesso, abito nuovo! cappello nuovo! Evviva il cornicione di Santa Caterina.
Né l'uno né l'altro potevano seriamente ingelosirsi del Falcone, il quale faceva
loro finanche pietà, via! Ma né il Mormoni s'ingelosiva del Nusco, né questi del
Mormoni. Per il Nusco il gran Pompeo Emanuele era troppo grosso, troppo sciocco,
ed egli aveva troppa stima dell'ingegno di Marta da temerlo; il Mormoni invece
aveva troppa stima del gusto di Marta da temere il piccolo Attilio con
quell'animella sempre spaventata. Così, tutti e due s'appajavano per commiserare
«il povero Falcone» e segretamente poi si commiseravano l'un l'altro.
Intanto, la scoperta di quell'animo nuovo del Falcone verso di lei produsse a
Marta ribrezzo e timore insieme. Sapeva e sentiva di non poter ridersi di lui,
come degli altri due. La bruttezza di quell'infelice pur così sdegnoso le
destava pietà e le incuteva orrore a un tempo. Probabilmente colui non aveva mai
amato alcuna donna.
Se Marta pensava che il Falcone, non ostante la coscienza della propria
deformità, poteva pretendere amore da lei, si sentiva offesa e sdegnata; ma
d'altro canto intendeva che quella passione, forse la prima germogliata in quel
cuore, poteva essere così forte da vincere e ottenebrare quella coscienza
stessa, per quanto tragicamente invasata.
Ma un pensiero la rassicurava, che cioè non aveva fatto nulla, proprio nulla,
perché quest'affetto mostruoso nascesse.
Ora, quasi ogni giorno sul tramonto, vedeva il Falcone passare per la via del
Papireto e alzare gli occhi al balcone della sua stanza. Il primo giorno, volle
mostrarlo a Maria; non s'aspettava ch'egli dovesse alzare il capo a guardare.
- Guarda qua? Come mai?
Così ebbe la prima prova di quell'amore, a cui già per tanti segni men chiari
non aveva saputo né voluto prestar fede. D'allora in poi, non si lasciò più
scorgere dietro la vetrata; ma di nascosto vedeva il Falcone ripassare ogni
giorno e guardare in alto, due, tre volte.
Adesso, dopo i sogni della notte gravi d'incubi e di visioni strane, agitati da
continue smanie; dopo il duro urto nel riaprire gli occhi stanchi alla realtà
nuda e monotona della sua esistenza, in mezzo a quel rifiorire fascinoso della
stagione; ogni mattina l'apprensione di sentirsi sola le cresceva; i nervi le
vibravano, andando, quasi fosse sotto l'imminenza d'ignoti pericoli; né sapeva
più rinfrancarsi appena entrata nel Collegio.
Come contenersi di fronte al Falcone? Mostrargli che si fosse accorta, non
voleva; ma come dissimulare, se ogni mattina era ancora invasa dall'orrore dei
sogni, nei quali la figura del Falcone le appariva quasi sempre e talvolta meno
mostruosa della realtà? A trattarlo come prima, temeva che quella passione non
si nutrisse di qualche lusinga, di qualche inganno pietoso.
Né il Mormoni la divertiva più come nei primi giorni. La sola vista di lui ora
le produceva anzi tal rabbia, che lo avrebbe schiaffeggiato. E stizza e fastidio
le cagionava la timidezza angosciosa del Nusco.
«Lei non mi secchi!» avrebbe voluto gridargli in faccia, sicura di sprofondarlo
con quelle quattro parole un palmo sotterra, dalla vergogna.
Anche lui forse, Attilio Nusco,
nell'intimo suo sentiva la povertà delle proprie maniere, e come dovesse parere
compassionevolmente ridicola la sua invincibile ritrosia; forse se n'adontava e,
non visto, si ribellava contro se stesso, perché tra sé non doveva stimarsi
affatto uno sciocco. Chi sa quant'altri, invece, pensando, stimava egli
sciocchi!
Proprio in quei giorni aveva mandato a stampa su un giornale letterario della
città un sonetto per Marta.
Pompeo Emanuele Mormoni lo aveva scoperto. Il sonetto, veramente, portava un
titolo misterioso: A lei.
«A lei?... A chi? Ci sono tante donne a questo mondo: più delle mosche! Io fo le
viste di non aver capito a chi si riferisca.»
E il giorno dopo, approfittandosi del pudore del Nusco, diede egli stesso il
giornale a Marta, sicuro di farle stizza.
- C'è un sonetto del Nusco: A lei.
- A me? - disse Marta, sorpresa, invermigliandosi.
- No, no: A lei, intitolato così... Ma come s'è fatta rossa! Sono cose che fanno
piacere. Lo legga, glielo lascio... Scappo, perché a momenti piove e sono senza
ombrello. Un saluto, e via, a naso ritto.
Marta ebbe il primo impeto di buttar via il giornale; ma poi lo ritenne, lo
spiegò e lesse:
A lei
Contro il tuo sen, che appena ai dolci intenti
d'amor s'era con vaga ansia levato,
rabbioso groppo di crudeli eventi
la man villana scatenò del fato.
Quei che a te si prostrâr nei dì ridenti,
invan pregando un cenno innamorato,
or contra te pur levansi, irridenti
l'orgoglio antico e il tuo novello stato.
Ma bene io so che ad un amor fedele,
per cui spregiasti ogni men puro amore,
oltre te 'n vai, né t'acerba quel fiele.
Pur nei sorrisi tuoi trema un sospiro
sovente! E sol per questo, entro del cuore,
te, provata e non vinta, amo ed ammiro.
Un furioso rovescio d'acqua venne a percuotere i vetri della sala. Marta levò
gli occhi dal giornale e guardò macchinalmente la finestra.
Erano per lei quei versi? Chi aveva raccontato al Nusco le vicende della sua
vita? E che significava quel verso: Ma bene io so che ad un amor fedele? A quale
amore? Le venne subito in mente l'Alvignani. No, non poteva alludere a lui...
Te, provata e non vinta, amo ed ammiro...
Così riflettendo sul sonetto, non pensava più alla villania del Mormoni, che
gliel'aveva dato a leggere.
Sopravvenne il Falcone. Marta si scosse. L'ombrello? Dove lo aveva lasciato?
Rammentava benissimo di averlo portato con sé da casa, la mattina.
- Che cerca, signora? - le domandò il Falcone.
- L'avrò forse lasciato sù... - disse Marta quasi tra sé. E chiamò la bidella.
- Prenda il mio, - le propose il Falcone. - Non è nuovo, ma può servirle lo
stesso.
Nel dir così, pareva che ingiuriasse. Era più fosco e più nervoso del solito.
Poco dopo la bidella ridiscese: non lo aveva trovato, né in classe, né per il
corridojo. Marta si stizzì, diventò inquieta, perché il Falcone insisteva
duramente nell'offrirle il suo. Pioveva forte, ed ella non poteva permettere che
il Falcone, per lei, si prendesse tutta quell'acqua.
- Allora, se me lo concede, potrei accompagnarla, - disse, cangiandosi in volto,
il Falcone. - Abito adesso su la stessa sua via, un po' più giù. - E aggiunse, a
capo chino, guardandosi i piedi: - Se non si vergogna...
Marta si sentì salire le fiamme al volto; finse di non intendere l'allusione, e
rispose:
- Non mi sono mai curata della gente. Venga, andiamo.
- Dimentica sul tavolino un giornale, - le disse il Falcone, raccogliendolo e
porgendolo.
- Oh grazie; ma, tanto... C'è una poesia del Nusco.
- Imbecillotto! - fischiò tra i denti Matteo Falcone.
«Come farò» pensava Marta, smarrita «a camminargli accanto?»
Sentiva la gioja e l'impaccio ch'egli doveva provare in quel momento; e questo
la turbava e la faceva soffrire così violentemente che, se egli la avesse
toccata appena appena anche senza volerlo, certo da tutto il corpo fremente le
sarebbe scattato un grido acutissimo di ribrezzo.
Prima d'uscire su la via, la portinaja le porse una lettera.
- Per me? - fece Marta, contenta che le si offrisse quel mezzo per nascondere lì
per lì il proprio turbamento. - Permette? - aggiunse, rivolta al Falcone; e
lacerò la busta.
La lettera era d'Anna Veronica. Marta si mise a leggere, avviandosi piano verso
l'uscita. Il Falcone la spiava di sbieco, aombrato. Scorse a un certo punto un
repentino cambiamento sul volto di Marta, un fosco pallore, un corrugarsi
sdegnoso delle ciglia. Erano già sul portone. Marta non leggeva più; guardava la
pioggia che rimbalzava sul fango della via.
- Vogliamo andare? - le disse cupamente, aprendo l'ombrello.
Marta si scosse; ripiegò la lettera e si cacciò sotto l'ombrello.
- Ah, sì, eccomi!... scusi!
Non badava più al contatto, peraltro inevitabile, del braccio col braccio del
Falcone, né notava lo studio penoso di questo per andare più spedito accanto a
lei. Avrebbe voluto fuggire, non più per lui (e il Falcone lo intuiva) ma per
qualche notizia contenuta in quella lettera. Roso dalla gelosia, ormai non si
curava più dei piedi che, nell'andar così di fretta, s'arrabattavano
sovrapponendosi man mano molto più goffamente del solito. Avrebbe voluto gridare
a Marta di chi fosse, che contenesse quella lettera; e intanto la lasciava
sguazzare e inzuppare, temendo che il suo richiamo ad andare più cauta potesse
da lei essere interpretato come un pietoso richiamo ai suoi piedi che,
veramente, non potevano più seguirla in quella corsa e sfangavano orribilmente.
Ansimava, e Marta non lo udiva. Perché, perché fuggiva così?
A un tratto Marta ebbe come un brivido e si contenne, si fermò per un attimo,
quasi per soffocare un grido.
- Che ha? ch'è stato? - le domandò il Falcone, fermandosi.
- Nulla! venga, venga... - gli disse Marta, piano, a capo chino, proseguendo.
Il Falcone si voltò e vide un po' avanti a loro, sul marciapiede a destra, due
signori sotto un ombrello, che guardavano Marta e lui: l'uno terreo in volto e
con piglio fosco, l'altro più alto, magro, straniero all'aspetto e con
un'espressione scioccamente derisoria negli occhi chiari.
Erano Rocco Pentàgora e il signor Madden.
Il Falcone, non ostante il divieto di Marta, appuntò contro quei due gli occhi
da belva.
- Non guardi! non si volti! gl'impose, con rabbia soffocata, Marta.
- Mi dica chi sono quei due! - domandò egli, quasi a voce alta, accennando a
fermarsi di nuovo.
- Stia zitto, le ripeto, e venga con me! - riprese Marta, con lo stesso accento.
- Che diritto ha lei di saperlo?
- Nessun diritto, ma io... lei non sa... - continuò il Falcone con voce che non
pareva più la sua, come se piangesse, ansando, interrompendosi strozzato dalla
commozione, e pur seguitando ad andare quasi di corsa angosciosamente, dietro a
Marta, sotto la pioggia ringagliardita. Le confessava il suo amore, implorando
pietà.
Marta, con l'anima in tumulto, e anche stordita dalla violenza della pioggia,
vedeva fuggire sotto i piedi vorticosamente la strada già mezzo allagata;
correva senza ascoltare, udendo solo confusamente, con insopportabile angoscia,
le affannose parole del Falcone. Alla fine giunse alla porta di casa.
Lì il Falcone si provò a trattenerla per un braccio, scongiurandola di dargli
una risposta.
- Mi lasci! - gli gridò Marta, svincolandosi con uno strappo; e via di corsa sù
per la scala.
Venne ad aprirle Maria.
- Tutta bagnata?
- Sì, vado a cambiarmi!
Si chiuse a chiave. S'abbandonò su una seggiola, premendosi forte, forte, forte
le tempie con le mani, lamentandosi piano, con gli occhi chiusi:
- Oh Dio! oh Dio!
Era in preda alla vertigine: non la camera, ma tuttora la via le girava, le
turbinava davanti agli occhi; sentiva negli orecchi lo scroscio della pioggia;
le parole di quel mostro arrangolato, che le piangeva dietro.
E quei due lì fermi sul marciapiede, alla posta! Ma che volevano da lei tutti
costoro? Per chi la prendevano? E quegli altri due, anche quegli altri due, quel
grosso imbecille, e quel piccolo che le indirizzava pubblicamente i suoi versi?
Ah, e la lettera di Anna? La cercò, la rilesse, saltando ciò che in quel momento
non la interessava.
«Tu sai, cara Marta, come io... Ma da me non è più venuto, dopo quella visita
furiosa, della quale... Dalla famiglia Miracoli, però, da cui si reca spesso il
fratello Niccolino (sposerà Tina Miracoli, dicono in paese), ho saputo ch'egli
stamani è partito per costà. Vuole scoprire, ha detto Niccolino alla fidanzata,
che cosa tu faccia a Palermo, convinto che debba esserci unaforte ragione, un
serio impedimento al tuo ritorno in paese. Tina, benché come ogni altra timorata
ragazza debba far le viste di non capire, pure, dal tono misterioso con cui mi
ha confidato questa notizia, ha lasciato capire a me, invece, che cosa avrei
dovuto intendere per forte ragione e serio impedimento. Figùrati come l'ho
trattata e quello che le ho risposto! Ma lei dice che non sa nulla, che non
crede affatto a queste cose, e che parla solo, dice, per bocca dei Pentàgora.
Prima, tu lo sai, quando la buon'anima di tuo padre viveva, e voi eravate
ricche, la signora Miracoli era la migliore amica di tua madre; adesso, con
questa proposta di matrimonio tra Tina e Niccolino, ella è tutt'una con don
Antonio Pentàgora, il quale, tra parentesi, del matrimonio pare non voglia
sapere. Per tornare a tuo marito, se egli (dice sempre Nicola) scoprirà qualche
cosa, ricorrerà ai tribunali per ottenere la separazione. Ma sono parole d'un
ragazzo dette per boria in presenza dell'innamorata.»
Un altro pugno di fango. La persecuzione ancora, da lontano. Calunnie ancora e
villanie.
Marta si levò da sedere tutta vibrante d'ira e di sdegno, con gli occhi
lampeggianti d'odio.
Innocente, per essersi difesa con inesperienza da una tentazione, non ostante la
prova della sua fedeltà: in compenso, l'infamia; in compenso, la condanna cieca
del padre! e tutte le conseguenze di essa aggiudicate poi come colpe a lei: il
dissesto, la rovina, la miseria, l'avvenire spezzato della sorella; e poi
l'infamia ancora, il pubblico oltraggio d'una folla intera senza pietà, ad una
donna sola, malata, vestita di nero. Aveva voluto vendicarsi nobilmente,
risorgere dall'onta ingiusta col proprio ingegno, con lo studio, col lavoro?
Ebbene, no! Da umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie. E questo, in
premio della vittoria! E amarezze, ingiustizie, e quell'esistenza vuota per sé,
esposta alle brame orrende d'un mostro, ai gracili, timidi desiderii d'un povero
di spirito, alle pettorute vigliaccherie di quell'altro: sassi, spine ovunque,
per quella via lontana dalla vita. Fu scossa da due picchi all'uscio. E la voce
di Maria:
- A tavola, Marta.
La cena, di già? Non s'era ancora svestita. Come cenare, adesso, come
nascondersi alla madre, alla sorella? Si svestì in fretta in furia. Non s'era
neanche tolto il cappellino entrando. Si lavò per rinfrescar gli occhi e la
faccia infiammati.
- Un miele! - diceva Maria, già a tavola, tra il fumo che la avvolgeva dalla
scodella.
E la madre prese a narrarle tutto quello che avevano fatto lei e Maria, durante
quella pioggia improvvisa, sù in terrazzo, per salvare i fiori.
«Crederà adesso che quel mostro sia il
mio amante! N'è capace» pensava Marta, dopo cena, rinchiusa in camera.
E diceva a se stessa proprio così: il mio amante, poiché come tale il marito le
aveva già affibbiato un altro, quell'altro! Ma quanto più obbrobriosa adesso le
sembrava questa parola, riferita al Falcone!
Voleva dunque prendersi una nuova vendetta, esasperato dal disprezzo di lei? La
minaccia era esplicita, nella lettera di Anna Veronica.
Un nuovo scandalo... Ma le prove? Oh Dio, quel mostro... sì, era probabile che
gliele avrebbe offerte quel mostro, le prove, se si fossero incontrati un'altra
volta per via... Qualche scenata... e il nome di lei sù pe' giornali accanto a
quello del Falcone.
Marta si torceva le mani dalla paura, dallo schifo, smaniando senza requie; e a
Maria che, intanto, nella stanza attigua, leggeva sul pianoforte alcuni brani di
vecchia e piana musica, delizia della madre, avrebbe voluto gridare
rabbiosamente che smettesse.
Ah la tranquillità della madre e della sorella, la quiete della casa, la musica,
i discorsi alieni, come la facevano soffrire, in quel momento!
Sì, opera sua; ma nessuno dunque intendeva, nessuno indovinava a prezzo di quale
martirio? Fatta una croce sul passato, non doveva parlarsene più? La madre e la
sorella ne erano uscite; ed ecco una nuova vita, calma e modesta, era
ricominciata per loro. Ma lei? la sua vita, la sua giovinezza dovevano rimanere
sepolte lì, nel passato? Non se ne doveva più parlare? Quel ch'era stato era
stato? Morta? Tutto morto, per lei? Viva solamente per far vivere gli altri? Sì,
sì, se ne sarebbe magari contentata se, esclusa così dalla vita, le avessero
almeno concesso di godere in pace dello spettacolo dolce e quieto di quella
casetta, ch'era come edificata sul sepolcro di lei... Ma che si parlasse almeno
un poco, che si avesse qualche compianto almeno della sua giovinezza morta,
della sua vita spezzata! Era stato pure un delitto spezzarle la vita così, senza
ragione, stroncarle così la giovinezza! Non se ne doveva più parlare?
Un'ombra, e ancora combattuta! perseguitata ancora! Il giorno appresso, certo,
avrebbe riveduto il marito, lì alla posta; avrebbe riveduto il Falcone al
Collegio.
«Se continua a molestarmi, ne parlerò alla Direttrice» pensò improvvisamente
Marta, in un risveglio impetuoso d'energia, e cominciò a svestirsi con le dita
nervose, per mettersi a letto. - E quegli altri due, se non la finiscono, li
metto a posto io! E tu, aspetta, - disse poi, più col fiato che con la voce,
alludendo al marito. Rimboccò la coperta e spense il lume.
