Luigi Pirandello 1867 - 1936

Le opere integrali. Riassunti, analisi, tematiche

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Indice raccolte poesie

in versione integrale

1889 - Mal giocondo

1890 - Pasqua di Gea

1890/1922 - Poemetti

1890/1933 - Poesie sparse

1895/1934 - Elegie Renane

1901 - Zampogna

1909 - Scamandro

1912 - Fuori di chiave

Introduzione

 

Da Biblioteca Civica Bertoliana - tratto da Il Biblionauta,   doc PDF originale: qui

Noto soprattutto per le numerose e caratteristiche novelle, le singolari opere teatrali e gli altrettanto peculiari romanzi, Pirandello, agli albori della sua carriera, fu anche poeta. Un poeta che, nonostante fosse solo agli inizi, lasciava già intravedere chiare tracce non solo del suo inconfondibile stile, ma soprattutto della sua particolare visione del mondo e della natura umana. Nel 1960 vennero per la prima volta pubblicate in un’unica raccolta tutte le opere poetiche dell’autore, accompagnate da testi inediti pazientemente ricercati e recuperati fra i numerosi scritti sparsi.

 

L’amore ed i rapporti fra uomo e donna, tematiche chiave in Pirandello, spesso trasfigurate da ambientazioni irreali e mitiche, mostrano già quelle lacerazioni e contraddizioni che col tempo diventeranno segni distintivi dell’intera opera pirandelliana. Basti pensare al titolo della prima raccolta poetica dell’autore, Mal giocondo, ossimoro che, dietro l’apparente scherzo nell’accostare due termini così dissimili, quasi a volersi burlare del lettore, anticipa le antinomie e incoerenze che saranno parte integrante delle successive opere teatrali e dei romanzi. Amore e odio, quindi, ma anche beltà e tristezza, giovinezza e vecchiaia, ricchezza e povertà: sentimenti forti e contrastanti, che sembrano prendere vita ed uscire dai versi con irruenza, per rispecchiarsi in ogni animo umano.

Ma vi traspare anche la sfiducia tipicamente pirandelliana nei confronti della società e della classe dirigente, soprattutto nel delicato momento storico che Pirandello si trova a vivere, subito dopo l’unità d’Italia (1870), e che si riflette nelle efficaci e forti immagini della folla romana, descritta con spietata ironia nei suoi aspetti più negativi, peccaminosi e lascivi.

 

Ed è in particolar modo l’umorismo, quel sentimento del contrario che rappresenta forse l’aspetto più significativo ed importante della poetica pirandelliana, a gettare le proprie basi già in questi primi e giovanili versi. Lo stesso autore, più tardi, scriverà a questo proposito: “In quella prima raccolta di versi, più della metà sono del più schietto umorismo”.

 

 

Nel 1891 esce Pasqua di Gea, raccolta di poesie composte durante un soggiorno in Germania. Come lo stesso titolo recita, Pirandello vuole cantare non tanto la Pasqua religiosa e cristiana, quanto l’epifania della Terra, dell’antica e divina madre Gea per cui la natura si risveglia e risorge in primavera. Celando così, dietro al mito di Amore e primavera uniti in un impeto di rinascita, una sottile quanto colorita vena polemica, intrisa di anticonformismo.

 

Più vicina all’ispirazione di Pascoli si presenta invece la raccolta La zampogna, nella quale tuttavia appaiono, seppur calati in un’atmosfera agreste, i ricordi d’infanzia, della casa in cui nacque e della contrada agrigentina significativamente chiamata Caos.

 

Nel 1912 esce Fuori di chiave, vero e proprio modello a cui si ispirerà il Pirandello di Uno, nessuno e centomila, forse il suo romanzo più celebre, e certamente il suo testamento poetico più sentito. Nuovamente, come in molte altre opere dell’autore, è il titolo a suggerire il significato più importante: basti pensare al linguaggio musicale nascosto in Fuori di chiave, quasi a rappresentare qualcosa di contraddittorio e altalenante. Proprio come la vita, intesa da Pirandello come un concerto che culmina in un insieme di note dissonanti, fatto di stridori privi di qualsiasi armonia.

