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Da
Biblioteca Civica
Bertoliana
- tratto da Il Biblionauta, doc PDF originale:
qui
Noto soprattutto per le numerose e
caratteristiche novelle, le singolari opere
teatrali e gli altrettanto peculiari romanzi,
Pirandello, agli albori della sua carriera, fu
anche poeta. Un poeta che, nonostante fosse solo
agli inizi, lasciava già intravedere chiare
tracce non solo del suo inconfondibile stile, ma
soprattutto della sua particolare visione del
mondo e della natura umana. Nel 1960 vennero per
la prima volta pubblicate in un’unica raccolta
tutte le opere poetiche dell’autore,
accompagnate da testi inediti pazientemente
ricercati e recuperati fra i numerosi scritti
sparsi. |
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L’amore ed i rapporti fra uomo e
donna, tematiche chiave in Pirandello, spesso trasfigurate da ambientazioni
irreali e mitiche, mostrano già quelle lacerazioni e contraddizioni che col
tempo diventeranno segni distintivi dell’intera opera pirandelliana.
Basti pensare al titolo della prima raccolta poetica dell’autore, Mal
giocondo, ossimoro che, dietro l’apparente scherzo nell’accostare due
termini così dissimili, quasi a volersi burlare del lettore, anticipa le
antinomie e incoerenze che saranno parte integrante delle successive
opere teatrali e dei romanzi. Amore e odio, quindi, ma anche beltà e
tristezza, giovinezza e vecchiaia, ricchezza e povertà: sentimenti forti
e contrastanti, che sembrano prendere vita ed uscire dai versi con
irruenza, per rispecchiarsi in ogni animo umano. |
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Ma vi traspare anche la sfiducia tipicamente pirandelliana nei confronti della
società e della classe dirigente, soprattutto nel delicato momento storico che
Pirandello si trova a vivere, subito dopo l’unità d’Italia (1870), e che si
riflette nelle efficaci e forti immagini della folla romana, descritta con
spietata ironia nei suoi aspetti più negativi, peccaminosi e lascivi.
Ed è in particolar modo l’umorismo, quel sentimento del
contrario che rappresenta forse l’aspetto più significativo ed
importante della poetica pirandelliana, a gettare le proprie basi già in
questi primi e giovanili versi. Lo stesso autore, più tardi, scriverà a
questo proposito: “In quella prima raccolta di versi, più della metà
sono del più schietto umorismo”.
Nel 1891 esce Pasqua di Gea, raccolta di poesie composte durante un soggiorno in
Germania. Come lo stesso titolo recita, Pirandello vuole cantare non tanto la
Pasqua religiosa e cristiana, quanto l’epifania della Terra, dell’antica e
divina madre Gea per cui la natura si risveglia e risorge in primavera. Celando
così, dietro al mito di Amore e primavera uniti in un impeto di rinascita, una
sottile quanto colorita vena polemica, intrisa di anticonformismo.
Più vicina
all’ispirazione di Pascoli si presenta invece la raccolta La zampogna, nella
quale tuttavia appaiono, seppur calati in un’atmosfera agreste, i ricordi
d’infanzia, della casa in cui nacque e della contrada agrigentina
significativamente chiamata Caos.
Nel 1912 esce Fuori di chiave, vero e proprio
modello a cui si ispirerà il Pirandello di Uno, nessuno e centomila, forse il
suo romanzo più celebre, e certamente il suo testamento poetico più sentito.
Nuovamente, come in molte altre opere dell’autore, è il titolo a suggerire il
significato più importante: basti pensare al linguaggio musicale nascosto in
Fuori di chiave, quasi a rappresentare qualcosa di contraddittorio e
altalenante. Proprio come la vita, intesa da Pirandello come un concerto che
culmina in un insieme di note dissonanti, fatto di stridori privi di qualsiasi
armonia.
Eppure, pensando proprio alla musica, viene in mente ciò che affermava
Wolfgang Amadeus Mozart: “la vera musica è tra le note”. Ed è così che, alla
luce di ciò, queste poesie a prima vista malinconiche, a tratti oscure,
disincantate e prive di speranza, se osservate più attentamente, tra le righe
appunto, ci appaiono invece come testimonianza di un profondo attaccamento alla
vita, alle proprie radici, ai sentimenti e soprattutto all’uomo, con tutte le
sue maschere e le sue contraddizioni.
da Vigata.org, link diretto:
qui
«Era sordo alla poesia moderna»
(brano dell'introduzione, dal
Corriere della sera,
8.1.2007).
Una vistosa omissione che il lettore subito noterà è quella di Pirandello
poeta. Le raccolte di poesie di Pirandello sono: "Mal giocondo" (1889), "Pasqua
di Gea" (1891), la traduzione delle "Elegie renane" (1895) e delle "Elegie
romane" di Goethe (1896), "Zampogna" (1901), "Fuori di chiave" (1912). Ma poesie
ce ne sono moltissime altre (anche poemetti come "Laòmache" o "Pier Gudrò"), che
si possono leggere nel volume "Saggi, poesie, scritti varii" a cura di Manlio Lo
Vecchio-Musti (1960). Per quanto il curatore sostenga che «nelle poesie è dato
trovare una più immediata effusione dei sentimenti e dei pensieri espressi da
Pirandello nella sua opera drammatica e narrativa», a me non pare che le cose
stiano esattamente così.
Non intendo qui mettere a raffronto l'opera poetica di Pirandello, che copre un
arco di ventitré anni, con quella di altri poeti che nello stesso periodo
operarono. Per quanto bisogna pur dire che, quando Pirandello esordisce,
Baudelaire, Mallarmé e Verlaine sono morti ma tutt'altro che sepolti, che
Rimbaud da anni ha concluso il suo ciclo creativo, che la prima parte del "Libro
d'ore" di Rilke appare nel 1899, che Hofmannsthal... Inutile andare avanti.
Pirandello mostra una cocciuta sordità o un deciso rifiuto. Anche di fronte a
certe innovazioni metriche che aprono la strada alla poesia contemporanea.
Sembra che, nella poesia, egli viva in un tempo antecedente a se stesso. I suoi
riferimenti sono Carducci e, in parte, Rapisardi. E quando, come in Zampogna,
sceglie un linguaggio meno aulico, i suoi modelli diventano Graf e Betteloni,
poeti molto, ma molto minori.
Sordità e rifiuto che si dimostrano addirittura inspiegabili nel momento in cui
si confronta il Pirandello poeta con il Pirandello narratore e autore
drammatico. Basterà, credo, un solo esempio. Nel 1897 egli pubblica una breve
novella, "La paura". Dal racconto dell'amante, una donna apprende che il marito
è venuto a conoscenza del suo tradimento. Ora il marito sta per tornare, e
mentre nell'amante prevale la paura, nella donna i sentimenti dominanti sono la
disillusione e la speranza di rimettere ordine nella propria vita. Tutto qui: ed
è, tra l'altro, uno straordinario esempio di suspense. Poi, quando la novella
verrà messa in scena da Martoglio nel 1910 col titolo "La morsa", Pirandello
aggiungerà altre scene: il ritorno del marito, il suo interrogatorio che
trasforma la moglie in una prova vivente del tradimento, il suicidio di lei. Una
conclusione in linea con il teatro borghese dell'epoca. Ma la novella originaria
non è per niente in regola con la narrativa dell'epoca. Basti pensare alla
mancanza di finale. Se mettiamo a paragone "La paura" con le poesie di
"Zampogna", vediamo subito l'enorme divario tra le due scritture.
Andrea Camilleri
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