Nel bujo, raggomitolata sotto le coperte, volle raccogliere le idee, ma non poté
precisarne alcuna contro il marito. Diceva a se stessa: «Sì, questo per il
Falcone, se séguita... La Direttrice non può soffrirlo, cerca un appiglio
qualunque, per levarselo di torno; gliel'offrirò io...». E ripetendo
meccanicamente queste frasi, cercava quel che avrebbe potuto fare contro il
marito. Nulla, dunque? Non un solo mezzo di vendetta? E, nell'impotenza, sentiva
l'odio quasi fermentare in una rabbia crescente. Poi (benché non avvertisse la
sofferenza fisica della troppa e vana tensione) il cervello, come in un cerchio
di tortura, non sapendo suggerirle il pensiero ch'ella cercava, altri pensieri
in cambio cominciò a presentarle confusamente, che la distraessero. Marta però,
ostinata a trovare quel che cercava, appena sorti, li scacciava. Uno finalmente
riuscì a distrarla: il suo ombrello - sì - adesso rammentava con precisione - lo
aveva appoggiato all'uscio della classe sul corridojo, per appuntarsi meglio il
cappello; sì, e poi se l'era dimenticato lassù... Ah, senza dubbio il Falcone,
passando per il corridojo, lo aveva riconosciuto e nascosto, sì, per poterle
offrire il suo, per aver modo d'accompagnarla... lui, sì, senza dubbio! Perciò
era così inquieto, giù, in sala d'aspetto... Dove aveva potuto nasconderlo?
Poco dopo Marta dormiva.
Si svegliò per tempo, con un forte mal di capo, ma con l'animo tuttavia
sostenuto da un'energia nervosa, che non era più la forza che prima le derivava
dalla sicurezza di sé. Non vedeva l'uscita della sua via; ma sarebbe andata fino
in fondo, a qualunque costo; già in attesa e preparata a scagliarsi contro ogni
nuovo ostacolo che volesse sopraffarla.
Non provò quel giorno nessuna apprensione nell'uscir sola di casa. Dopo la
pioggia del giorno innanzi, il verde degli alberi si era ravvivato quasi
festivamente, e un aspetto festivo pareva avessero anche le case e le vie nella
limpida freschezza dell'aria mattutina.
Con gli occhi, intanto, cercava innanzi a sé, se il marito fosse alle poste;
sentiva che avrebbe avuto il coraggio di passare a testa alta sotto gli occhi di
lui.
«Ma a quest'ora dorme» pensò a un tratto, e un sorriso di scherno le venne alle
labbra, andando. «Non ha mai visto nascere il sole, in vita sua...»
Lo rivide col pensiero, a letto, accanto a lei, pallido, coi radi baffi biondi,
scomposti sulle labbra aride, schiuse.
Distrasse subito la mente da quell'immagine e, poiché si recava al Collegio,
oggetto immediato del suo dispetto diventò il Falcone. Non pensava più, non
badava più alla propria sofferenza.
Che avrebbe fatto, che avrebbe detto, se egli si fosse arrischiato a fare il
minimo accenno alla giornata di jeri?
Non lo sapeva ancora. Vedeva soltanto con straordinaria lucidità la sala
d'aspetto del Collegio, in cui tra poco sarebbe entrata; e già vi entrava col
pensiero; vedeva il Nusco e il Mormoni come spettatori della scena ch'ella
andava a rappresentare là dentro; e il Falcone che l'attendeva, più cupo del
solito.
Era già davanti al portone del Collegio: scese i pochi scalini; entrò.
In sala, nessuno.
Matteo Falcone, quella mattina, non
s'era recato al Collegio.
Se Marta, il giorno avanti, si fosse voltata nel salire, avrebbe avuto forse un
po' di pietà per lui rimasto sul portoncino come impietrito. Certo egli aveva
sperato ch'ella, salendo, gli rivolgesse almeno uno sguardo: poi s'era mosso
sotto la pioggia, quasi barcollando, attirando gli sguardi della gente.
Non aveva provato mai tanto e così feroce odio contro se stesso. Ne ghignava
forte e squassava l'ombrello fin quasi a spezzarne il fusto e borbottava: - Io,
l'amore! Io, l'amore! - e altre parole inintelligibili. E poi, forte, lì in
mezzo alla via, col volto contratto e gli occhi fissi biecamente in faccia a
qualche passante:
- Meno male che non ha riso di me!
Ne rideva lui invece, orribilmente; e la gente si voltava a mirarlo, stupita,
come si guarda un pazzo.
Alla fine, fradicio di pioggia, s'era ridotto a casa.
Abitava, con la madre e una zia, decrepite e stolide entrambe, una vecchia e
vasta casa tutta ingombra di masserizie senza valore, allineate lungo le pareti
e alcune anche rammontate le une su le altre, come in un magazzino di mobilia:
armadii enormi di legno dipinto, tavolini d'ogni forma e d'ogni dimensione,
cassettoni, cassapanche, stipetti, mensole, attaccapanni, seggiole impagliate e
imbottite, dalla stoffa stinta, e poi certi canapè d'antica foggia con due rulli
alla base delle testate.
Le due sorelle, facendo casa comune, dopo la morte dei loro mariti, non avevano
voluto privarsi di nessuna masserizia appartenente alla propria casa maritale:
donde quell'inutile abbondanza: ingombro più che ricchezza.
Nella loro stolidaggine le due vecchie non ricordavano più d'aver avuto marito,
e ciascuna aspettava la morte dell'altra per andare a nozze con un loro sposo
immaginario.
- Perché non muori? - si domandavano contemporaneamente sul muso, ogni qual
volta s'incontravano appoggiate alla spalliera delle seggiole con le quali si
strascinavano a stento per le camere.
Vivevano separate l'una dall'altra, ai lati opposti della casa. E di tanto in
tanto, lungo la giornata e spesso anche durante la notte, l'una domandava
all'altra, facendo un verso lungo e lamentoso:
- Che ora è?
E l'altra invariabilmente rispondeva con voce lunga e cupa:
- Sett'ooòre!
Sempre sett'ore!
A qualche vicina che saliva in casa per ridere alle loro spalle, le due vecchie
consigliavano, levando le braccia e scotendo in aria le mani aggrinzite:
- Maritatevi! Maritatevi!
Pareva non ci fosse per loro altro scampo, altra salvezza nella vita. E sapeva
loro mill'anni che il giorno sospirato delle nozze giungesse alla fine. Ma
l'altra, ahimè, l'altra non voleva morire! E frattanto si facevano acconciare,
parare dalle vicine con gli abiti del loro bel tempo; e le vicine sceglievano
apposta quelli di stoffa più chiara, i più goffi, i più antichi e stridenti con
la vecchiezza delle due povere dissennate; e siccome i corpetti andavano loro
adesso troppo larghi, legavano alla vita a questa un boa spelato, a quella un
gran nastro; e fiori di carta mettevano loro in capo e foglie di cavolo o di
lattuga e capelli finti, e poi cipria in faccia, o imporporavano loro le gote
squallide, cascanti, con uva turca:
- Così! così sembra proprio una ragazzina di quattordici anni!
- Sì, sì... - rispondeva la vecchia, gongolando, ridendo con la bocca sdentata
davanti allo specchio e forzandosi a tener ferma la testa, perché l'edificio di
quella acconciatura non crollasse. - Sì, sì, ma chiudi subito l'uscio! Adesso
egli verrà, e non vorrei che quella lì lo vedesse entrare... Chiudi! chiudi!
Matteo Falcone, rincasando, le trovava spesso così goffamente mascherate,
immobili sotto l'incubo dell'enorme acconciatura.
- Oh mamma!
- Va' di là, va' di là! tua madre è di là! - gli rispondeva stizzita la madre
mascherata. - Io non ho figli! Ventott'anni ho... Non sono maritata...
E così pure gli rispondeva la zia, per cui egli aveva anche rispetto e
compatimento filiale.
- Ventott'anni... Non sono maritata!
Alla zia però sorgeva e pesava tante volte il sospetto, non fosse Matteo
veramente suo figlio; poiché a quando a quando nella memoria ottenebrata le si
ridestava un vago senso del dolore provato tanti e tant'anni addietro per la
perdita dell'unico suo figliuolo.
- Ma come! - le dicevano le vicine. - Se lei non ha mai avuto marito?
- Sì, eppure... eppure Matteo, forse, è figlio mio, - rispondeva la vecchia
sorridendo maliziosamente, con aria di mistero. - forse!
- Ma come?
La vecchia allora attirava per un braccio la vicina e le diceva all'orecchio:
- Per virtù dello Spirito Santo!
E una gran risata.
Quanto aveva contribuito, oltre alla coscienza della propria bruttezza, quel
continuo spettacolo in casa, alla formazione dell'orrendo concetto che il
Falcone aveva della vita e della natura?
Non arrivava a intendere la infelicità che l'anima suol crearsi o coi dubbii o
con la febbre di sapere; la povertà era per lui male comportabile e riparabile;
due sole vere infelicità aveva la vita, per coloro sui quali la natura esercita
la sua feroce ingiustizia: la bruttezza e la vecchiaja, soggette al disprezzo e
allo scherno della bellezza e della gioventù.
Non continuavano forse a vivere per servire di trastullo alle vicine la madre e
la zia? E lui, perché era nato? Perché togliere la ragione e lasciare la vita a
chi per la morte è già maturo?
Era invasato e rivoltato così profondamente da quest'idea, che tante volte si
sentiva spinto da tutto l'essere suo a vendicare le vittime di tanta
ingiustizia: sfregiare la bellezza, sottrarre la vecchiaja all'agonia della
vita. E doveva in certi momenti far violenza a se stesso per resistere
all'impulso del delitto, mentre che lo spirito lucidissimo glielo rappresentava
già visibilmente, come se egli allora lo commettesse. Delitto? No. Riparazione!
E quante volte, distogliendosi con subitaneo sforzo da quest'invasamento
delittuoso e recandosi dalla madre, come per compensarla con esagerate cure del
truce proposito nutrito per un istante contro di lei, non gli avveniva di
vedersi accolto dalle risa della incosciente, che gli diceva:
- Mettiti i piedi giusti!
Credeva la vecchietta ch'egli li tenesse così per capriccio o per farla ridere.
E insisteva, ridendo:
- Mettiti i piedi giusti!
Allora anche lui rideva. Oh diventar pazzo di fronte alla stolidaggine della
madre!
- Sì, ecco, mamma: ora me li aggiusto.
E la vecchia, guardando, rideva degli sforzi di lui, che si raddrizzava i piedi
reggendosi alla parete.
Il giorno della sprezzante ripulsa di Marta, non si recò nemmeno a visitare
nelle loro camere la madre e la zia, come soleva, rincasando; non desinò, non
andò a letto la notte, non si tolse neanche gli abiti inzuppati di pioggia.
Appena ruppe il giorno, uscì per una delle sue lunghe passeggiate, nelle quali,
dopo le crisi più violente, metteva alla tortura i piedi e se stesso.
Montecuccio, il più alto monte della Conca d'oro, era la mèta. Raggiunto il
culmine, lanciava con tutta l'anima uno sputo in direzione della città:
- Io verme, a te vermicajo!
Vi ridiscese, quel giorno, spossato, sfinito, già quasi calmo. Era tardi: a
quell'ora le lezioni al Collegio dovevano essere già terminate. Stimò tuttavia
prudente recarvisi, per scusare l'assenza. In fondo, vi si recava con la
speranza d'incontrare Marta per via.
E infatti la incontrò a pochi passi dal portone del Collegio. Andava lentamente,
leggendo una lettera: un'altra lettera... Chi le scriveva ogni giorno? E com'era
accesa in volto! Quella, senza dubbio, era una lettera d'amore!
Il Falcone n'era così certo, come se gliel'avesse strappata di mano e letta.
Era stato ben questo il primo impeto nel vederla; ma s'era trattenuto: l'aveva
lasciata passare davanti a sé lentamente, per la sua strada, assorta nella dolce
lettura.
«Non m'ha veduto...» fece tra sé. E andò per un'altra via, senza pensare più di
scusare al Collegio la sua assenza.
Entrata nel porticino di casa, Marta,
prima di mettersi a salire la scala, lacerò e disperse in minutissimi pezzi la
lettera veduta dal Falcone. Insieme con la lettera lacerò un biglietto d'invito
a stampa; poi si passò le mani su gli occhi e su le guance infiammate, e stette
un po' perplessa, come se si forzasse a rammentare qualcosa.
Si sentiva pulsare tutte le vene e, in quella momentanea indecisione, l'interno
turbamento cresceva e le offuscava il cervello, quasi inebriandola. Era
com'ebra, difatti, e sorrise inconsciamente col volto acceso e gli occhi
sfavillanti, a piè della scala.
Che aspettava per salire?
La calma esteriore, almeno, perché la madre e la sorella non s'accorgessero di
nulla!
Salì in fretta, come se sperasse di sfuggire con quella corsa al pensiero che la
turbava. Avrebbe mentito in presenza della madre e della sorella, in qualunque
modo, senza preparazione: non mentiva forse ogni giorno per nascondere le
proprie amarezze?
Aveva distrutto la lettera; ma le parole in essa contenute, come se si fossero
ricomposte dai pezzettini di carta sparpagliati, la inseguirono sù per la salita
quasi turbinandole intorno al capo e ronzandole negli orecchi. Le udiva entro di
sé confusamente, non con la voce di chi le aveva scritte, ma con quella che dava
a loro lei, in quel momento: non dolce né carezzevole: voce di rivolta a tutto
quanto le era toccato fin lì di soffrire.
Appena sola in camera, sentì maggiormente quanto fosse per lei angosciosa la
continua menzogna a cui era costretta nella propria casa; e più profondo che mai
sentì il distacco tra lei e la madre e la sorella. Tanto l'una che l'altra, con
la schiva umiltà contegnosa, coi riguardi timorosi e l'apprensione costante di
non dar mai nell'occhio alla gente, erano già rientrate in quel mondo da cui
ella era stata espulsa e condannata senza remissione.
Una ruga nuova le si disegnò su la fronte a quel nuovo moto deciso dell'animo
contro i suoi. Cercò d'arrestarlo, cercò d'impedire che lo scompiglio del
proprio spirito s'aggruppasse in quel sentimento d'odio, che le sorgeva
spontaneo e prepotente per dominare, per soffocare l'inquietudine della sua
coscienza antica.
Ma perché doveva essere una vittima, lei? lei che aveva vinto? Una morta, lei
che faceva vivere? Che aveva fatto, lei, per perdere il diritto alla vita?
Nulla, nulla... E perché soffrire, dunque, l'ingiustizia palese di tutti? Né
l'ingiustizia soltanto: anche gli oltraggi e le calunnie. Né la condanna
ingiusta era riparabile. Chi avrebbe più creduto infatti all'innocenza di lei
dopo quello che il marito e il padre avevano fatto? Nessun compenso dunque alla
guerra patita: era perduta per sempre. L'innocenza, l'innocenza sua stessa le
scottava, le gridava vendetta. E il vendicatore era venuto.
Gregorio Alvignani era venuto. Era a Palermo: le aveva scritto, unendo alla
lettera un biglietto d'invito per la conferenza che il giorno appresso avrebbe
tenuto all'Università nelle ore antimeridiane. «Venga, Marta!» diceva a quel
punto la lettera, ch'ella riteneva a memoria quasi parola per parola: «Venga,
s'accompagni con la Direttrice del Collegio. Vedrà di che luce s'accenderanno le
mie parole, sapendo che lei sarà lì ad ascoltarle.»
No, no. Come andare? Già aveva lacerato il biglietto d'invito. E poi...
Ma lo avrebbe riveduto lo stesso, il giorno dopo. Egli le scriveva che si
sarebbe recato al Collegio per sentire dalle labbra di lei se vi stésse
contenta. Sapeva che ella non gli avrebbe mai scritto, mai manifestato alcun
desiderio; e se ne affliggeva assai nella lettera: e per questo appunto sarebbe
venuto a trovarla.
Perché tremava, ora, così? Si levò in piedi e si rialzò con una mano alteramente
i capelli su la fronte. Aveva il volto infocato, era irrequieta, come se un
impeto di sangue nuovo le fervesse per le vene. Aprì il balcone e guardò il
cielo acceso fulgidamente dal tramonto.
Rimaner fuori per sempre dalla vita? riempire d'ombra e di nebbia quel fulgore?
soffocare gli affetti che già da un pezzo cominciavano a ridestarsi in lei
confusamente, febbrilmente, come ansiosa aspirazione a quell'azzurro, a quel
sole di primavera, a quella letizia di rondini e di fiori; le rondini che
avevano nidificato in capo al balcone; i fiori che la madre aveva sparso un po'
da per tutto nella casa? Non era venuto anche per lei il tempo di rivivere?
«Vivere! vivere!» diceva la lettera dell'Alvignani. «Ecco il grido che mi è
scoppiato dal cuore tra le tante cure inutili e vane e gli intrighi e le noje e
i fastidii, le tristi arti della finzione e la falsità in quel pandemonio della
Capitale. Vivere! vivere! E son fuggito...»
Marta era stata come investita da quella lettera inattesa, ch'era tutta quasi un
inno alla vita. Stretta all'improvviso da una voglia angosciosa di piangere, si
ritrasse subito dal balcone con gli occhi pieni di lagrime e sedette,
nascondendosi il volto con le mani.
La lettera di Gregorio Alvignani era,
come ogni altra manifestazione de' suoi sentimenti, sincera in parte.
Veramente a Roma aveva sentito ciò che nella lettera chiamava «la voce sincera
della nostra natura...».
Il troppo lavoro sedentario, l'attività mentale incessante, la persistenza
prolungata, ininterrotta di sforzi a cui era costretto non solo per sostenere
quella vita signorile ch'era abituato a condurre, ma anche per nutrire,
giustificare e imporre altrui la pronta sua ambizione ai poteri politici; non
compensati dal sonno necessario, dai necessarii riposi intermittenti, lo avevano
alla fine stremato, gli avevano cagionato un gran perturbamento nervoso.
E una mattina, davanti allo specchio, gli era avvenuto di notare il pallore del
volto quasi disfatto, le rughe alla coda degli occhi, la piega triste delle
labbra, i capelli di molto diradati, e se n'era rammaricato profondamente.
Entrato poi nello studio e sedutosi davanti alla scrivania tutt'ingombra di
pesanti incartamenti disposti con ordine, non aveva saputo metter mano al
proseguimento d'alcun lavoro cominciato. Gli s'era imposta così, d'un tratto, la
coscienza della propria incapacità d'agire, e aveva pensato che un lungo riposo
gli era addirittura indispensabile.
In quei giorni, per giunta, era disgustato della guerra bassa e sleale che
alcuni suoi colleghi movevano trivialmente, sia nell'aula del Parlamento, sia
nei giornali, al Ministero, di cui anch'egli era oppositore. L'aggressione di
quei pochi in mala fede minacciava di coinvolgere tutta l'opposizione nel
disgusto, nella nausea della pubblica opinione. Aveva preveduto che la Camera si
sarebbe chiusa tra breve con la proroga della sessione parlamentare. E difatti
la chiusura era avvenuta pochi giorni dopo.
Divisò allora d'allontanarsi da Roma per ricostituire col riposo le forze e
prepararsi così alla prossima lotta. Parlò anche lo specchio ai penosi
sentimenti che lo agitavano. Era già su l'altro declivio della vita: s'era messo
a discendere: temeva di precipitare; sentiva il bisogno d'aggrapparsi a qualche
cosa.
Nella breve carriera parlamentare era stato molto fortunato. S'era messo subito
in vista; aveva suscitato invidie e simpatie, destato serie speranze; s'era
guadagnate preziose amicizie. Ottenuta così, troppo agevolmente, la vittoria, le
immancabili amarezze della politica, molte disillusioni lo avevano afflitto
tanto più in quanto che nessuno intorno a lui aveva intimamente gioito dei suoi
trionfi, come nessuno adesso lo confortava delle amarezze. Era solo.