 

Eppure, pensando proprio alla musica, viene in mente ciò che affermava Wolfgang Amadeus Mozart: “la vera musica è tra le note”. Ed è così che, alla luce di ciò, queste poesie a prima vista malinconiche, a tratti oscure, disincantate e prive di speranza, se osservate più attentamente, tra le righe appunto, ci appaiono invece come testimonianza di un profondo attaccamento alla vita, alle proprie radici, ai sentimenti e soprattutto all’uomo, con tutte le sue maschere e le sue contraddizioni.

 

 


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Camilleri

da Vigata.org, link diretto: qui

«Era sordo alla poesia moderna»
(brano dell'introduzione, dal Corriere della sera, 8.1.2007).

Una vistosa omissione che il lettore subito noterà è quella di Pirandello poeta. Le raccolte di poesie di Pirandello sono: "Mal giocondo" (1889), "Pasqua di Gea" (1891), la traduzione delle "Elegie renane" (1895) e delle "Elegie romane" di Goethe (1896), "Zampogna" (1901), "Fuori di chiave" (1912). Ma poesie ce ne sono moltissime altre (anche poemetti come "Laòmache" o "Pier Gudrò"), che si possono leggere nel volume "Saggi, poesie, scritti varii" a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti (1960). Per quanto il curatore sostenga che «nelle poesie è dato trovare una più immediata effusione dei sentimenti e dei pensieri espressi da Pirandello nella sua opera drammatica e narrativa», a me non pare che le cose stiano esattamente così.
Non intendo qui mettere a raffronto l'opera poetica di Pirandello, che copre un arco di ventitré anni, con quella di altri poeti che nello stesso periodo operarono. Per quanto bisogna pur dire che, quando Pirandello esordisce, Baudelaire, Mallarmé e Verlaine sono morti ma tutt'altro che sepolti, che Rimbaud da anni ha concluso il suo ciclo creativo, che la prima parte del "Libro d'ore" di Rilke appare nel 1899, che Hofmannsthal... Inutile andare avanti. Pirandello mostra una cocciuta sordità o un deciso rifiuto. Anche di fronte a certe innovazioni metriche che aprono la strada alla poesia contemporanea. Sembra che, nella poesia, egli viva in un tempo antecedente a se stesso. I suoi riferimenti sono Carducci e, in parte, Rapisardi. E quando, come in Zampogna, sceglie un linguaggio meno aulico, i suoi modelli diventano Graf e Betteloni, poeti molto, ma molto minori.
Sordità e rifiuto che si dimostrano addirittura inspiegabili nel momento in cui si confronta il Pirandello poeta con il Pirandello narratore e autore drammatico. Basterà, credo, un solo esempio. Nel 1897 egli pubblica una breve novella, "La paura". Dal racconto dell'amante, una donna apprende che il marito è venuto a conoscenza del suo tradimento. Ora il marito sta per tornare, e mentre nell'amante prevale la paura, nella donna i sentimenti dominanti sono la disillusione e la speranza di rimettere ordine nella propria vita. Tutto qui: ed è, tra l'altro, uno straordinario esempio di suspense. Poi, quando la novella verrà messa in scena da Martoglio nel 1910 col titolo "La morsa", Pirandello aggiungerà altre scene: il ritorno del marito, il suo interrogatorio che trasforma la moglie in una prova vivente del tradimento, il suicidio di lei. Una conclusione in linea con il teatro borghese dell'epoca. Ma la novella originaria non è per niente in regola con la narrativa dell'epoca. Basti pensare alla mancanza di finale. Se mettiamo a paragone "La paura" con le poesie di "Zampogna", vediamo subito l'enorme divario tra le due scritture.
Andrea Camilleri

 


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