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Pubblicata nella Tavola rotonda, Napoli, 14
luglio 1896
2. MELBTHAL
1.
Quella giubbetta a maglia
come le stava bene!
e, ornato di vermene,
quel gran cappel di paglia.
D’un subito s’accorse
che mi piaceva assai:
rise negli occhi gaj
ed il labbro si morse.
«Vengo sú al bosco a un patto,
poi disse, – e bada, tu!
che d’amore, lassú,
noi non si parli affatto.»
Else! – esclamai. Ma lesta
sui labbri ella una mano
mi pose; io, piano piano,
gliela baciai. La testa
scosse. – «Cominci male!...
Se fai cosí... Sú, andiamo.
Ricordati: io non t’amo
piú – passato il viale.»
2.
Il bosco parea fatto
per perderci ambidue.
Ma su le labbra sue
leggevo ancora il patto.
Tutti, tutti gli uccelli
m’incitavan dai rami:
«Dille, dille che l’ami!
Baciale gli occhi belli!»
E, vedendo ogni fiore
il mio cipiglio fosco:
«Perché venire al bosco,
se non fate all’amore?»
E ov’era piú raccolta
l’ombra, volgeansi gli occhi:
«Oh ben voi siete sciocchi!
Qui l’erba è molle e folta...»
E in basso ecco garrire
la Melb, il ruscel tenue:
«Oh quante coppie ingenue
qui vengonsi a scaltrire!»
3.
Ella ciarlava molto,
senza guardarmi, e certo
sentia col senso esperto
ch’io non le davo ascolto.
Dicea: – «La Melb ha foce
nel Reno, sai? Di fronte hai
di Venere il monte
e il monte della Croce.
Nessun dei due t’adeschi!
Qua il fuoco e lì la cenere:
la Croce accanto a Venere.
Filosofi, i Tedeschi!»
S’accorse o non s’accorse
che, tra i discorsi vani,
s’eran le nostre mani
cercate e avvinte? Forse.
Che cominciò man mano
a tremarle la voce.
E la Melb, dunque, ha foce
nel Reno? Oh caso strano...
«Sí sí, proprio laggiú,
dopo i molini, a manca...
Oh Dio, sono già stanca.
Di’, non sei stanco tu?»
Sedemmo all’ombra. Ah, il patto
fu mantenuto appieno.
D’amor, sen contro seno,
noi non parlammo affatto.
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