Fatti in fretta i preparativi della partenza, appena in viaggio, aveva provato
un subitaneo sollievo quasi insperato, come se le nebbie gli si fossero a un
tratto diradate attorno. Ecco il sole! ecco il verde nuovo delle campagne! E il
treno volava. Bevendo a larghi sorsi l'aria mossa, sibilante, dal finestrino
della vettura, aveva già gridato a se stesso, prima che a Marta: «Vivere!
vivere!». E l'esaltazione era cresciuta durante tutto il viaggio. Gli era parso
di vedere il mondo, la vita, quasi sotto un aspetto nuovo: senza flesso, sotto
il sole, nella beatitudine immensa, azzurra e verde del cielo, del mare, della
campagna.
Trovò, pochi giorni dopo l'arrivo a Palermo, la casa che in quel momento gli
conveniva meglio, in una via deserta, fuori Porta Nuova: in via Cuba, lontana
dal centro della città, quasi in campagna.
Era una palazzina d'un sol piano, di signorile aspetto, con un balcone in mezzo
e due finestre per ciascun lato.
- Un paradiso! Non ci si può morire... - gli disse il portinajo nell'aprire il
portoncino sotto il balcone.
Appena attraversato l'androne, Gregorio Alvignani, nel porre il piede sul primo
dei tre scalini d'invito che mettevano in una specie di corte, larga,
ammattonata, cinta di muri e scoperta, sussultò improvvisamente a una strepitosa
volata di colombi, che andarono ad allinearsi in capo ai due muri di cinta,
grugando.
- Quanti colombi!
- Sissignore. Sono del padrone del casino. L'ho in custodia io... Se vossignoria
non li vuole, si portano via.
- No, per me, lasciateli; non mi disturbano.
- Come vuole. Vengo io a dar loro da mangiare, due volte al giorno, e a far
pulizia.
E il vecchio portinajo li chiamò con un suo verso particolare e col frullo delle
dita. Prima uno, poi due insieme, poi tre, poi tutti quanti scesero nella corte
al noto richiamo, tubando, allungando il collo, scotendo le testine per guardare
di traverso.
A sinistra, accostata al muro, esteriormente sorgeva la scala in due brevi
branche molto agevoli. Questa scala a collo, in quella corte, con quei colombi,
dava all'abitazione un'aria villereccia molto modesta e allegra.
- Non c'è soggezione di sorta. Vossignoria può guardare tutt'in giro. Nessun
occhio ci vede qua dentro: solo Dio e le creature dell'aria, - spiegò il vecchio
portinajo.
Salirono a visitare la casa internamente. Erano otto stanze ammobiliate con una
certa pretensione d'eleganza. L'Alvignani ne rimase contento.
- Il signorino ha famiglia?
- No, solo.
- Ah, bene. E allora, se volesse cambiato questo letto a due, con uno piccolo...
I padroni abitano qui a due passi, sul Corso Calatafimi. Se volesse mangiare in
casa, fanno anche pensione. Potrà avere insomma ciò che vorrà.
- Sì, sì, c'intenderemo... - disse l'Alvignani.
- Aspetti: il terrazzo! Deve vederlo: una delizia. Le montagne, signorino mio,
si possono toccare così, con le mani.
Ah sì, sì: quello era il rifugio che ci voleva per lui: lì, al cospetto dei
monti, alla vista della campagna.
Due giorni dopo vi prese alloggio.
- Qua mi riposerò.
Scendendo ogni mattina in città per il Corso Calatafimi, passava davanti al
Collegio Nuovo; guardava il portone, le finestre del vasto edificio; pensava che
Marta era là, e si prometteva che l'avrebbe riveduta, non foss'altro, per
curiosità. Ma bisognava trovar l'occasione. Pensava: «Potrei entrare, anche
adesso; farmi annunziare, vederla e parlarle. No. Così all'improvviso, no. Sarà
meglio prevenirla. Ella non sa neppure ch'io sia qui, tanto vicino a lei. Chi sa
come la ritroverò? Forse non sarà più come prima...».
Passava oltre, lieto d'avere ancora un buon tratto di via deserta davanti a sé,
prima d'entrare in città, dove avrebbe senza dubbio incontrato tanti seccatori.
Era profondamente persuaso del proprio valore, della sua importanza; ma intanto,
per ora, l'aria di spigliatezza un po' petulante a cui s'abbandonava lontano da
Roma e dagli affari, modificava a gli occhi altrui piacevolmente quanto
d'assoluto era in quella persuasione.
Non aveva ancora ben definito come avrebbe occupato il tempo del suo soggiorno a
Palermo. In ozio, no: ozio e noja erano per lui sinonimi. E l'ozio inoltre gli
sarebbe riuscito molto pericoloso. Già, da quand'era arrivato, non aveva che un
solo pensiero, o (come diceva) una sola curiosità: rivedere Marta.
«Comprerò qualche libro nuovo di letteratura. Leggerò. Continuerò poi, se me ne
verrà voglia, i miei appunti su l'etica relativa. Basta, vedrò.»
Non voleva fermarsi a lungo sopra alcun pensiero. Il suo spirito sonnecchiava
nel benessere e si ristorava.
«Non si vuol morire; sfido! Anche quando il cervello è annebbiato di pensieri,
il corpo trova tanta ragione di godere: nella mitezza della stagione; in un bel
bagno, d'estate; accanto a un buon foco, d'inverno; dormendo, desinando,
passeggiando. Gode, e non ce lo dice. Quando parliamo noi? quando riflettiamo?
Solamente quando vi siamo costretti da cause avverse; mentre poi in quelle che
ci dànno diletto il nostro spirito riposa e tace. Pare così che il mondo sia
soltanto pieno di mali. Un'ora breve di dolore c'impressiona lungamente; un
giorno sereno passa e non lascia traccia...»
Questa riflessione gli parve giustissima e originale, e sorrise di compiacimento
a se stesso. Ma come trovare l'occasione, il mezzo di rivedere Marta? Per quanto
cercasse di distrarsi, ritornava col pensiero sempre lì; e sempre si ritrovava
intento a escogitare il modo d'ottenere quell'incontro, senza compromissione né
per sé né per lei.
Usciva di casa. E camminando, pensava: «Se potessi vederla almeno per istrada,
prima, senza farmi scorgere. Ma, e se poi s'accorge di me? Dal primo incontro
dipenderà tutto...».
Tutto - che cosa? Gregorio Alvignani rifuggiva dal pensarlo.
«Dal primo incontro dipenderà tutto...»
L'occasione a un tratto gli s'offerse, e gli parve molto propizia. Fu invitato a
tenere una conferenza sopra un soggetto di sua scelta nell'aula magna
dell'Università. Quantunque non avesse con sé che pochi libri e si trovasse
affatto impreparato, pure accettò, dopo essersi lasciato molto pregare. Un
largo, eloquente esame della coscienza moderna lo aveva sempre tentato: aveva
con sé gli appunti per uno studio iniziato e interrotto su le Trasformazioni
future dell'idea morale: se ne sarebbe giovato. Dall'esame della coscienza
intendeva passare all'esame delle varie manifestazioni della vita, e
principalmente di quella artistica. - Arte e coscienza d'oggi - ecco il titolo
della conferenza.
«Le scriverò. La inviterò ad assistere alla conferenza. Così la vedrò, l'avrò
davanti a me, parlando.»
Era sicuro del buon successo che non gli era mai mancato, e lo solleticava molto
il pensiero che Marta lo avrebbe riveduto lì, tra gli applausi d'un numeroso
uditorio.
Tracciò lo schema della conferenza, lo meditò punto per punto, poiché avrebbe
parlato e non letto; e quand'ebbe chiara la linea e intero il concetto,
soddisfatto di sé, scrisse a Marta la lettera d'invito.
Il trionfo oratorio rispose quel giorno alla conferenza, come e forse più che l'Alvignani
stesso non si fosse aspettato; ma non rispose Marta. Egli la cercò con gli occhi
nell'ampia sala zeppa di gente; scorse la Direttrice del Collegio, sola: Marta
non era venuta. E, come se non avesse inteso, dimenticò di rispondere a gli
applausi con cui l'immenso uditorio lo accolse su l'entrare.
- Venga, due passi... Il mal di capo
le svanirà. Vede che giornata? Due passi...
- Ha fatto male a venire...
- Perché?
- Avrei voluto avvisarla... Ma dove?
- Perché? - insistette l'Alvignani.
Era turbatissimo anche lui. Non s'aspettava di ritrovare Marta in tanto rigoglio
di bellezza e così confusa e tremante davanti a lui. Non sapeva come spiegarsi
la facilità con cui ella pareva si lasciasse condurre; e n'era quasi sgomento;
temeva d'ingannarsi, si sforzava di dubitare e temeva di credere; temeva che un
gesto, una parola, un sorriso imprudente non dovessero in un attimo rompere
l'incanto.
Marta andava a capo chino, col volto in fiamme. Non avendo saputo, nì quasi
creduto possibile separarsi da lui su la soglia del Collegio, ed essendosi
piegata all'invito di fare due passi insieme, si era messa ad andare in sù, dove
il Corso diveniva man mano più solitario. Non si sarebbe certamente avviata con
lui verso la città, incontro alla gente.
Usciva dal Collegio due ore prima del solito; né il marito dunque poteva essere
di già alle poste, né Matteo Falcone l'avrebbe veduta. Pure tremava; le pareva
che tutti dovessero accorgersi dell'imprudenza, anzi della temerità di lui e
dell'estrema agitazione con cui lei lo seguiva, come trascinata veramente, come
cieca. E non penetrava il senso delle parole ch'egli le diceva con voce
tremante, ma le udiva. Erano parole ardenti e affollate, che le cagionavano a un
tempo vergogna e sgomento, misti a un piacere indefinibile. Le diceva che da
lontano aveva sempre pensato a lei...
E lei ripeté involontariamente, con aria incredula:
- Sempre...
- Sì, sempre!
Che diceva adesso? Che non gli aveva risposto? Quando? A qual lettera? Fece per
alzare gli occhi a guardarlo, ma subito riabbassò il capo. Sì, era vero: non gli
aveva risposto. Ma come avrebbe potuto rispondergli, allora?
Pensieri sconnessi le guizzavano intanto nel cervello; le due bambine a cui
soleva dare in quel giorno la lezione particolare; l'ultima minaccia del marito
nella lettera d'Anna Veronica; il mostruoso amore e la gelosia di Matteo
Falcone... Ma nessuno di quei pensieri riusciva a riflettersi su la sua
coscienza sconvolta, tra l'angoscia incalzante dei palpiti.
Sentiva ch'era di quell'uomo elegante, ardito, che le camminava a fianco, ch'era
venuto a prendersela improvvisamente; e lo seguiva, come se avesse davvero un
diritto naturale su lei, e lei il dovere di seguirlo.
Empiti di sangue le balzavano alla testa; poi un subito spossamento le aggravava
le membra. Aveva perduto affatto la coscienza di sé, d'ogni cosa; e andava
innanzi senza volontà, né speranza di potere più sciogliersi da quell'uomo che
la avviluppava con la parola commossa.
Anche lui era preso e vinto dall'irresistibile fascino amoroso, e parlava,
parlava senza saper bene ciò che dicesse, ma sentendo che ogni parola, il suono,
l'espressione di essa erano in perfetta armonia, e avevano virtù spontanea
d'infallibile persuasione. Né anche egli pensava più; non sapeva che una cosa
sola: che era vicino a lei, che non l'avrebbe lasciata più.
L'aria s'era come infiammata intorno ai loro corpi, s'era fatta avvolgente, e
vietava ogni percezione della vita circostante; gli occhi non iscorgevano più
alcun oggetto, gli orecchi non accoglievano più alcun suono.
Egli era arrivato a darle del tu, come già nell'ultima lettera, in quella
scoperta dal marito; ed ella questa volta lo aveva accolto quasi senza notarlo.
Da un pezzo lo stradone era divenuto solitario; la luce del sole metteva sul
giallo della polvere come un fervore d'innumerevoli scintille che accecavano, e
per cui pareva fervesse sotto i loro piedi anche la terra. Il cielo era d'un
azzurro intenso, immacolato.
A un tratto si fermarono. Si fermò lui per primo. Marta si guardò attorno,
smarrita. Dove erano? Da quanto tempo camminavano?
- Non eri mai arrivata fin quassù?
- No... mai... - rispose timidamente, continuando a guardare come se uscisse da
un sogno.
- Di qua... - le disse l'Alvignani, prendendole senza alcuna pressione il polso
e accennando una via traversa, alla sua sinistra.
- Dove? - chiese lei, forzandosi a guardarlo e ritirando un po' il braccio
ch'egli non lasciava.
- Di qua, vieni... - insistette lui, attirandola dolcemente, con un lieve,
tremulo sorriso su le labbra aride, pallido in volto.
- Ma no... io adesso... - tentò lei di schermirsi, più che mai impacciata e
sgomenta, notando il fremito della mano, il sorriso nervoso, il pallore del
volto e l'espressione aggressiva degli occhi di lui, intorbidati e rimpiccoliti.
- Un momento solo... di qua... Vedi, non c'è nessuno...
- Ma dove? No...
- Perché no? Vedrai la chiostra dei monti... Morreale lassù... poi le campagne
tutte fiorite... e da questa parte il mare, Monte Pellegrino... e la città
intera sotto i tuoi occhi. Ecco, la porta è qui. Vieni!
- No, no! - negò più recisamente Marta, guardando la porta, quasi non
comprendendo ancora ch'egli abitasse lì e non trovando tuttavia la forza di
liberare il polso dalla mano di lui.
Ma egli la attirò. Varcata la soglia, Marta trasse un lungo sospiro; sentì tra
le mura del breve, angusto androne un momentaneo sollievo, come un fresco
refrigerante.
- Guarda, guarda... - le disse Gregorio accennando i colombi che tubavano tutti
insieme, ora avanzandosi impettiti come in difesa del loro campo, ora
allontanandosi impauriti dalla voce di Marta che s'era chinata a chiamarli:
- Come son belli... Uh, quanti...
Gregorio la guardava così china, col desiderio irresistibile d'abbracciarla, di
stringerla forte a sé e non lasciarla, non lasciarla mai più. Gli pareva
d'averla sempre, sempre desiderata così, fin dal primo giorno che l'aveva
veduta.
- Ora guarda: due scalini... Andremo sù al terrazzo...
- No, no, ora me ne vado... - rispose subitamente Marta, rizzandosi.
- Come! Ora che sei entrata? Sono due scalini... Devi vedere il terrazzo... Sei
già qui...
Marta si lasciò novamente attirare; ma, appena posto il piede nell'interno della
casa, si sentì sciolta dall'incanto che l'aveva trascinata fin lì; le s'infoscò
la vista; un vertiginoso smarrimento la colse. Era perduta! E, come in un
incubo, sentì l'impotenza di sottrarsi al pericolo imminente.
- Il terrazzo? Dov'è il terrazzo?
- Ecco... vi andremo... - le rispose Gregorio, prendendole una mano e
premendosela sul petto. - Ma prima...
Ella gli levò in volto gli occhi pieni d'angoscia, supplicanti.
- Dov'è? - ripeté, ritraendo la mano.
Non vedeva altro scampo, ora.
Gregorio la condusse attraverso le stanze; poi salirono un'angusta scaletta di
legno.
Marta lassù sentì aprirsi il cuore.
Lo spettacolo era veramente magnifico. La grande chiostra dei monti incombeva
maestosa e fosca sotto il cielo fulgidissimo. Le schiene poderose si disegnavano
con tagli d'ombra netti. E Morreale pareva là un candido armento pascolante a
mezza costa; e, sotto, la campagna sparsa di bianche casette si stendeva
oscurata dall'ombra dei monti.
- Ora di qua! - diss'egli.
Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolo, tanto vasto e
lucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la città, distesa immensa di
tetti, di cupole, di campanili, tra cui, gigantesca, la mole del Teatro Massimo,
si offerse a gli occhi di Marta, e il mare sterminato in fondo, riscintillante
al sole, sotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente.
Marta per un momento si obliò nella contemplazione del vasto spettacolo. Poi
cercò con gli occhi il campanile del Duomo, dietro a cui sorgeva la sua casa; e
subito, al pensiero della madre e della sorella che colà la aspettavano, sentì
più vivo il turbamento, più acuto il rimorso, e una sfiducia profonda e
disperata di sé. Trasse il fazzoletto e si nascose la faccia.
- Piangi? Perché, Marta? Perché? - le domandò egli con affettuosa premura,
accostandosele. - Vieni, scendiamo... Adesso te ne andrai...
- Sì, sì... subito... - fece lei, sforzandosi di dominarsi. - Non dovevo... non
dovevo venire...
- Ma perché? - ripeté Gregorio, afflitto, come ferito dalle parole di lei,
ajutandola a discendere. - Perché dici così, Marta? Marta mia... Aspetta,
aspetta... Così! non piangere... rasséttati...
E asciugandole gli occhi, la carezzava, tutto tremante.
- No... no... - cercava di schermirsi Marta, abbandonata di forze.
Quand'egli la abbracciò, ella ebbe un fremito per tutte le membra, un singulto,
come uno schianto, di chi cede senza concedere.
- Quando, quando ritornerai? - le
domandò con fuoco l'Alvignani stringendola forte tra le braccia, su la scala.
Si lasciò stringere, senza rispondere: inerte, come insensata. A volere parlare,
non avrebbe trovato la voce. Ritornare? Ma ora lei non avrebbe più voluto andar
via; non già per non sciogliersi da quelle braccia, ma perché lì ormai si
sentiva come giunta al suo fine, piombata nel suo fondo, dove tutti, tutti, la
avevano spinta, quasi a furia d'urtoni alle terga, e precipitata. Come
ritrarsene? come ritornare più indietro? come riprendere più la lotta oramai?
Era finita! Dove tutti avevano voluto ch'ella arrivasse, era arrivata. Ed egli
che l'aspettava, se l'era presa; era venuto a prendersela, così, semplicemente,
come se tutte le ingiustizie da lei patite gli avessero creato questo diritto su
lei. Ecco perché subito, fin dal primo vederlo, non aveva potuto resistergli e
si era trovata senza volontà davanti a lui così sicuro. Senza volontà! Questa
era la sua più forte impressione.
- Mia... mia... mia... - insisteva l'Alvignani, stringendola vie più forte.
Sì; sua! Cosa sua. Cosa data a lui.
Non intendendo quell'abbandono, o piuttosto, interpretandolo altrimenti, egli,
com'ebbro, si chinò a sussurrarle all'orecchio di trattenersi, di trattenersi
ancora un poco...
- No, vado, - diss'ella, riscotendosi improvvisamente e quasi sguizzandogli
dalle braccia.
Egli le prese una mano:
- Quando ritornerai?
- Ti scriverò...
E andò via. Appena sola per quella stessa strada, percorsa un'ora avanti accanto
a lui, si sentì come riassalita dai proprii sentimenti, smarriti lungo l'andare,
come se si fossero posti in agguato, aspettando il ritorno di lei su i proprii
passi.
