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Zampogna - 1901
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RONDINE
Volle pe ‘l nido suo, pei nati suoi,
ghermir la piuma aerea che il fanciullo
con una canna le tendea. Fu poi,
legata per un piede, anche trastullo
d’ogni gente per casa. Al fin, sorpreso
il momento opportuno, un guizzo sbieco,
e via, per la finestra, a vol: ma un peso
l’ali le aggrava: il lungo laccio ha seco.
Un punto solitario alto lontano
cercò dal ciel l’acuta sua pupilla.
Le mancava la forza e già sul piano
ruinava... Sú, sú, nel sole brilla
in cima al monte prossimo e s’avventa
fremendo all’aure un albero: lassú! –
E qui sul nodo al piede a lungo intenta
col becco s’ostinò.
— Faggio, oh ma tu, tu che, felice, a questo monte in
vetta,
da un secolo coi venti ampii conversi
e, nell’altera libertà, vedetta
e prima meta a gli stanchi, ai dispersi
stormi di passo da tant’anni sei;
tu che i migranti all’ultimo convegno
raccogli; non dovevi a gli occhi miei
lo spettacolo offrir lugubre, indegno
di te: codesta rondine a un tuo ramo
appesa, spenzolante...
Ella, lo so,malcauta prima, come boga all’amo,
si appese; qui da sé poi s’intricò:
ma si credea già libera saltando
pe’ rami tuoi frondosi, fino a sera;
forse ajuto pregò, misera; e quando
volaron gli altri uccelli, prigioniera
si vide in te di nuovo. E tu, tu solo
gridar la udisti, è ver? tutta la notte:
l’ali sforzava, rattenuta, al volo...
Finché non tacque, estenuata.
Rotte dal disperato sforzo e abbandonate
all’aria or l’ali pendono. Strisciando
piú rondini dall’alba son passate
a dimandare: «Com’è stato? Quando?»
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