Si voltò a guardare, quasi sgomenta, la via da cui era uscita; poi prese ad
andare in giù, frettolosa, con la mente scombujata. E, andando, chiamava in
soccorso, a raccolta, ragioni, scuse che sostenessero di fronte a lei stessa il
concetto della propria onestà, quasi per farsene forte contro colui che così
improvvisamente gliel'aveva tolta, e per sottrarsi nello stesso tempo all'idea
che l'avviliva e la schiacciava, di essere stata tratta, cioè, quasi
passivamente, a quella stessa colpa, di cui - innocente - era stata accusata.
Volle costringersi a vedere, proprio, a sentire, ad assaporare in quella sua
subitanea caduta, che la sconvolgeva, una vendetta voluta da lei, la vendetta
della sua antica innocenza, contro tutti.
Alla vista del Collegio alla sua destra, riuscì con uno sforzo a risollevare lo
spirito. Rientrava ora in quel tratto del Corso per cui era solita di passare
ogni giorno. Rallentò il passo, proseguì più calma e più sicura, come se
veramente si fosse lasciata dietro le spalle la colpa, solo perché la gente,
ora, vedendola, poteva pensare: «Ella torna dal Collegio». Tuttavia si sentiva
ancora addosso qualcosa d'indefinibile, che avrebbe potuto tradirla, se qualcuno
avesse respirato molto vicino a lei, guardandola e parlandole. Procurò di
sottrarsi alla molestia di questa sensazione, guardando le note insegne delle
botteghe, i noti volti di quelli ch'era solita d'incontrare ogni giorno. La
colse a un tratto il timore che, parlando, le avrebbe tremato la voce; e subito
le venne alle labbra questo sospiro: - Ah, che stanchezza! -. Pronunziò le
parole tenendo attentissimo l'udito, ma come se esse esprimessero veramente quel
che sentiva, e non fossero una prova immediata, suggerita dal timore
improvvisamente concepito. Era la sua voce consueta, sì; ma le parve come non
uscita dalla propria bocca, o come se lei stessa avesse voluto imitarla.
Notò con sollievo che nulla di nuovo era avvenuto nella vita di tutti i giorni
per quella strada, che tutto insomma era come prima, e volle costringersi ad
accordarsi anche lei alla uniformità consueta dei comuni casi giornalieri. Ecco,
passava adesso sotto Porta Nuova, come jeri, come l'altro jeri. E man mano che
s'appressava a casa, sentiva, per forza di riflessione e di volontà, crescere la
calma.
Maria era al terrazzo e, guardando di tra i vasi dei fiori imbasati in fila su
la balaustrata, scorse giù nella via la sorella. Marta le fe' cenno con la mano,
e Maria sorrise. Nulla di nuovo, neppure in casa.
- Come... più presto oggi? - le domandò la madre.
- Più presto? Sì... ho tralasciato una lezione particolare... Mi faceva un po'
male il capo.
Diceva la verità. La voce, ferma. Si rammentava del mal di capo a proposito.
Sorrise alla madre e aggiunse:
- Vado a svestirmi. Maria è sul terrazzo... L'ho vista dalla strada...
Sola, in camera, si stupì della propria calma, come se non se la fosse imposta
lei stessa, a forza; si stupì di saper fingere così bene; e lo stupore era quasi
soddisfazione. Si mostrò allegra quel giorno, come la madre e la sorella non la
vedevano più da molto tempo.
Venuta la sera però s'accorse che non tanto per gli altri aveva bisogno di
fingere, quanto per sé. Subito, per non badare alla propria inquietudine, per
non restar sola con sé, trasse dal cassetto i còmpiti scolastici da correggere,
come soleva ogni sera, tolse in mano la matita per segnare gli errori, e si mise
a leggere, concentrando sul primo scritto tutta l'attenzione. Lo sforzo fu vano:
una gran confusione le si fece nel cervello. Non poté rimanere seduta, e andò ad
appoggiare la fronte che le scottava su i vetri gelidi del balcone.
Lì, con gli occhi chiusi, volle rifarsi lucidamente i minimi particolari della
giornata. Ma la lucidezza dello spirito le s'intorbidava anche adesso,
ricordando la passeggiata con l'Alvignani fino alla casa di lui. Egli abitava
lassù, e la aveva trascinata, ignara, fino a casa sua! Avrebbe dovuto
sciogliersi da lui, pervenuta lassù all'angolo della via. Ma come? se non aveva
saputo proferire neanche una parola? Rivide la corte piena di colombi; la scala
scoperta. Ecco: se la scala non fosse stata così scoperta, forse non sarebbe
salita... Ah, sì: certo! Le si riaffacciò alla mente lo spettacolo dell'ampia
chiostra dei monti. Poi provò una strana impressione, suscitata dal ricordo
d'aver cercato con gli occhi, dal terrazzo dell'Alvignani, il tetto della
propria casa presso il Duomo: le parve di trovarsi ancora a guardare da quel
terrazzo e di vedersi com'era adesso, lì, nella sua camera, con la fronte su i
vetri del balcone.
- Tutti l'hanno voluto... - mormorò tra sé, duramente, per ricacciar la
commozione che già le stringeva la gola. - Gli scriverò, - aggiunse, aggrottando
le ciglia; poi, con repentino mutamento d'animo, scrollando le spalle, terminò:
- Ormai! Così doveva finire...
E scrisse una lunga lettera che s'aggirava tutta, smaniosamente, su queste due
frasi: «Che ho fatto?» e «Che farò?». Il rimorso della subitanea caduta vi si
mostrava in uno slancio aggressivo di passione, nella frase appositamente
ripetuta e sottolineata: «Ora sono tua!» quasi per fargli paura.
«Andando in sù, accanto a te, io non sospettavo... Avresti dovuto dirmelo: non
sarei venuta. Quanto, quanto sarebbe stato meglio per me e per te! Se tu sapessi
quel che ho sofferto al ritorno, sola; come soffro adesso, qui, tra mia madre e
mia sorella! E domani? Io mi trovo sbalzata fuori d'ogni traccia di vita, e non
so come farò, quel che avverrà di me. Sono il sostegno unico di due povere
donne; e io stessa sono senza guida, perduta... Senti com'è amaro il frutto del
nostro amore? Tanti e tanti pensieri v'infiltrano questo veleno. Ma com'è
possibile non pensare, nella mia condizione? Tu sei libero: io no! La libertà
delle anime, che tu dici, si riduce a un supplizio per il corpo incatenato...»
La lettera terminava improvvisamente, quasi strozzata dalla mancanza di spazio,
a piè del foglietto. «Bisogna che ci rivediamo. Ti avviserò quando... Addio.»
- Oh, mia cara, quando io dico: «La
coscienza non me lo permette», io dico: «Gli altri non me lo permettono, il
mondo non me lo permette». La mia coscienza! Che cosa credi che sia questa
coscienza? È la gente in me, mia cara! Essa mi ripete ciò che gli altri le
dicono. Orbene, senti: onestissimamente la mia coscienza mi permette d'amarti.
Tu interroga la tua, e vedrai che gli altri t'hanno ben permesso di amarmi, sì,
come tu stessa hai detto, per tutto quello che t'hanno fatto soffrire
ingiustamente.
Così sofisticava l'Alvignani per ammansare gli scrupoli, i rimorsi e la paura di
Marta, e spesso ripeteva sott'altra forma il ragionamento, perché apparisse più
chiaro e più convincente anche a lui, e la crescente foga delle parole stordisse
anche i suoi scrupoli, i suoi rimorsi e la paura non manifestati né apertamente
né segretamente ancora a se stesso.
Marta ascoltava in silenzio, pendeva dalle labbra di lui, si lasciava avvolgere
da quel linguaggio caldo e colorito, persuasa a credere, non convinta. Purtroppo
sapeva quanto le costasse quel venire di furto in casa di lui, e che tortura al
Collegio, e che smanie, che angoscia, le notti! Certo quello smarrimento, in cui
si agitavano dissociati tutti i suoi pensieri, tutti i suoi sentimenti, la
avrebbe tradita, un giorno o l'altro. Avrebbe voluto essere sicura del domani.
Sicura di che? Non avrebbe saputo dirlo a se stessa; ma sentiva che non era
possibile durare a lungo in quello stato, protrarre quell'esistenza. Non trovava
più luogo ove stare in pace un momento: nella propria casa, la menzogna; nel
Collegio, la tortura; nella casa di lui, il rimorso e la paura. Dove fuggire?
che fare?
Andava dall'Alvignani unicamente per sentirlo parlare, per sentirsi dire ciò
che, pensando tra sé, avrebbe voluto credere: che ella non era stata vinta; che
quell'uomo non s'era impadronito di lei per violenza altrui; ma che ella lo
aveva voluto, e ormai doveva starci, poiché gli s'era data. L'anima ne soffriva,
smaniosamente, e soltanto nelle parole di lui riposava un poco.
- Se tu amassi più, penseresti meno, - le diceva lui. - Bisogna dimenticare
tutto nell'amore.
- Ma io non vorrei pensare! - diceva Marta, con stizza.
- Vedi, io penso questo soltanto; che tu sei mia e che noi dobbiamo amarci.
Guardami negli occhi: mi ami tu?
Marta lo guardava un po', poi abbassava gli occhi, le guance le s'invermigliavano
e rispondeva:
- Non sarei qui...
- E allora? - le domandava egli e le prendeva una mano e la attirava a sé.
Non reluttava: si abbandonava vergognosa e tremante alla carezza; poi fuggiva,
credendo, al destarsi dal momentaneo oblio, che si fosse trattenuta troppo da
lui.
Egli intanto non rimaneva più su l'ultimo gradino della scala, fin dove soleva
accompagnarla, insoddisfatto e affascinato, come il primo giorno. Ora, appena
ella svoltava per l'androne, mandandogli con la mano un ultimo triste saluto,
traeva spontaneamente un sospiro, come se provasse sollievo, o forse per pietà
di lei, e risaliva lentamente la scala, pensieroso.
Svaniva così a poco a poco il primo stupore quasi di sogno, il primo turbamento
cagionatogli dalla vista di Marta e dalla insperata facilità con cui il suo
improvviso ardentissimo desiderio s'era effettuato. Ora si rendeva conto del
perché e del come fosse riuscito così d'un tratto ad averla; si rendeva conto
dei sentimenti di Marta per lui. No; ella non lo amava: non gli si era
abbandonata per virtù d'amore. Forse in altre condizioni, sì, lo avrebbe amato;
non ora che, nello scompiglio dell'improvvisa caduta, s'aggrappava a lui come un
naufrago s'aggrappa ad un altro, senza probabilità di scampo, disperatamente.
- Come uscirne?
- «Vorrà venire con me a Roma?» pensava l'Alvignani.
Lui, certo, ne sarebbe stato contento. Ma, e la madre? la sorella? Insieme con
lei? Nessuna difficoltà, da parte sua. Ma come proporglielo? Ella si mostrava
così altera... e certo non avrebbe voluto piegarsi alla condizione ch'egli
poteva offrirle. Questa, e non altra. Che cosa infatti avrebbe potuto fare per
lei? Era pronto a tutto: aspettava un cenno.
Così pensando, l'Alvignani credeva proprio di non aver nulla a rimproverarsi.
- Ti stanco, è vero? - gli domandava lei amaramente. - Tu pensi a partire...
- Ma no, Marta! Da che lo argomenti? Mi giudichi male... Tranne che tu non
voglia venire con me...
- Con te? Se fossi sola! Vedi intanto che è vero che tu pensi a partire?
Gregorio si stringeva nelle spalle. Sospirava.
- Se non vuoi capire ciò che ti dico! Sono qui, con te, fino a che tu non avrai
preso una decisione per il nostro avvenire. Vorrei soltanto farti contenta. Non
penso ad altro...
- E come? come? Se sapessi!
- Lo so; t'intendo. Ma vedi che per me non manca?
Sì; e Marta doveva convenirne. Ma che poteva volere, lei? Aveva ognuno davanti a
sé una via, o triste o lieta; lei sola, no; lei sola non sapeva ciò che le
restasse da fare.
Ormai da circa due mesi si trascinava così la loro relazione, aduggiata,
intristita dall'ombra della colpa che la coscienza di lei continuamente vi
projettava. Invano egli aveva tentato di rimuovere, di scuotere quest'ombra con
le sue parole appassionate. Ora ne soffriva in silenzio l'oppressione,
accrescendo il peso della comune tristezza con la propria inerzia, per renderla
a entrambi alla fine insopportabile.
- Tocca a te decidere. Io te l'ho detto: sono pronto a tutto.
Partirsene, tornarsene a Roma, adducendo per lettera una scusa qualsiasi:
l'improvviso richiamo per qualche urgente affare professionale? Così ella
avrebbe forse trovato un po' di calma; e, nella calma, qualche decisione. No:
dopo matura riflessione, aveva scartato questo partito come troppo violento.
Sarebbe stato forse meglio proporle apertamente di finirla: non per lui; per lei
che già ne soffriva tanto. Ma anche questo partito fu respinto da Gregorio
Alvignani in previsione di qualche scena disgustosa. Meglio aspettare che a tal
passo fosse venuta lei, da sé.
Sopraggiunse intanto una notizia inattesa che sconvolse in diverso modo Marta e
l'Alvignani. Anna Veronica annunziò in una lunga lettera che Rocco Pentàgora,
gravemente ammalato di tifo, si trovava, per giudizio dei medici, a un caso di
morte.
Marta allibì nel leggere questa lettera che le giungeva come immediata, odiosa
risposta ai voti disperati delle sue notti insonni, voti che la coscienza
intimamente disapprovava, poiché ella ormai non si riconosceva più alcun diritto
di sperare su la morte del marito. Eppure, quante volte, dibattendosi sul letto,
non aveva pregato:
- Dio, morisse!
Moriva... ecco. Era per morire davvero.
In preda a una vivissima agitazione, si recò a comunicare la notizia all'Alvignani.
Questi resta perplesso a guardare Marta che lo spiava acutamente. Si guardarono
un tratto, ed egli ebbe quasi l'impressione che il silenzio della stanza
attendesse una sua parola, come se la morte fosse entrata e sfidasse il loro
amore a parlare.
- A Palermo? Come mai!
E Gregorio Alvignani si fermò davanti al professor Luca Blandino, il quale
andava al solito con gli occhi semichiusi, assorto nei suoi pensieri, col
bastone sotto il braccio, le mani dietro la schiena e il lungo sigaro
addormentato su la barba.
- Oh, bello mio! - fece il Blandino, guardando l'Alvignani senza alcuna
sorpresa, come se già fosse stato in compagnia di lui un'ora avanti. - Alza,
alza un po' il mento: così... Quanto?
- Che cosa? - domandò ridendo Gregorio.
- Codesti colletti, a quanto l'uno? Troppo alti per me... Perché ridi, birbante?
Mi minchioni? Voglio comperarmene tre. Vieni, ajutami. Debbo fare una visita, e
così come sono non potrei presentarmi. Arrivo adesso...
Prese il braccio dell'Alvignani che rideva ancora, e s'avviò con lui.
- Oh, a proposito! E tu che fai qui?
- A proposito di che? - gli domandò Gregorio Alvignani rimettendosi a ridere.
- Nulla, nulla... per saperlo, - rispose il Blandino, diventando a un tratto
serio e corrugando le ciglia.
- La Camera è chiusa... - disse l'Alvignani.
- Lo so... E tu perché sei qui? Non vorrei fare un altro pasticcio... Dimmi la
verità.
- Che pasticcio? - domandò Gregorio, divenuto serio anche lui e sforzandosi di
comprendere.
- Ora ti dirò... Entriamo qui, - rispose il Blandino, cacciandosi in un negozio
di biancheria. - Compro i colletti.
- Ho tenuto una conferenza all'Università... Fra qualche giorno riparto...
- Per Roma?
- Per Roma.
- Colletti! - ordinò il Blandino al giovine di negozio. - Così, guardi... come
questi dell'amico mio, un po' più bassi.
Fatta la compera, Gregorio Alvignani propose al Blandino di andare a casa sua
(Marta quel giorno non sarebbe venuta) - e si misero in vettura.
- Spiegami adesso il pasticcio.
- Ah, già! Dunque, una conferenza? E riparti subito?
- Spero...
- Avrei preferito non trovarti qua.
- E perché?
L'Alvignani credette di comprendere; tuttavia simulò un'aria tra smarrita e
sorpresa. Un lieve sorriso gli si delineò su le labbra.
Da questo sorriso il Blandino, se fosse stato un osservatore più acuto, si
sarebbe accorto che l'Alvignani s'era già messo in guardia.
- Perché? Perché mi dà sospetto la tua presenza qua.
- Oh sta' a vedere ch'io non debbo più venire a Palermo! E tu perché ci sei
venuto? E, di grazia, che sospetto?
- Non m'hai capito? - domandò il Blandino, guardandolo fiso.
- Non t'ho capito... cioè, suppongo che tu non voglia alludere... Sì? Ah sì?
Ancora? Caro mio: acqua passata...
- Parola d'onore?
Gregorio Alvignani scoppiò di nuovo a ridere, poi disse:
- Sai la nuova? Tu diventi più stolido di giorno in giorno.
- Hai ragione! - confermò con molta serietà Luca Blandino, scrollando il capo e
chiudendo gli occhi. - Oggi più smemorato e più balordo di ieri. Non posso più
insegnare: non ricordo più nulla... Ottanta, ottanta e ottanta: due lire e
quaranta, è vero? Aspetta, credo che ci sia errore. Tre colletti, è vero? Due
lire e quaranta... ladri! Quanto mi hanno restituito? No, no - è giusto:
quaranta e sessanta, cento - tre lire giuste. Benissimo. Dunque, dicevamo?
- Quanti anni di servizio hai da fare ancora per avere la pensione? - gli
domandò Gregorio Alvignani.
- Molti. Non ne parliamo, ti prego, - rispose il Blandino. - Si tratta adesso di
riconciliare Rocco Pentàgora e la moglie.
Gregorio Alvignani credette dapprima di non aver bene inteso e impallidì. Il
sorrisetto motteggiatore gli rimase tuttavia su le labbra.
- Ah sì? Come mai? Dopo...
S'interruppe: notò che la voce non era ben ferma.
- Sono venuto per questo, - aggiunse il Blandino, studiandolo. - Perciò ti
dicevo che avrei preferito non trovarti qua.
- E che c'entro io? - fece l'Alvignani con aria stupita.
- Sta' zitto, sta' zitto che c'entri, - esclamò sospirando il Blandino. - Ma non
se ne parli più... bisogna pensare alla riconciliazione, adesso.
- Sei sicuro che si farà? - domandò l'Alvignani, simulando una perfetta
ingenuità.
- Speriamo... Perché no? Il marito la rivuole.
- S'è persuaso finalmente? - aggiunse Gregorio Alvignani con indifferenza.
Proseguirono in silenzio.
- Vetturino, di qua: via Cuba, al primo portone, - ordinò finalmente l'Alvignani.
Poco dopo, entrati nell'ampia stanza in cui si apriva il balcone dalla
balaustrata a pilastrini, ripresero la conversazione.
- Sei davvero incorreggibile! - esclamò, ridendo, Gregorio. - Vuoi proprio
pigliarti tutte le gatte a pelare?
- Eh, lo so! Ma che vuoi farci? È il mio destino. Tutti ricorrono a me. Non so
dire di no, e... Questa volta però... Sai che quel povero ragazzo si è ammalato?
È stato proprio per morire.
- Il Pentàgora? Davvero?
- Lui, Rocco; eh sì, di tifo... Io abito, non so se lo sai, nella stessa sua
casa. M'ha fatto chiamare... Poverino, s'è ridotto pelle e ossa: che non si
riconosce più. «Professore,» dice, «lei deve ajutarmi... Le lettere non servono
a nulla... Lei deve andare dalla madre di Marta; le dica come m'ha veduto. Io
rivoglio Marta, la rivoglio!...» E così, siamo qua, caro Gregorio! Speriamo di
metter fine a questa storia disgraziata per tutti.
- Sì, sì... - affermò l'Alvignani, passeggiando per la stanza. - È il meglio che
si possa fare, senza dubbio.
- Non è vero?
- Sì. Sarebbe stato meglio che nulla purtroppo fosse accaduto, come nulla doveva
accadere. Te lo dissi già una volta, rammenti? quando avesti il coraggio di
comparirmi davanti come testimonio del Pentàgora. Egli agì allora proprio da
ragazzo; volle provocarmi; io non potei più evitare il secondo scandalo del
duello. Prevedevo fin d'allora questa soluzione. Ci è voluto forse troppo tempo.
Basta: a ogni modo, ora egli ripara; fa bene.
- Ma sai che lui, il marito, - disse il Blandino, - ha tentato altre volte, dopo
la morte di Francesco Ajala, di riconciliarsi? Non ha voluto saperne lei...
- Troppo tardi o troppo presto, forse, - osservò l'Alvignani. - Perché bisogna
compatire anche la moglie, mi pare! Non dovrei dirlo io; ma resti tra noi;
tanto, ormai tutto è finito, o sarà tra breve. L'hanno infamata! Se qualche
colpa... cioè, colpa... non diciamo colpa! errore, lievissimo errore c'è stato,
l'ho commesso io, e me ne sono pentito amaramente; me ne pento tuttora. Un
momento d'aberrazione, lo confesso: la vicinanza, la simpatia vivissima... la
mia vita chiusa, sepolta nel lavoro... un momento, insomma, di cordiale,
irresistibile espansione, ecco! Sarei presto rientrato in me, mercé l'onestà di
lei, se tutt'a un tratto, con una leggerezza incredibile da parte del marito,
non fosse avvenuto quel che è avvenuto. Ah! Non bisogna trattenersi mai tanto
nel sogno, caro mio, che l'urto della realtà sopravvenga! Quante volte non me lo
sono ripetuto... Questo per dimostrarti che se lui, il marito, per disgrazia,
fosse morto, avrei subito riparato io al male che da ogni parte è piombato su la
povera signora. Tu mi conosci: non son uomo d'avventure, io! Tu stesso m'hai
scritto una volta per lei una lettera un po' troppo vivace, ti rammenti? Non me
ne sono avuto a male. Ho fatto subito per la signora quanto m'è stato possibile:
poco, purtroppo, in considerazione della jattura; ma tutto il possibile. Ora mi
dài una consolante notizia. Le si renderà giustizia interamente davanti alla
società. Ecco quello che bisognerà farle intendere... Sì, perché ella,
m'immagino, non sarà molto ben disposta a rispondere adesso al pentimento del
marito. Siamo giusti! Ha troppo sofferto, poverina. La proposta, vedi, io credo
che tu debba presentarla da questo lato, per riuscire! E ci vuole efficacia,
calore... non mancherà a te! È proprio la via d'uscita, la riparazione vera per
lei, la prova, il riconoscimento dell'innocenza da parte di chi l'aveva accusata
e condannata a occhi chiusi! Non ti pare? Questo, questo devi sostenere davanti
a lei!
- Sì, sì... - approvò distratto il Blandino. - Lascia fare a me...
- Non ti pare? - ripeté l'Alvignani, assorto ancora nel suo ragionamento, come
se specialmente lo volesse persuadere a se stesso. - È proprio la fine
desiderata, la vera, la giusta, la più naturale, del resto, di questa
tristissima storia. Non puoi credere, caro amico, quanto ne sia contento... Tu
m'intendi: mi pesava su la coscienza enormemente questa condizione di cose fatta
per mio incentivo a una donna, senz'alcuna ragione. Saperla, povera signora,
così sbalestrata, ancora giovane, bella, esposta alla malignità della gente...
era, credi, per me, un rimorso continuo... Te ne vai?
- Sì, me ne vado, - rispose il Blandino, che già s'era alzato.
- Vediamoci stasera... vorrei sapere... Ceneremo insieme?
Si diedero convegno, e Luca Blandino andò via. Poco dopo, Gregorio Alvignani,
aprendo l'uscio della camera da letto quasi al bujo, si sentì sul volto queste
due parole, come due schiaffi:
- Vile! vile!
Diede un balzo indietro:
- Tu qua, Marta!
E richiuse subito l'uscio.
- Qua. Ho inteso tutto, - riprese
Marta, vibrante di sdegno.
- E che ho detto io? - balbettò Gregorio Alvignani quasi tra sé.
- Mi sono tenuta le mani per non aprire, per non entrare a smascherarti davanti
a quell'imbecille! Di qui stesso avrei voluto gridargli: «Non gli creda! Io sono
qua, in casa sua!».
- Marta! Sei impazzita? - gridò Gregorio. - Che volevi che dicessi? Son io forse
cagione, se egli è venuto a parlarmi di tuo marito?
- E t'ha chiesto forse che gl'insegnassi il miglior modo di prendermi al laccio,
di presentarmi la proposta? Ah, ne sei contento? Davvero?
- Io? Ebbene, sì; per te!
- Per me? E quale altra viltà vorresti farmi commettere adesso? Per me, dici? E
che sono diventata io? Ora che ti sei stancato, di' un po', vorresti respingermi
nelle braccia di mio marito?
- No, no! Se tu non vuoi! - negò forte Gregorio.
- Voglia o non voglia: è forse più possibile, ora, dopo quello che è avvenuto
fra te e me? Hai potuto sperarlo, rallegrartene? Dio! Che hanno fatto di me...
Che sono divenuta io? Mi hai aspettata; ci sono venuta, qua, in casa tua, coi
miei piedi; e, ora che mi hai avuta, me ne posso pure andare da quell'altro?
- Come sospetti bassamente di me! - esclamò l'Alvignani, avvilito.
- Ah, io di te? E tu di me che pensi, se hai potuto sperare che... Ma non sai il
peggio ancora! Ah, la mia testa... la mia povera testa...
E Marta si premette forte le tempie con le mani che le tremavano.
- Il peggio? - fece Gregorio Alvignani.
- Sì, sì: per me non c'è più scampo, ormai. Sappilo! La morte sola.
- Che dici?
- Sono perduta! M'hai perduta... Sono venuta apposta per dirtelo.
- Perduta? Che dici? Spiègati!
- Perduta: non capisci? - gridò Marta. - Perduta... perduta...
Gregorio Alvignani restò come basito, guardando fisso, con terrore, Marta, e
balbettò:
- Ne sei certa?
- Certa, certa... Come ingannarmi? rispose Marta, lasciandosi cadere su una
seggiola. - Sono venuta per dirti questo. Come nasconderò a mia madre, a mia
sorella il mio stato? Se ne accorgeranno... No, no: prima morire! Per forza io
ora debbo morire. Non mi resta più altro.
- Che sbaraglio! - mormorò l'Alvignani annichilito, coprendosi la faccia con le
mani.
- Che riparo? che rimedio? - fece Marta disperatamente, tra le lagrime.
- Non piangere così! Cerchiamo insieme...
- Ah, tu, per te, lo so: per te, l'avevi trovata la via d'uscita!
- Per me? Come? No... no... Non rimproverarmi ancora... Come potevo supporre?
Perdonami! Senti: corro a raggiungere il Blandino. Gli dirò che... la verità!...
Che non si occupi più...
- Come! E poi?
- Tu verrai con me...
- Daccapo? Vuoi straziarmi l'anima inutilmente? O me lo dici perché sai che non
posso volerlo?
- E dàlli con la diffidenza! Marta, perdio, non vedi che il mio dolore è
sincero? Non puoi volerlo: ma tu devi, adesso! Che vuoi fare?
- Non lo so... non lo so... Venire con te, sì, io sì, potrei ormai: sono
perduta... Ma la mamma? mia sorella? Sai che vivono di me. Posso trascinarle
nell'obbrobrio? Non intendi questo? Non sai chi è mia madre?
- E allora? - domandò Gregorio con voce irritata, cercando di rialzarsi
dall'avvilimento con la forza della ragione. - Non intendi che non c'è più altro
scampo? O con me, o con lui, con tuo marito!
Marta si levò in piedi, alteramente.
- No! - disse. - Quest'ultima viltà, no! non la commetterò mai!
- E allora? - ripeté Gregorio.
Dopo un momento di silenzio, riprese:
- Con me, no; con lui, neppure; mentre egli te ne offre l'occasione,
provvidenzialmente... Lasciami dire! Pensa: non hai il coraggio di venire con
me... per tua madre e per tua sorella, è vero? Sta bene. Come ripari allora? O
ti sacrifichi tu per loro, riunendoti con tuo marito, o si sacrifichino loro per
te, e tu vieni con me. Ma dimmi: hai forse cercato tu, adesso, il riparo che ti
si offre? No. Egli, tuo marito, viene a offrirtelo, spontaneamente.
- Sì, - oppose Marta. - Ma perché? perché mi sa senza colpa, com'ero prima, e
perché è pentito d'avermi punita ingiustamente.
- E non t'ha punita davvero ingiustamente?
- Sì.
- E dunque? Perché hai quasi l'aria di difenderlo adesso?
- Io? Chi lo difende? - gridò Marta. - Ma non posso più accusarlo ora, capisci?
- Ora accusi me, invece...
- Ma te, me stessa, tutti, la mia sorte infame... - seguitò Marta.
Gregorio Alvignani si strinse nelle spalle.
- Ti stendo la mano... la respingi... Hai pure ascoltato ciò che ho detto di là
al Blandino. Se tuo marito fosse morto, t'avrei fatta mia... Qual'altra prova
potrei darti dell'onestà delle mie intenzioni? Ma tu vuoi per forza vedere in me
uno... uno che si sia approfittato della tua sciagura! Ebbene, no! io non sono
quello che tu mi stimi. Sono pronto, ora come sempre, a fare per te tutto quello
che vorrai... Che altro posso dirti? Perché m'accusi?
- Me sola accuso, - disse Marta, cupamente. - Me sola, che sono diventata la tua
amante...
L'Alvignani, a questa parola, ebbe uno scatto improvviso; s'accostò a Marta, la
prese per le braccia.
- La mia amante? No, cara! Ah, se io vedessi in te, nei tuoi occhi, un po'
d'amore! Andrei da tuo marito; gli direi: «Tu l'hai scacciata senza colpa,
infamata senza ragione, rovinata, perché io l'amavo? e ora che lei mi ama, tu la
rivorresti? Ebbene, no! ora ella è mia, mia per sempre, tutta mia: uno di noi
due è di troppo!». Ma tu mi ami? No... La mia amante, no! E ben per questo ho
potuto accogliere con piacere la proposta inaspettata di una riconciliazione con
tuo marito. Ho pensato che tu non potevi durare più oltre nella condizione che
io t'avevo fatta, insopportabile per te che non mi amavi, non per me che ti amo,
intendilo! Tu non mi hai mai amato: non hai amato nessuno, mai! o per difetto
tuo, o per colpa d'altri; non so. Tu stessa l'hai detto: ti sei sentita spinta
da tutti nelle mie braccia... E ora, vedi, vedi, sarebbe questa la vera
vendetta, questa; e se io fossi in te, non esiterei un solo minuto! Pensaci!
Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti,
perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo -
per te è tale! - il fallo di cui t'accusarono innocente, ora ti riprendono, ora
ti rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si meritavano!
Lo sdegno eloquente, impetuoso dell'oratore stordì Marta lì per lì. Rimase un
tratto a guardarlo, poi gli occhi le andarono alla finestra della camera e
avvertirono subito l'ombra sopravvenuta. Balzò in piedi.
- Già sera? E come faccio? È bujo... Oh Dio, e che dirò a casa? Che scusa
troverò?
- Quel che bisogna trovare è il rimedio, - disse l'Alvignani, cupo, non badando
alla costernazione di Marta per l'ora tarda. - Pensa, pensa a ciò che t'ho
detto!
- Tu ragioni, - sospirò Marta, - tu puoi ragionare... io... Lasciami, lasciami
andare, ora... debbo andare... è già sera...
- T'aspetto qui, domani - le disse l'Alvignani. - Qualunque cosa tu decida,
sappilo: pronto a tutto. Addio! Aspetta... i capelli... rasséttati un po' i
capelli almeno...
- No, no... ecco, così... Addio!
Marta scappò via stropicciandosi gli occhi, ravviandosi i capelli, pensando alla
scusa da addurre per il grande ritardo con cui rincasava.
Allo svolto della via, nella semioscurità, si trovò improvvisamente di fronte
Matteo Falcone.
- Di dove viene?
- Lei! Che vuole da me?
- Di dove viene? - ripeté il Falcone, quasi sul volto di Marta.
- Mi lasci passare! Chi le dà il diritto d'insolentire la gente per istrada? Fa
la spia?
- Io la svergogno! - ruggì tra i denti il Falcone.
- Villano! Si approfitta d'una donna sola?
- Di dove viene? - fece ancora una volta il Falcone, fuori di sé dalla gelosia,
tentando di ghermire un braccio di Marta.
- Mi lasci, villano! o grido!
- Gridi, lo faccia venir giù! Sono così, ma ho polsi, perdio, da storcergli il
collo come a un galletto! È quel biondo mingherlino dell'altra volta?
- Sì, mio marito! - fece Marta. - Vada a trovarlo!
- Suo marito? Come! Quello è suo marito? - esclamò il Falcone, interdetto,
stordito.
- Mi si tolga dai piedi... Non ho da rispondere a lei...
Marta prese la via precipitosamente, seguita dal Falcone.
- È suo marito? Senta... senta... Mi perdoni....
- Vuol mettermi alla disperazione? - gli gridò Marta voltandosi e fermandosi un
istante.
- Non si disperi... Sono io il disperato! Mi perdoni, abbia pietà di me...
merito compassione, non disprezzo... Non sono io il mostro, il mondo è un
mostro, mostro pazzo che ha fatto lei tanto bella e me così... Mi lasci gridar
vendetta! Ripari lei, in odio a questo mondo pazzo! Faccia lei la mia vendetta!
È una vendetta... è una vendetta...
Marta tremava tutta, di sdegno, di paura, correndo: s'era lasciato dietro il
Falcone, che gridava gestendo in mezzo alla via deserta:
- Vendetta! Vendetta!
Le finestre si schiudevano, la gente usciva dalle case terrene: in breve il
Falcone fu circondato.
- Un pazzo! - si gridò dalle finestre.
Marta si voltò un momento, e vide nell'ombra come una mischia: il Falcone
inveiva contro la gente che tentava d'afferrarlo, vociando; urlava,
divincolandosi. La strada s'animò d'accorrenti. Marta si diede a correre in giù,
in giù, verso casa, mentre nella suprema agitazione, un pensiero sciocco,
puerile le suggeriva: «Dirò che mi sono sentita male, al Collegio...».
Quando si fu di molto allontanata, già presso Porta Nuova, si fermò un tratto,
come se la paura avesse dato a tutto il suo corpo un freno violento. Non avrebbe
fatto il Falcone, nella pazzia sopravvenuta, il nome di lei?
Marta sentì aprirsi come un abisso dentro il petto, e, nella turbinosa
dissociazione d'idee e di sentimenti, restò perplessa un attimo, se tornare
indietro o proseguire verso casa. Un'incosciente energia la sorresse: non
pensava, non sentiva più nulla; riprese ad andare in giù, come seguendo il
pensiero che dentro il cervello le ripeteva: «Dirò che mi sono sentita male, al
Collegio...».
Entrando, il giorno dopo, trepidante,
nella sala d'aspetto del Collegio, Marta vi trovò la vecchia, linda Direttrice
che conversava col Mormoni e col Nusco.
- Ha saputo, signora?
- Che cosa? - balbettò Marta.
- Il povero professor Falcone!
- Falcone... La signora lo sa: era da aspettarselo! - esclamò Pompeo Mormoni,
trinciando in aria uno dei soliti gesti.
- Impazzito! - riprese la Direttrice. - O almeno ha dato segni d'alienazione
mentale, su la pubblica via, jeri sera.
Marta guardava negli occhi ora la Direttrice, ora il Mormoni, ora il Nusco.
- S'è messo a urlare, - aggiunse questi, sorridendo nervosamente. - Poi s'è
accapigliato, dicono, con la gente che gli s'è fatta intorno...
- Dove si trova adesso? - domandò al Mormoni la Direttrice.
- Forse al manicomio, o almeno... Jeri sera, dapprima, lo condussero in
questura. Ubriaco non era: non beve vino; ma ritornava forse da Montecuccio,
perché lui... già! con quei piedi... è solito di fare queste amenissime
ascensioni: il sole gli avrà dato alla testa, o chi sa che grillo gli sarà
saltato; gridava vendetta.
- Speriamo che a quest'ora, - augurò il piccolo Nusco, - sia rientrato in sé,
poverino!
- Sì, - fece la Direttrice, - e intanto? siamo giusti: io vi confesso che ora
avrei paura, se dovesse ritornare qui tra le mie alunne. Voglio sperare che lo
manderanno altrove, dato che ritorni in sensi, come gli auguro.
«Perderà il posto!» pensava Marta, ascoltando. «Anch'io perderò il posto...»
E impartì quel giorno le lezioni quasi automaticamente, con l'anima di tratto in
tratto percossa, investita, trascinata via dai violenti pensieri tra cui s'era
dibattuta angosciosamente l'intera notte.
L'idea della morte, sprizzata tra le strette dei due partiti odiosi proposti
dall'Alvignani, l'aveva dominata durante tutta la notte, e continuava a
dominarla. Ma l'immagine dell'attuazione la riempiva ancora d'orrore, le dava
quasi la vertigine. Contro la tenebra invadente, tremava ancora in lei un
barlume di speranza: che ella cioè non fosse davvero nello stato, in cui,
purtroppo, per tanti segni, aveva argomento di temere che fosse. Questo barlume
di speranza apriva nel bujo orrendo una pallida via d'uscita, l'unica. Ah, con
quale impeto avrebbe voluto slanciarvisi! Trattenuta, come sotto un incubo,
forzava gli occhi a scrutare questa via solitaria, lontana dall'Alvignani,
lontana dal marito; e anelava, e spiava nello stesso tempo in sé, nel suo corpo,
qualche accenno che le désse cagione di sperare.
Rientrando in casa, dopo le lezioni, vi trovò a visita i Juè, gl'inquilini del
secondo piano.
Subito, dagli occhi della madre e della sorella, s'accorse che il Blandino era
già stato da loro. Gli occhi della madre brillavano; il volto acceso, alla vista
di lei, le si ilarò a un tratto, contenendo a stento l'esultanza di fronte ai
due importuni.
Avendo Marta detto alla Juè d'essersi sentita e di sentirsi ancora poco bene,
questa esclamò, rivolgendosi alla signora Agata:
- Sturbi di stagione, sturbi di stagione, signora mia; non ne faccia caso. Mezza
città ne soffre... Noi abbiamo nella casa in via Benfratelli quella signora di
cui le ho parlato una volta, si rammenta? quella poveretta divisa dal marito.
Ebbene, a letto anche quella! L'altro ieri Fifo è andato a riscuotere quel po'
di pigione che ci paga (una miseria) e, si sa... è dovuto tornar via a mani
vuote... Ah, se sapesse, Signora mia, quel che ci tocca soffrire col cuore che
abbiamo, per questa benedetta casa... Diglielo tu, Fifo...
Il Juè, seduto con le gambe e i piedi uniti, le braccia conserte al petto, si
spiccicò per ripetere la sua frase favorita:
- Cristo solo lo sa!
Poco dopo, marito e moglie «sospesero l'incomodo». Appena andati via, la signora
Agata buttò le braccia al collo di Marta e se la strinse forte, forte al seno,
baciandola più e più volte in fronte:
- Figlia mia, figlia mia; tieni! tieni! Ecco il premio. Ti si rende giustizia,
finalmente!
Gli occhi le si riempirono di lagrime e proseguì:
- A tuo padre, sant'anima, quella sera, non glielo dissi io? La luce si farà;
l'innocenza di tua figlia sarà riconosciuta! Aspetta, aspetta... Ah, se egli
vivesse ancora! Non piangere, non piangere, figlia mia... Che hai? Oh Dio,
Marta, che hai?
Marta s'era lasciata cadere su una seggiola, pallida, fosca, tutta tremante.
- Sai che mi sento male... - mormorò.
Sì, ma ora non bisogna piangere più! - riprese la madre. - Sai chi è stato da
noi questa mattina? Tu forse non lo conosci: il Blandino... il professor
Blandino. E sai perché è venuto? chi l'ha mandato? Tuo marito! Sai ch'egli è
stato per morire?
- Lo so - disse Marta con le ciglia aggrottate.
- Lo sai? come lo sai?
- Me l'ha scritto Anna Veronica.
- Ah, di nascosto?
- Sì, gliel'ho raccomandato io, che non parlasse mai di lui nelle sue lettere a
voi.
- Sì, sì, ma ora... Di', sai forse pure...?
Marta, levandosi con pena, abbattuta:
- Vuole riconciliarsi, è vero? - disse.
- Sì, sì, - affermò con gioja la madre. Ma le cadde subito, quella gioja, di
fronte al cupo aspetto di Marta.
- Ti pare possibile ormai? - domandò questa, lasciando cadere le parole e
guardandola negli occhi.
- Come! Perché? - esclamò la madre, stupita.
- Perché? Egli mi rivuole; non lo voglio più io.
- Come! e non pensi... ma come? - balbettò la madre. - Se questa è per te la
riparazione! Non vedi che ti si rende giustizia in faccia al mondo? E vuoi
ricusarti? Come?
- Giustizia... riparazione... - la interruppe Marta. - Tu ci credi, mamma?
- Come no? Se il Blandino è venuto qua...
- Ah, che il Blandino sia venuto, lo so... Mamma, è inutile! Io dico: credi tu
che quello che mi hanno fatto, prima lui, Rocco, poi il babbo, sia riparabile?
No, mamma, no: non si ripara... Io rimarrò, stanne pur certa, quella che sono,
né più né meno, nel concetto della gente... Sai che si dirà? Si dirà ch'egli ha
perdonato; nient'altro! e rideranno di lui, come d'un imbecille... Io sarò
sempre la colpevole... E come no? «Se fosse stata davvero innocente,» diranno «e
perché dunque il padre si sarebbe rinchiuso dalla vergogna per mesi e mesi al
bujo, in una camera, fino a morirne? E perché il marito la scacciò?» Ma, e poi!
riparazione, sì, e il babbo a te, a Maria, chi ve lo ridà? E tutto quello che
abbiamo patito, chi ce lo leva dal cuore? Ma sul serio? Sono strappi, questi,
che si rattoppano, forse? No, mamma. Io non debbo, né posso accettare il
pentimento di lui.
- Ma se egli ora riconosce pubblicamente il suo torto?
- Nessuno gli crederà.
- Nessuno? Ma tutti, figlia mia! Chi avrà più diritto di parlare, se lui ti
rende giustizia? Oh, figlia mia, e credi che la gente non sappia che tu sei
innocente?
Marta si sentì mancare sotto lo sguardo della madre e della sorella rimasta muta
ad ascoltare.
- Sì... sì... - disse. - Ci penserò; lasciami pensare... Ora non posso dirti
nulla.
- Pensaci, pensaci, Marta, per carità! Vedrai che è giusto e addiverrai... ne
sono certa! Intanto, di', al Blandino che risposta debbo dare?
- Nessuna, per ora. Digli... digli che ho bisogno di tempo per riflettere,
ecco... Mi si dia tempo, rifletterò.
Ma che riflettere? Aspettare che quel barlume di speranza smorisse di giorno in
giorno e il bujo e il vuoto s'estendessero vieppiù, dentro e intorno a lei.
Presto riconobbe che nessuna illusione era più possibile. E così, di fronte
all'orrore che l'idea della morte le incuteva, si vide costretta a decidere.
Nessuna distrazione, neppure momentanea. Da tutte le parti si vedeva stretta,
spinta. La sua esistenza non poteva, non doveva contare più che pochi giorni:
uno, due, tre giorni ancora... e poi? Il sangue le s'agghiacciava nelle vene. Si
ritraeva dal balcone per paura che un'improvvisa tentazione non la spingesse a
troncare subito quell'agonia. Oh no, no: quella morte, no! Ma armi, in casa non
ce n'erano. Un veleno! Meglio morire di veleno. Come procacciarselo?
Farneticava, e le ultime energie vitali si appigliavano a queste difficoltà
materiali; le ingrandivano. Sentiva nelle altre stanze parlare la madre, e si
domandava: «Come farà? Avranno pietà di lei e di Maria, quando io non sarò
più?». Ma perché la madre considerava come premio e compenso alle sciagure il
pentimento del marito, la proposta di riconciliazione? Avrebbe voluto gridarle:
«La chiami giustizia, tu? Mi credi innocente, e chiami giustizia il pentimento
di chi m'ha infamata senza ragione? E se io fossi ancora veramente come tu mi
credi, di che mi compenserebbe questo pentimento? Ah, ti pare che possa
sorridermi l'idea di ritornare a vivere in compagnia d'un uomo che mi ha fatto
tanto male e che non m'intende, che io non stimo e non amo? Sarebbe questo il
premio della mia innocenza?».
Volle recarsi un'ultima volta dall'Alvignani. Non s'illudeva; ma... chi sa!
forse egli, pensando, parlando col Blandino, aveva trovato qualche altro scampo.
- Stavo a scriverti! - le disse Gregorio, vedendola entrare. - Ecco la
lettera...
Marta stese la mano per prenderla.
- No, è inutile, ora... La lacero: pazzie! Non sei più venuta...
La guardò; le lesse in fronte la disperazione, e aggiunse:
- Povera Marta!
Poi le domandò, ma quasi senza speranza di risposta:
- Hai deciso?
Marta sospirò aprendo le mani a un lieve gesto desolato, e sedette.
Egli tornò a guardarla, e sentì tutta la gravezza enorme, insopportabile della
loro situazione. Quel silenzio, quell'inerte irragionevolezza opprimente lo
urtarono. Per scuoterla, disse:
- Verrai con me?
Ma ella si voltò solamente a guardarlo. Poi chiuse gli occhi e reclinò indietro
il capo, con disperata stanchezza.
- Nulla, dunque, nulla, - disse, - non hai trovato nulla?
- Ma che vuoi trovare? - s'affrettò a risponderle, appassionatamente. - Giorno e
notte ho pensato a te; ho aspettato che tu venissi... È inutile cercare, Marta!
Guarda, ti scrivevo proprio questo: «Decidi, decidi presto: non c'è tempo da
perdere; ne hai perduto già troppo... Da' una risposta al Blandino, digli subito
o sì o no, e se no...». Guarda, e qui ti proponevo... Vuoi leggerlo tu?...
Leggi, leggi...
Marta prese la lettera ch'egli le porgeva, indicandole il punto da cui doveva
cominciare la lettura; ma dopo alcuni righi abbassò la mano su le ginocchia.
- Leggi fino in fondo! - la esortò egli.
Marta si rimise sotto gli occhi la lettera. Per quanto mal prevenuta, leggendo,
espresse sul volto l'ansia con cui cercava su quel foglio una parola che le
facesse nascere un pensiero non ancora sorto in lei; l'ansia con cui un
viandante, moribondo per sete, può cercare nel letto petroso d'un torrente un
filo, una goccia d'acqua. Ed erano come aridi, pesanti sassi per lei quelle
parole dell'Alvignani: le rimoveva senza trovarvi nulla sotto; e accennava
desolatamente di no, di no, col capo.
Terminata la lettera, si levò in piedi sospirando, senza dir nulla.
- Che ne pensi? - le domandò lui.
Marta si strinse nelle spalle, e restituì la lettera, esclamando:
- Non ripigliamo la discussione inutile dell'ultima volta, per carità, o il mio
cervello...
- Ma che vuoi fare?
- Non vedi? Che altro mi resta da fare?
- Tu sei pazza!
- Pazza? Avrei dovuto farlo molto tempo prima, quando viveva ancora mio padre...
E allora... allora non sarebbe stato brutto come adesso! Ora sono con le spalle
al muro.
- Ti ci metti tu! - rimbeccò duramente l'Alvignani.
Le prese ambo le mani, e seguitò:
- Ma ragiona con me. Chi dev'essere punito? Devi essere punita tu, forse? Lui,
lui, lui!
- E come? - disse Marta. - Col mio inganno? Non sarebbe più per lui la
punizione; sarebbe mia! Non vedi, non senti che mi fa orrore? Per me, per me mi
fa orrore! Non lo intendi? Se io fossi una cosa... Ma io penso, io so che sono
stata con te, so come sono... e non posso, non posso: mi fa orrore!
- Non è possibile, senti, - le disse allora l'Alvignani, levandosi, risoluto, -
non è possibile che io ti lasci compiere così, sapendolo, un doppio delitto.
Dunque tu non pensi più neanche a tua madre, a tua sorella? Io scriverò!
- A chi? - domandò Marta, scotendosi.
- A lui, a tuo marito, - rispose l'Alvignani. - Non posso lasciarti sola,
abbandonarti a te stessa, alla tua disperazione...
- Sei pazzo? - lo interruppe Marta. - Che vorresti scrivergli?
- Non lo so. Mi detterà la coscienza. So questo soltanto, che tu non sei la
colpevole. O su me o su lui deve cadere la punizione, e chi di noi due resta,
ripari!
- Follie! - esclamò Marta. - No... senti... senti...
S'interruppe: un'idea le balenò in mente, e subito il volto le si rischiarò,
quasi sorrise.
- Non scrivere tu, - riprese. - Gli scriverò io... Lascia che gli scriva io...
Ho trovato! Ho trovato!
- Che cosa? - domandò ansiosamente Gregorio. - Che gli scriverai?
- Ho trovato! - ripeté Marta, con gioja. - Sì, così si aggiusterà tutto...
Vedrai! Poi ti dirò... Ora lasciami andare...
- No, dimmi prima...
- Poi, poi... - fece Marta. - Tutto si aggiusterà, ti dico... Lasciami andare...
Te lo dirò poi... Promettimi che tu non scriverai!
- Ma io vorrei sapere... - oppose, perplesso, l'Alvignani.
- Non hai nulla da sapere. Lascia fare a me... Promettimi...
- Ebbene: prometto... Quando ritornerai?
- Presto. Non dubitare: ritornerò. Ora addio!
- Addio! A presto!
Marta andò via; e, strada facendo verso casa, l'idea che le era balenata in
mente, man mano assunse forma concreta, precisa. Nello stato d'esaltazione,
quasi di delirio, in cui si trovava, non vedeva l'assurdo del rimedio
improvvisamente concepito. E diceva tra sé, andando: «Io non accetto il suo
perdono, il perdono di chi avrebbe invece da pentirsi... Non l'accetto... Una
punizione me la merito. Sta bene! Me la darò. Ma una riparazione a tutto il male
ch'egli mi fece prima, ingiustamente... una riparazione egli me la deve... Bene:
io mi tolgo di mezzo, e quand'io mi sarò tolta di mezzo, non potrebbe sposare
mia sorella? Maria è saggia... Maria è buona... lo farà per la mamma... faranno
una sola famiglia con la mamma... E così tutto sarebbe riparato...».
Andava in fretta, parlando tra sé; si sentiva come alleggerita da un peso
enorme; si guardava intorno con gli occhi lucidissimi, ilari, e quasi rideva
davvero a ogni cosa in cui lo sguardo s'imbattesse. Le pareva che una perfetta
calma le si fosse fatta nello spirito.
E in tale stato d'animo rincasò.
- Hai deciso, Marta? - s'arrischiò a domandare la madre.
- Adesso, mamma, - le rispose. - Ci ho pensato a lungo. Debbo scrivergli. Non
dubitare: stasera o domani gli scriverò. Penso a voi!
- A noi? Ma devi pensare a te, figliuola mia... Vedi come ti sei ridotta?
- A me e a voi... - disse Marta. - Non dubitare.
Aveva preso sonno sul far del giorno.
Durante la notte, aveva formulato la lettera per il marito, vagliando ogni
parola, escludendo ogni frase di tenerezza per sé, di recriminazione per lui.
S'era poi messa a immaginare la vita degli altri senza di lei, minutamente; il
pianto, la disperazione della madre e della sorella; il conforto ch'egli, il
marito, sarebbe accorso a recare; il rammarico, la maraviglia dei conoscenti; il
compianto... poi, con l'andar dei giorni, la calma desolata in cui il cordoglio
s'assopisce; e man mano le strane piccole sorprese nel vedere, nel sentire che
la vita ha seguito e segue tuttavia il suo corso, e noi... noi con essa. I
morti? I morti sono lontani...
Dopo due ore appena di sonno, si svegliò tranquillissima, come se l'animo
avesse, durante il breve riposo, espulso la determinazione violenta. Né di
questa calma si stupì: a lungo aveva pensato, a lungo discusso, e aveva pensato
specialmente ai suoi: nessun rimorso, dunque; era preparata, già pronta. Dopo
colazione avrebbe scritto la lettera; ecco, e poi, verso sera, sarebbe uscita
per impostarla con le proprie mani; e poi... poi non sarebbe ritornata più a
casa. Ormai ogni difficoltà circa al modo di darsi la morte le appariva puerile:
si sarebbe recata in prossimità della stazione ferroviaria, e giù, col capo tra
le ruote d'un treno; o alla spiaggia, per annegarsi in qualche punto deserto.
- Che bel tempo! - disse a Maria, uscendo dalla camera. - Avevo lasciato gli
scuri accostati per svegliarmi appena fosse giorno... aspetta, aspetta: il
giorno non spuntava mai...
Il cielo infatti era coperto e minaccioso, la prima volta, dopo tanta stagione
serena.
Marta quel giorno fu dolcissima con la madre e con la sorella, in ogni parola,
in ogni sguardo. Fu quasi allegra a tavola. Terminata la colazione, annunziò
alla madre che avrebbe scritto al marito.
- Sì, figlia mia... Dio t'assista!
La madre era sicura che Marta accondiscendeva alla riconciliazione; e con Maria
attese tranquilla alle consuete faccende domestiche.
Nel pomeriggio il cielo s'incaverò: nubi gravide di temporale s'addensarono su
la città, e si levò un gran vento. A ogni sbuffo, i vetri delle finestre, urtati
con violenza, pareva dovessero fragorosamente cedere alla furia; e sù, la
porticina del terrazzo sbatteva a quando a quando. Guizzò a un tratto, nella
tetraggine, un lampo vivissimo e quasi contemporaneamente il tuono scoppiò
squarciando l'aria con formidabile rimbombo. Marta cacciò un grido fuggendo
dalla camera, e andò ad aggrapparsi alla madre tremando a verga a verga pallida,
convulsa.
- Hai avuto paura? - le disse la madre, carezzandole i capelli. - Vedi come sei
nervosa? Che bambina!
- Sì, sì... - fece Marta, scossa da brividi che diventarono singhiozzi. - Non è
possibile che scriva oggi... Scriverò domani... Tremo tutta...
- Sta' qui con noi, - le consigliò Maria.
Star lì con loro, lì, in quella cucinetta raccolta, assaporando la vita
familiare, chiusa, ristretta e santa, la vita che non era più per lei!
Aveva lacerato tanti e tanti fogli di carta: la lettera facilmente formulata
nella delirante esaltazione della notte, le era parsa, sul punto di scriverla,
quasi inconsistente. S'era messa a pensare per riformularla; invano! lo spirito
le rimaneva attonito; arido il cervello; e intanto il corpo smaniava sotto
l'imposizione della volontà. Sentiva il corpo l'incombente minaccia del tempo,
l'elettricità vibrante nell'aria, la violenza del vento, e gli occhi si erano
volti a guardar fuori. Si era veduta allora in preda a quel vento, lungo la
spiaggia deserta, col mare mosso, rabbioso, urlante sotto gli occhi; si era
veduta in cerca d'un luogo acconcio per buttarsi a quelle onde torbide, orrende,
giù; e mentre con l'animo sospeso seguiva quasi i suoi passi fino all'ultimo,
fino al punto di spiccare il salto, era guizzato un lampo, era scoppiato il
tuono.
Un momento dopo, rideva istintivamente alle parole della madre e di Maria, che
la calmavano, scherzando su la paura da lei avuta.
La sera precipitò orrenda su la città. Marta, la madre e Maria stavano raccolte
a cena, quando una forte scampanellata alla porta fece loro a un tempo
esclamare:
- Chi sarà a quest'ora?
Era donna Maria Rosa Juè, la quale entrò con le mani per aria, scotendo la testa
e gridando:
- Signora mia! signora mia! Che ho da dirle! Càpitano tutte a me! E che v'ho
fatto, Signore Iddio, che v'ho fatto? Quella poveraccia, l'inquilina mia ai
Benfratelli... Signora mia, sta per morire... Gesù! Gesù! Gesù! Muore lì, come
una cagna, salvo il santo battesimo... Le ho mandato il medico a mie spese; le
ho comprato le medicine: imposture, signora mia, che non servono a nulla, ma
tanto perché non si dica che sia mancata per noi... Non ci ha pagato la
pigione... Basta... Ora io dico: qualche parente questa poveraccia ce l'avrà,
deve avercelo laggiù, nel loro paese... Non parlo per la miseria della pigione,
del medico, delle medicine... ma per il funerale, signora mia! chi deve mandarla
al camposanto? Io e Fifo abbiamo fatto già troppo, per carità, per amor di
prossimo... Con questo tempaccio, poi! Vento, signora mia, che si porta via le
case... Siamo tornati un momento per prendere un boccone in fretta e furia...
andiamo di nuovo, adesso, per stare a vegliarla magari tutta la notte... Come si
fa? Siamo cristiani! Ah, i mariti, i mariti! Non parlo del mio: io, per grazia
di Dio, indegnamente, due, signora mia, uno meglio dell'altro: la sant'anima e
questo che è il ritratto di suo fratello, tal quale, lo stesso cuore. Ci
roviniamo, signora mia, per il buon cuore... Possono scrivere loro a qualcuno,
se conoscono qualche parente laggiù?
- Sì, al figlio... - rispose la signora Agata, stordita dalla furia con cui la
Juè aveva parlato e dall'annunzio inatteso.
- Come! - esclamò donna Maria Rosa. - Quella poveraccia ha un figlio? E il
figlio la lascia morire così, come se fosse una cagna? Ah, i figli, i figli,
peggio dei mariti! Gli scrivano, per carità; gli scrivano che è proprio agli
estremi! Questa sera stessa le faccio dare i sacramenti... Siamo cristiani, sì o
no? È carne battezzata!
- Vengo con lei, - disse Marta, levandosi da sedere.
La madre e Maria si voltarono a guardarla.
- Vuoi andar tu? - domandò la madre. - Ti senti così male, Marta, e con questo
tempo...
- Lasciami andare... - insisté Marta, avviandosi per la camera.
La signora Agata non s'oppose più; ammirò la figlia che rispondeva così, con un
atto di generosità, al male che il marito le aveva fatto. E le parve che con
quella visita alla suocera moribonda Marta volesse rispondere al pentimento del
marito, e suggellare la pace.
Marta, invece, cercando il cappellino e lo scialle nella camera al bujo, pensava
tra sé: «Sarà una vittima anche lei. Voglio vederla, conoscerla...».
- Eccomi pronta.
- Si appunti bene il cappellino, anzi lo lasci, dia ascolto a me, - le suggerì
donna Maria Rosa. - Lo scialletto in capo, come ho fatto io.
Don Fifo attendeva sul pianerottolo del secondo piano, morto di freddo, con le
mani in tasca, il bavero alzato.
Appena fuori su la via, Marta sentì la straordinaria furia del vento che ruggiva
per la strada, come se volesse portarsi via tutte le case. Guardò in alto, il
cielo sconvolto, corso da enormi nuvole squarciate, tra cui la luna, scoprendosi
di tratto in tratto, pareva fuggisse impaurita, precipitosamente. La via era
quasi al bujo: alcuni fanali erano stati spenti dal vento, che sul poggetto del
Papireto aveva anche spezzato un albero e gli altri agitava, storceva. Le vesti
impedivano alle due donne, curve contro la furia, d'andare speditamente. Don
Fifo teneva con ambo le mani le tese del cappelluccio sprofondato fin su la
nuca.
Alla svolta del Duomo, sul Corso, un non mai visto spettacolo: un fragoroso
torrente, crescevole sempre, di foglie secche rovinava vorticosamente, come se
il vento avesse strappato tutte le foglie delle campagne e via con impeto di
rabbia, in un veemente eccesso di distruzione se le trascinasse da Porta Nuova
giù, giù, fino al mare, in fondo.
Le due donne e don Fifo furono presi dal turbine a le spalle e spinti di corsa
in giù, quasi sollevati con le foglie. A un tratto don Fifo cacciò un grido, e
Marta lo vide saltare come un grillo e precipitarsi dietro il cappello sparito
in un attimo tra le foglie, nel turbine.
- Lascialo, Fifo! - gli gridò dietro la moglie.
Ma anche don Fifo sparve nel turbine delle foglie, nel bujo.
- Di qua, di qua! - disse la Juè a Marta, scantonando per via Protonotaro, che
non imboccava il vento e in cui una moltitudine di foglie s'era come rifugiata.
- Andrà a ripigliarsi il cappello a Porta Felice, se pure lo arriva! Ci voleva
anche questa, ci voleva! Il cappello nuovo!
Traversarono la piazzetta dell'Origlione, e presto furono in via Benfratelli.
- Ecco, entri, è qua, - riprese la Juè, cacciandosi in un portoncino.
Salirono la scala erta e stretta al bujo, fino all'ultimo piano. La Juè trasse
dalla tasca una grossa chiave, vi soffiò nel buco, cercò a tasto la serratura e
aprì la porticina. Subito, aprendo, gridò:
- Gesummaria! Le finestre!
Le tre stanze, che componevano la miserrima dimora della moribonda, erano invase
dal vento che aveva sforzato le imposte e rotto i vetri. La candela nella camera
da letto s'era spenta, e nel bujo rantolava spaventata Fana Pentàgora.
- I vetri! anche i vetri... tutti rotti! A voi l'offro, Signore, in penitenza
dei miei peccati! - esclamava la Juè mettendo nelle braccia tutta la forza per
richiudere le imposte contro il vento.
Marta era rimasta su la soglia raccapricciata, con gli orecchi intenti al
rantolo mortale della moribonda.
Richiuse le imposte, quel rantolo divenne, nel silenzio, insopportabile.
- E i fiammiferi? - esclamò donna Maria Rosa. - Ce l'ha Fifo che corre dietro al
cappello e lascia noi qua al bujo, nell'imbarazzo. Ah che uomo! Tutto l'opposto,
certe volte, di suo fratello, sant'anima! Vado a cercare in cucina...
Marta si accostò al letto, a tentoni, quasi attirata dal rantolo. Fece per
appoggiare le mani sul letto e subito le ritrasse, con vivissimo ribrezzo: aveva
toccato il corpo della giacente; si chinò su lei e la chiamò sottovoce:
- Mamma... mamma...
Solo il rantolo angoscioso le rispose.
- Sono la moglie di Rocco... - riprese Marta.
- Rocco... - parve a Marta d'udir balbettare dalla moribonda, nel rantolo.
- La moglie di Rocco... - ripeté. - Non abbia più paura: ci sono qua io, ora.
- Rocco, - fece questa volta veramente la moribonda, sospendendo il rantolo.
Il silenzio diventò pauroso.
- Zitta, zitta! - riprese Marta in tono d'amorevole ammonimento. - C'è la
padrona di casa...
Uno zolfanello acceso, riparato da una mano, si moveva nel bujo, come un fuoco
fatuo.
- Dov'è il lume? Eccolo!
Donna Maria Rosa, acceso il lume, rimase con le dieci dita delle mani aperte per
aria.
- Dio, che schifezza! Mi sono tutta insozzata in cucina... Guardate, guardate
che babilonia qui!
I frantumi dei vetri della finestra erano schizzati fino in mezzo alla camera.
Intanto Marta osservava con raccapriccio la moribonda che moveva lentamente la
testa affondata nei guanciali, cercando con gli occhi smorti, attoniti, nella
camera, come stupita dal lume e dal silenzio, dopo la tenebra e l'urlo del
vento. Aveva una grossa maglia nella luce dell'occhio destro, e la pelle tutta
della faccia e specialmente il naso punteggiato di nerellini, che spiccavano
nell'estremo pallore, madido, opaco del volto. I capelli grigi, ruvidi,
ricciuti, abbondantissimi erano arruffati sul guanciale ingiallito. Gli occhi di
Marta si fermarono su le mani enormi, da maschio, che la moribonda teneva
abbandonate sul lenzuolo, più sporco della camicia aperta sul seno secco,
ossuto, orribile a vedere.
- Rocco... - mormorò ancora una volta la moribonda, fissando lungamente gli
occhi in volto a Marta, come assetata.
- Che dice? - domandò la Juè curva, con la veste alzata fin sopra il ginocchio,
mentre si tirava sopra la gamba tozza, tosta, la calza ricaduta su la fiocca del
piede.
- Chiama il figlio... - rispose Marta, riaccostandosi alla giacente, per dirle:
- Verrà, non dubiti... Ora gli scrivo che venga subito...
Ma la moribonda non comprese e ripeté con fievolissima voce, cercando con gli
occhi intorno per la stanza:
- Rocco...
- Un telegramma, è vero? - disse la Juè. - Andrà Fifo al telegrafo... Non c'è
tempo da perdere. Ecco, qui nel cassetto ci dev'essere carta e l'occorrente per
scrivere... Mio Dio, che puzzo... sente? Che è che puzza così in questa camera?
Era sul tavolino, presso la finestra, un bicchiere a metà pieno d'una mistura
verdastra, esalante un pestifero odore.
- Ah, tu? - fece la Juè, additando con l'indice tozzo il bicchiere, - adesso ti
butto via!
Marta accorse:
- No, che è?
- Sarà veleno, - fece donna Maria Rosa, notando l'ansia di Marta.
- Può servire...
- Che vuole che serva più, cara lei... Ci appesterebbe tutta la notte
inutilmente...
E andò a buttarlo in cucina.
Marta s'appressò al tavolino per scrivere il telegramma. Scrisse semplicemente
così, quasi senza pensare: «Tua madre sta male. Vieni subito. Marta».
- Ah, lo conoscete intimamente? - osservò la Juè, leggendo il telegramma. - Sono
forse parenti?
Marta arrossì, confusa, e chinò più volte il capo in segno affermativo. Donna
Maria Rosa notò quella confusione improvvisa e quel rossore e sospettò che ci
dovesse esser sotto qualche cosa.
- E già... paesani... - disse. E, quasi per cancellare la domanda indiscreta,
aggiunse: - Venisse subito, almeno...
Udirono picchiare alla porta.
- Ecco Fifo!
Don Fifo entrò col capo scoperto, i capelli per aria, esclamando esasperato, con
larghi gesti delle braccia:
- Non era cappello, era diavolo!
- Sì, va bene... - gli disse la moglie. - E adesso scappa al telegrafo! Ci sono
anche i vetri della finestra rotti!
Don Fifo diede un balzo indietro.
- Io? al telegrafo? adesso? Neanche se mi fanno papa!
- Sciocco! Ti dico che ci sono anche i vetri della finestra rotti! - ribatté
arrabbiandosi donna Maria Rosa. - Scappa al telegrafo!
- Oh Cristo mio! - sclamò don Fifo. - Fuori ci sono tutti i diavoli dell'inferno
scatenati... Dove vuoi che vada? Debbo andare senza cappello?
- Ti metterai in capo il mio scialle...
Don Fifo guardò Marta e aprì la bocca a un sorriso da scemo:
- Sì, lo scialle... per far ridere la gente...
- Chi vuoi che ti veda, a quest'ora, con questo tempo? Sù, sù.
E gli buttò lo scialle in capo, aggiungendo:
- Poi te n'andrai a casa, a dormire.
- Solo? - domandò don Fifo, rassettandosi in capo lo scialle.
- Hai paura?
- Paura, io? Non so che voglia dire... Ma tu qua, io là... niente, guarda,
piuttosto me ne starò li in quel cantuccio... Abbi pazienza: vado e torno.
Scappò. Tornò dopo circa mezz'ora. Marta spiava acutamente la moribonda, che
s'era ancora inabissata nel letargo. La Juè, all'altro lato del letto, erta sul
busto protuberante, già pisolava. Don Fifo la guardò un poco, poi si rivolse a
Marta e disse piano:
- Se Dio liberi, si mette a ronfare...
Scosse forte le braccia con le pugna chiuse, e soggiunse:
- Trema la casa!
Non aveva finito di dirlo, che donna Maria Rosa tirò il primo ronfo, spalancando
la bocca. Don Fifo accorse e la chiamò, scotendola lievemente:
- Mararrò... Mararrò...
- Ah... che è?... che vuoi?... Hai spedito il... Va bene...
- No... ti dico... - osservò timidamente don Fifo. - Fa' piano... ecco, la
malata...
- Non mi seccare, Fifo! - lo interruppe donna Maria Rosa, ricomponendosi a
dormire.
Don Fifo si strinse nelle spalle e alzò gli occhi al soffitto, sospirando.
Poco dopo, dormiva anche lui, presso la moglie che ronfava formidabilmente; e
anche lui a poco a poco si mise a ronfare, ma d'un debole timido ronfolino
accompagnato da un tenero sibilo del naso. Moglie e marito parevano, quella un
bombardone, questi un violino con la sordina.
Marta rimase assorta nella contemplazione della moribonda; orribile immagine
dell'imminente suo destino.
«Domani egli verrà» pensava. «Mi vedrà qui; crederà che io voglia e possa
accettare la sua proposta. Non ho pensato a lui, venendo; ma egli forse, quando
saprà tutto, sospetterà ch'io sia venuta apposta per intenerirlo. No, no,
domattina, prima ch'egli giunga, andrò via... per non farmi vedere... Andrò
via...»
Si levava da sedere; si accostava in punta di piedi alla giacente che pareva già
morta; si chinava con l'orecchio su lei per accertarsi se respirava ancora, e
tornava a sedere, a pensare:
«Com'è placida! E muore... La morte è già dentro di lei, dentro il suo corpo
dormente... Andar via? No, io non posso andar via... debbo prima parlargli... a
ogni costo... Col mio sacrifizio debbo ottenere ch'egli faccia il suo dovere:
ajuti mia madre. Dunque, mi trovi qui, presso la sua! Gli dirò tutto...
tutto...»
Il lume moriva sul tavolino lì accanto. Le ombre dei due dormenti s'ingrandivano
e balzavano di tratto in tratto al singultare della fiammella, su la parete.
Marta ebbe paura del bujo imminente e si alzò per svegliare la Juè.
- Il lume Si spegne...
- Che fa? Ah, si spegne?... Facciamo così...
Si alzò, andò barcollando al tavolino e soffiò sul lume, soggiungendo:
- Puzza... Non c'è petrolio... Dov'è la mia seggiola?
- Ahi! - strillò don Fifo. - M'hai assassinato un piede!
- La mia seggiola... Eccola! Pazienza, Fifo mio: domani sera speriamo di dormire
nel nostro letto... Tanto, sarà giorno tra poco...
Un gallo, infatti, cantò poco dopo nel silenzio. Marta, involta nel bujo, tese
l'orecchio. Un altro gallo rispose da più lontano, all'appello; poi un terzo,
ancora da più lontano. Ma non appariva indizio di luce attraverso le fessure
delle imposte.
Finalmente spuntò il giorno. La Juè Si svegliò, stiracchiandosi e quasi
nitrendo; poi domandò a Marta notizie della moribonda. Don Fifo, in un
cantuccio, con la testa china sul petto, le braccia conserte, le gambe unite,
miserino, restò a trar solo, scompagnato, il timido ronfo col sibiletto in fine.
- È fredda! è fredda! - fece la Juè ancor mezzo insonnolita, con una mano su la
fronte della moribonda. - Bisogna mandar subito per un prete... Fifo! Fifo,
svégliati!
Don Fifo si svegliò.
- Corri subito qua a santa Chiara... o questa infelice morirà senza
sacramenti... Mi senti, Fifo?
Don Fifo s'era levato in piedi e messo a svariare per la camera con gli occhi
ammammolati.
- Che cerchi?
- Cerco il... Ah, già! senza cappello, santo Dio! Avessi almeno un berrettino...
Vado cos?
- Va'! va'! corri... Non c'è tempo da perdere, - gli gridò donna Maria Rosa, e
aggiunse rivolta a Marta: - Noi intanto rassettiamo un tantino la camera: ci
verrà il Signore!
Marta guardò la Juè come stordita. Il Signore? Le si affacciò subito alla mente
Anna Veronica, e quasi la cercò in quella camera, e la vide quasi in se stessa,
in quel momento supremo. Inginocchiare la sua colpa e il suo pudore per ottenere
il perdono di Dio, come Anna aveva fatto? Ah, no! no! Poiché il Signore tra poco
sarebbe venuto lì, ella, inginocchiata, lo avrebbe soltanto pregato per la
salute dell'anima.
La moribonda, mentre la Juè aggiustava un po' il letto, schiuse gli occhi
velati, senza sguardo. Marta osservò quegli occhi e quel volto già come soffuso
di sovrumana serenità: solo il corpo esausto pareva su quel letto, senza più
percezione ormai della circostante miseria; senza dolore, senza memorie.
Venne finalmente, inavvertito dalla morente, il Viatico. Fana Pentàgora guardò
il prete con gli occhi stessi con cui aveva guardato il soffitto della camera, e
nulla rispose alle domande di lui. Gli astanti si erano inginocchiati intorno al
letto e mormoravano preghiere; Marta piangeva con la faccia nascosta.
Poco dopo, la funzione era finita. Marta levò la faccia lacrimosa, e si guardò
intorno disillusa, quasi nauseata, come se avesse assistito ad una
inconcludente, volgarissima scena. Quella, la visita del Signore? Un biondo,
freddo, insulso prete goffamente parato... E lei per un momento aveva potuto
pensare di buttarsi in ginocchio e invocare pietà...
- Ho paura che non arrivi a tempo... - sospirò la Juè, alludendo al figlio della
morente.
Don Fifo, dopo il Viatico, s'era allontanato dalla camera e passeggiava nella
saletta, costernato con le braccia conserte, sbuffando di tratto in tratto e
aspettando che la moglie venisse ad annunziargli la morte della pigionante.
Impaziente, allungava dalla soglia la faccia sparuta verso il letto, e con un
cenno del capo domandava: - Vive ancora?
Donna Maria Rosa spiegò a Marta:
- Dopo la morte di Dorò, buon'anima, quell'uomo lì non può più veder morire
nessuno...
Man mano che le ore si trascinavano
lentissime, cresceva l'ansia di Marta. L'aspettazione diveniva di punto in punto
più angosciosa.
Finalmente, nelle prime ore del pomeriggio, arrivò Rocco Pentàgora. Si presentò
ansante, quasi smarrito, su la soglia.
Parve a Marta più alto nella magrezza lasciatagli dalla malattia, durante la
quale gli erano caduti i capelli, che già rispuntavano lievi, quasi aerei,
finissimi e un po' ricciuti; e la fronte gli si era allargata, e schiarita la
pelle, sebbene fosse tuttavia pallidissimo. Negli occhi aveva un'espressione
nuova, ridente, quasi infantile.
- Marta! - esclamò, scorgendola, accorrendo a lei.
Turbata dalla vista del marito così trasfigurato e ingentilito dalla
convalescenza, turbata dallo slancio appassionato, Marta, senza volerlo, lo
rattenne con un cenno confidenziale di tacere, e gli additò il letto e la madre
in agonia.
Subito il figlio si rivolse al letto, si curvò sulla madre, chiamando:
- Mamma! mamma! Non mi senti, mamma? Guardami... sono venuto!
La moribonda aprì gli occhi e lo guardò attonita, come se non lo riconoscesse.
Egli soggiunse:
- Non mi vedi? Sono io... sono venuto... Adesso guarirai...
La baciò piano in fronte, e si portò via con un rapido atto della mano le
lagrime dagli occhi.
La madre moribonda continuò a guardarlo, fisso, richiudendo di tanto in tanto,
con lenta pena, le pàlpebre, come se il corpo ormai non avesse più forza da dare
alcun altro segno di vita. O era un cenno ultimo, quasi lontano, dello spirito
già inoltrato nella morte, quel lento moto delle palpebre?
Marta frenava a stento le lagrime per pudore davanti alla Juè, che ostentava
smorfiosamente il suo pianto.
Man mano però gli occhi della moribonda s'animarono, s'animarono alquanto, come
se dal fondo della morte un estremo residuo di vita le tornasse a galla. Schiuse
e mosse le labbra.
- Che dici? - domandò con viva ansia il figlio, curvandosi vie più su lei.
- Muojo... - alitò la madre, quasi impercettibilmente.
- No, no... - la confortò egli. - Se stai meglio, ora... Ci sono qua io... E c'è
anche Marta... Non l'hai veduta? Marta, qua... vieni qua...
Marta andò all'altro lato del letto, e la moribonda si volse a guardarla, come
prima aveva guardato il figlio.
- Eccola... La vedi? - soggiunse egli. - Eccola Marta... È questa... Ti ricordi
quanto ti parlai di lei, l'ultima volta?
La moribonda trasse un sospiro, a stento. Pareva non intendesse, e guardava con
gli occhi invagati. Poi le ceree guance le si colorirono un po' d'una tenuissima
tinta rosea, e mosse una mano sotto le coperte. Subito Marta le sollevò e pose
la mano in quella di lei, che agitò l'altra, guardando il figlio. Questi seguì
l'esempio di Marta e la madre allora congiunse con uno sforzo le loro due mani,
traendo un altro sospiro.
- Sì, sì... - fece, commosso, Rocco alla madre, stringendo forte la mano di
Marta, che non poté più frenare le lagrime.
I due Juè guardavano sbalorditi dalla sponda del letto ora Marta ora Rocco.
Poco dopo, la moribonda richiuse gli occhi, rientrando quasi nella profondità
misteriosa, ove la morte l'aspettava.
Marta ritrasse timidamente la mano dalla mano del marito.
- Riposa di nuovo, - fece sottovoce la Juè. - Lasciamola riposare... Senta,
signora Marta, io e Fifo approfittiamo di questo momento di calma per scappare
un po' a casa. Bisogna pensare a tutto. Non fo per vantarmi, ma nelle occasioni
so trovarmi... Fifo, dillo tu... La pena c'è, si capisce; ma come si dice? sacco
vuoto non si regge... Il povero signor Rocco, dopo tante ore di ferrovia, avrà
certo bisogno di qualche ristoro...
- No... no... io no...
- Lascino fare a me... - lo interruppe la Juè.
- Marta piuttosto, - disse Rocco.
- Lascino fare a me! - ripeté donna Maria Rosa. - Penso io a tutto... E penserò
un pochino anche a me e quest'anima di Purgatorio... Non abbiamo assaggiato
neppur l'acqua, da stanotte. Ma, come si fa? Bisogna aver pazienza...
Arrivederli, arrivederli... E stiano di buon animo, eh?
I due Juè andarono via. Da un canto Marta avrebbe voluto trattenerli ancora, a
viva forza, per non restare sola col marito; dall'altro, per quanta agitazione
le cagionasse il pensiero dell'estrema confessione, considerandola ormai
inevitabile, anelava che avvenisse al più presto.
- Oh Marta! Marta mia! - esclamò Rocco, aprendo le braccia e chiamandola a sé.
Marta si levò da sedere in preda a un tremito convulso, e gli disse:
- Di là... di là... No... aspetta... Voglio dirti subito tutto... Vieni...
- Come? Non mi perdoni? - le chiese egli, seguendola nell'altra stanza quasi al
bujo.
- Aspetta... - ripeté Marta, senza guardarlo. - Io... io non ho nulla da
perdonarti, se tu...
S'interruppe; contrasse tutto il volto, chiudendo gli occhi, come per un interno
spasimo insopportabile. Poi volse uno sguardo di cordoglio al marito, e riprese,
risolutamente:
- Senti, Rocco: tu lo sapevi...
S'interruppe di nuovo, a un tratto, notando su la guancia di Rocco la lunga
cicatrice rimastagli della ferita riportata nel duello con l'Alvignani. Sentì
cadersi l'animo, e si strinse il volto, forte, forte, con ambo le mani.
- Perdonami! Perdonami! insistette, supplicò egli, posandole amorosamente le
mani su le braccia.
- No, Rocco! Senti: io non ti chiedo nulla per me... - riprese Marta, scoprendo
il volto. - Voglio dirti soltanto questo: pensa che il babbo ci lasciò nella
miseria: la mamma, Maria... senza colpa... per causa tua. Sole... tre povere
donne, in mezzo alla strada, tra la guerra infame di tutto il paese...
- Dunque non mi perdoni? Non vuoi? Vedrai, Marta, vedrai come ti compenserò...
Tua madre, Maria, verranno con noi... in casa nostra... Non è già inteso? C'è
bisogno di dirlo? Con noi, per sempre! Volevi dirmi questo? Via, per carità,
Marta, non ritorniamo più sul passato... Piangi? Perché?
Marta, con la faccia di nuovo nascosta tra le mani, scoteva il capo, piangendo;
e invano Rocco la stringeva a dir la ragione del pianto e del muto negare.
- Ah, per la mamma... per Maria... - scoppiò a dire finalmente, scoprendo di
nuovo il volto in fiamme, inondato di lagrime. - Sentimi, Rocco...
- Ancora? - domandò egli, perplesso, confuso, afflitto.
- Sì: io ti lascio libero, libero, da questa sera stessa... Non puoi pretendere
di più, da me...
- Come!
- Ti lascio, sì... ti lascio la via libera, perché tu possa fare quello che devi
verso mia madre, verso mia sorella, da uomo onesto... Non chiedo nulla per me!
Intendimi... intendimi...
- Non t'intendo! Che vuoi da me? Mi lasci libero? Io non ti capisco... Ma
comanda, farò tutto quello che vorrai... Non piangere! Dovrei piangere io...
Perdonami a qualsiasi patto; accetto tutto, purché mi perdoni...
- Oh Dio! Ora no, Rocco! ora no... Prima, prima dovevi chiedermi perdono, con
codesta voce, e non te l'avrei negato... Ora no, non posso accordare più nulla,
io!
- Perché?
- Debbo morire. Sì... E morrò. Ma... Dio... Dio! Se non ho potuto difendermi...
e la rabbia mi è rimasta nel cuore... Che sono io ora? Mi vedi? Che sono?...
Sono ciò che la gente, per causa tua, m'ha creduta e mi crede ancora e sempre mi
crederebbe, anche se io accettassi ora il tuo pentimento. È troppo tardi: lo
intendi? Sono perduta! Vedi che n'hai fatto di me? Ero sola... mi avete
perseguitata... ero sola e senza ajuto... Ora sono perduta!
Egli restò a guardarla attonito, quasi temendo di comprendere, d'aver compreso:
- Marta! E come... tu... Ah, Dio!... Tu...
Marta piegò il volto tra le mani, e chinò ripetutamente il capo, tra i
singhiozzi.
Rocco le afferrò allora le braccia per staccarle le mani dal volto, e la scosse,
ancora stupito, ancor quasi incredulo:
- Tu dunque... dunque, dopo... con lui? Parla! Spiègati! Ah, dunque è vero? è
vero? Parla! Guardami in faccia! Quel miserabile... Non dici nulla? Ah
miserabile, - proruppe allora. - È vero! E io ho potuto credere... e io sono
venuto qua, a chiedere perdono... E ora... di', fors'anche prima... di', con
lui?
- No! - gridò Marta, infiammata di sdegno. - Non lo intendi che tu, tu stesso,
con le tue mani, e tutti, tutti con te, m'avete ridotta fino al punto
d'accettare ajuto da lui; avete fatto in modo che da lui soltanto venisse alla
vita mia, tra le amarezze e le ingiustizie, una parola di conforto, un atto di
giustizia? Ah tu no, tu solo non puoi rinfacciarmi nulla! So bene quel che mi
resta da fare: sono caduta sotto la guerra vostra, non m'importa! Non si parli
più di me! Ma tu, tu fa' pure quello che devi: ripara! Tu sai che per causa tua,
mia madre e mia sorella sono ridotte a vivere di me soltanto. Chi resterà per
loro? Come vivranno? Voglio prima saper questo... Per questo t'ho confessato
tutto... Potevo tacere, ingannarti. Siimi almeno grato di questo... e in
compenso, ajuta... ajuta la mia famiglia, perché non io, ma tu, tu l'hai ridotta
nello stato in cui ora si trova!
Rocco si era seduto, e coi gomiti su i ginocchi e la faccia tra le mani ripeteva
piano, tra sé, senza espressione, come se il cervello non gli reggesse più:
- Miserabile... miserabile...
Nel silenzio momentaneamente sopravvenuto, Marta colse dalla camera attigua come
un rantolo cupo, profondo, e uscì dalla stanza per accorrere al letto della
moribonda.
Egli la seguì e là, affatto dimentico della madre morente, domandò, sotto gli
occhi di lei, furibondo:
- Dimmi, dimmi tutto! Voglio saperlo... voglio saper tutto! Dimmelo...
- No! - rispose Marta con ferma fierezza. - Se debbo morire.
E si chinò a rassettare i guanciali sotto il capo della giacente, che seguitava
a mandare, dalla profondità del coma in cui era caduta, il sordo rantolo
mortale.
- Morire? - domandò egli con scherno. - E perché? perché non vai da lui? T'ha
ajutata? continui ad ajutarti...
Marta non rispose all'amaro oltraggio; chiuse soltanto gli occhi lentamente, poi
terse con un fazzoletto il sudor ghiaccio dalla fronte della moribonda.
Rocco seguitò:
- Ecco una via per te! Vattene a Roma! Perché morire?
- Oh Rocco! - fece Marta. - Tua madre è ancora qui... Fallo per lei...
Egli tacque, impallidì, contemplando la madre. L'idea della morte, manifestata
da Marta, assunse allora, subito, dentro di lui una terribile immagine.
Premendosi le tempie con le mani, uscì dalla camera.
Era già quasi sera. Marta guardò macchinalmente nell'ombra sopravvenuta il lume
vuoto sul tavolino: chi poteva pensare che l'agonia si sarebbe protratta fino a
tanto? Sedette presso la sponda del letto con gli occhi intenti nell'ombra sul
volto dell'agonizzante, quasi aspettando dal proposito a lungo meditato e
maturatosi in lei sordamente la spinta per alzarsi e andarsene. Più del rantolo
della moribonda sentiva il suono cadenzato dei passi del marito nell'altra
stanza, e aspettava, come se il suono di quei passi le indicasse la traccia dei
pensieri di lui. Intuiva, sentiva, che in quel momento egli risaliva
angosciosamente col pensiero agli anni passati, assalito in quel bujo dalle
memorie e dai rimorsi... Ah, i rimorsi erano per tutti: per due soltanto, no:
Maria e la madre. E Marta aspettava dal marito giustizia per esse: non aspettava
altro, seguendo con gli orecchi i passi di lui.
A un tratto, silenzio, nell'altra stanza. Aveva egli deciso? Marta sorse in
piedi e cercò a tentoni lo scialle; trovatolo, stava per farsi su la soglia a
chiamarlo, quando udì picchiare alla porta. Erano i due Juè di ritorno, seguiti
da un guattero con una cesta di vivande.
- Oh, al bujo? - esclamò donna Maria Rosa, entrando.
- Ho portato la candela... Scusino... oh, dov'è il signor Rocco?... Fifo,
accendi!
Don Fifo accese la candela e apparve nella camera tutto smarrito, col lungo
involto di quattro torce mortuarie tra le braccia.
Marta s'era curvata sul letto a spiare il volto della morente.
- Come va? come va? - domandò forte la Juè.
Marta, impaurita da un gorgoglìo lungo, strano, raschioso nella gola della
moribonda, levò la faccia sconvolta, guardò perplessa la Juè, poi risolutamente
si recò fino alla soglia dell'altra stanza, e chiamò nel bujo:
- Vieni... vieni... muore...
Rocco accorse e tutti e due si chinarono sul letto. Don Fifo uscì dalla camera
in punta di piedi, con l'involto delle torce, chiamandosi dietro con un cenno
della mano il guattero.
Rocco levò gli occhi dal volto della madre a quello di Marta, vicino al suo, e
stette un po' a guatarla, prima con le ciglia aggrottate, poi attonito, quasi
istupidito. Marta teneva tra le sue una mano della morente, su cui stava
protesa, come se volesse infonderle il suo alito.
A un tratto la Juè disse piano, impallidendo:
- Venga, signor Pentàgora...
- È morta? - domandò Rocco, vedendo Marta lasciar la mano della madre e
rialzarsi sul busto. E chiamò forte, con voce convulsa: - Mamma! Oh mamma! Mamma
mia! - gridò poi, rompendo in singhiozzi e chinando il volto sul guanciale,
accanto al volto della morta.
- Fifo, Fifo, - chiamò la Juè. - Sù, Fifo: portalo con te... con te, di là...
Coraggio, figliuolo mio... Ha ragione... ha ragione... Venga... Vada con Fifo...
E con l'ajuto del marito riuscì a strappare Rocco dal corpo esanime della madre.
Don Fifo lo condusse con sé nell'altra stanza.
- Ho pensato a tutto... - disse sotto voce la Juè a Marta, appena rimaste sole.
Non poteva durare, me l'aspettavo... Ho comperato quattro belle torce... Prima
la lasciamo rassettare; poi la vestiremo...
Marta non staccava gli occhi sbarrati dal volto del cadavere, senza cogliere
alcuna parola delle tante e tante che la Juè le diceva, e che forse don Fifo,
nell'altra stanza, ripeteva a Rocco.
- Si scosti un po'... Adesso la vestiamo.
Marta si scostò dal letto, macchinalmente. E la Juè, mentre vestiva la morta,
sotto gli occhi di Marta tremante di ribrezzo, non cessò di parlare velatamente
delle spese fatte, senza dimenticare nulla, né le medicine, né il medico, né i
vetri rotti della finestra, né la cena, né le torce, né la pigione non pagata
dalla defunta, affinché Marta poi riferisse tutto al figlio. Terminata la
vestizione, coprì con un lenzuolo il cadavere e accese ai quattro angoli del
letto le torce.
- Ecco fatto, - poi disse. - Tutto pulito! Non fo per vantarmi, ma...
E sedette accanto a Marta, ad ammirar la sua opera.
Passarono così parecchie ore. In quella camera le quattro torce soltanto pareva
vivessero, struggendosi a lento. Di tratto in tratto, donna Maria Rosa s'alzava,
staccava i gocciolotti dal fusto e ne nutriva le fiammelle.
Finalmente don Fifo si presentò su la soglia e fece alla moglie un cenno, che
Marta non vide. La Juè rispose al cenno del marito, e poco dopo disse piano a
Marta:
- Noi ora ce n'andiamo. Le lascio qui sul tavolino questo pajo di forbici per
smoccolare le torce di tanto in tanto... Se non le smoccola, badi, le torce
scoppiano e il lenzuolo può prendere fuoco... Mi raccomando. E, a rivederla.
Ritorneremo domattina...
- Dica, la prego, alla mamma di non venire... - le disse Marta, come trasognata.
- Le dica che restiamo qua noi, io e il figlio... dica così, a vegliare la
morta... e che stieno tranquille... e... che io le saluto...
- Sarà servita, non dubiti. Oh, senta... se per caso, più tardi, il signor
Rocco... e anche lei... la cesta è qui nella saletta... dico, se per caso... Io
non ho affatto appetito. Mi creda, signora mia: ho come una pietra qua, su la
bocca dello stomaco. Sono molto sensibile... Basta, la saluto. Chiamo adagino
adagino Fifo e ce ne andiamo. Coraggio, e la saluto.
Rimasta sola, Marta tese l'orecchio per ascoltare che cosa il marito facesse
nell'altra stanza. Piangeva in silenzio? pensava?
«Non gl'importa più nulla di me...» disse tra sé Marta. «Non gli nasce neppure
la curiosità di sapere se io sia o no andata via... Eppure sa dove debbo
andare... Ora andrò... Gli ho detto tutto... Solo del figlio, no. Ma il figlio è
mio... mio soltanto... com'era mio soltanto quell'altro che mi morì per lui...
Ah, se io l'avessi avuto...»
Volse gli occhi al letto, su cui le quattro torce aduggiavano la giallezza del
caldo lume. Alcune rigide pieghe del lenzuolo accusavano il cadavere nella
pesante immobilità.
Paurosamente, con una mano, Marta scoprì il volto della defunta già
trasfigurato; cadde in ginocchio accanto al letto e sciolse l'enorme cordoglio
in uno sgorgo infinito di lagrime, costringendosi con una mano su la bocca a non
gridare, a non urlare.
Stette così a piangere, finché Rocco non venne dall'attigua stanza; allora sorse
in piedi con lo scialle sotto il braccio, la faccia tra le mani, e si mosse per
uscire.
Rocco la trattenne per un braccio, e le domandò con voce cupa:
- Dove vai?
Marta non rispose.
- Dimmi dove vai, - ripeté lui e, indeciso, stese l'altra mano e afferrò per le
due braccia.
Allora Marta scoprì appena il volto:
- Vado... Non lo so... Ti raccomando...
Non la lasciò proseguire: in un impeto, quasi di paura, accostò il volto al
volto di lei, e proruppe in lagrime, abbracciandola:
- No, Marta! No! No! Non mi lasciar solo! Marta! Marta! Marta mia!
Ella tentò di scostarsi con le braccia; trasse indietro il capo; ma non riuscì a
sciogliersi dall'abbraccio e tremò, così stretta da lui.
- Rocco, no, è impossibile... Lasciami... È impossibile...
- Perché?... Perché?... - chiese egli, tenendola sempre a sé, più stretta, e
baciandola perdutamente. - Perché, Marta? Perché me l'hai detto?
- Lasciami... No... lasciami... Non mi hai voluta... - seguitò Marta, soffocata
dalla commozione, nell'ardente amplesso. - Non mi hai voluta più.
- Ti voglio! ti voglio! - gridò lui, esasperato, accecato dalla passione.
- No... lasciami... - scongiurò Marta, schermendosi, già quasi abbandonata di
forze. - Fammi andar via... te ne supplico...
- Marta, dimentico tutto! e tu pure, dimentica! Sei mia! Sei mia! Non mi vuoi
più bene?
- Non è questo, no! - disse Marta in un gemito, affogata dall'angoscia. - Ma non
è più possibile, credimi, non è più possibile!
- Perché? Lo ami ancora? - gridò Rocco fieramente, sciogliendola dall'abbraccio.
- No, Rocco, no! Non l'ho mai amato, ti giuro! mai! mai! E ruppe in singhiozzi
irrefrenabili; sentì mancarsi; s'abbandonò tra le braccia di lui, che
istintivamente si tesero di nuovo a sorreggerla. Fiaccato dal cordoglio, a quel
peso, egli fu quasi per cadere con lei: la sostenne con uno sforzo quasi
rabbioso, nella tremenda esasperazione: strinse i denti, contrasse tutto il
volto e scosse il capo disperatamente. In quest'atto, gli occhi gli andarono sul
volto scoperto della madre sul letto funebre, tra i quattro ceri. Come se la
morta si fosse affacciata a guardare.
Vincendo il ribrezzo che il corpo della moglie pur tanto desiderato gl'incuteva,
egli se la strinse forte al petto di nuovo e, con gli occhi fissi sul cadavere,
balbettò, preso di paura:
- Guarda... guarda mia madre... Perdono, perdono... Rimani qui. Vegliamola
insieme...
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