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Poesia - ZAMPOGNA - 1901
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Introduzione
La raccolta poetica intitolata
Zampogna è stata pubblicata a Roma nel 1901. Si
tratta di un'opera che rivela che Pirandello è un
artista aperto a cogliere le voci più significative
della poesia contemporanea italiana, in particolare
l'esperienza di un poeta come Giovanni Pascoli, che con
la raccolta Myricae (= tamerici) aveva dato voce
a una ispirazione agreste in chiave simbolista.
L'influenza di Pascoli si avverte infatti in un
componimento intitolato Ritorno, nel quale
Pirandello rievoca la casa in cui è nato, la casa sita
nella contrada agrigentina denominata Caos:
Casa romita in mezzo a la natìa
campagna, aerea qui, sull'altipiano
d'azzurre argille, a cui sommesso invia
fervor di spume il mare aspro africano,
te sempre vedo, sempre, da lontano,
se penso al punto in cui la vita mia
s'aprì piccola al mondo immenso e vano;
da qui - dico - da qui presi la via.
Di questo componimento sarà utile esaminare il lessico o
alcune particolari espressioni. Fermiamoci sulla
immagine dell'"altipiano d'azzurre argille" che
si affaccia sul mare africano. Nel frammento di un
romanzo appena cominciato e mai proseguito,
Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra,
Pirandello riproporrà questa immagine suggestiva:
[...] ora che prevedo prossima la mia partenza, mi metto
a dire in faccia a tutti le informazioni che darò, se
m'avverrà che altrove mi si domanderanno notizie su
questo mio involontario soggiorno sulla Terra, dove una
notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran
pino solitario in una campagna d'olivi saraceni
affacciata agli orli d'un altipiano d'argille azzurre
sul mare africano.
La prossima partenza, di cui scrive Pirandello, indica
la morte, rappresentata come un punto d'arrivo. E l'idea
della vita come viaggio che disillude si ritrova pure
nei restanti versi di Ritorno:
Da questo sentieruolo tra gli olivi,
di mentastro, di salvie profumato,
m'incamminai pe 'l mondo, ignaro, e franco.
E tanto e tanto, o fiorellini schivi,
tra l'erma siepe, tanto ho camminato
per ricondurmi a voi, deluso e stanco.
A fronte della vita riguardata pessimisticamente come
pena e dolore, la morte può essere considerata dal
giovane Pirandello come una piccola salvezza, anche
quando quella, la morte, colpisce un bambino. Non per
caso leggiamo di "Un morto, e la campana non si
lagna: / squilla, argentina, a gloria". Ma perché?
Semplicemente perché quel bambino, con la morte, si è
sottratto alle fatiche e alle sofferenze del lavoro
minorile in campagna, un lavoro penoso che gli avrebbe
fruttato un po' di pane. La conseguenza paradossale è
che gli altri, i vivi che per quel poco di pane
continuano a sudare, sono visti "agitare / verso la
bara piccola il berretto / in saluto: - O figliuol! sii
benedetto! / t'ha voluto il Signore risparmiare".
Leggendo questi versi si ha una prova dei paradossi
rappresentati da una ispirazione sottilmente umoristica.
Con una raccolta poetica successiva, Fuori di chiave,
Pirandello dispiegherà più compiutamente la sua
concezione umoristica.
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1. PADRON DIO
I
Ora anche tu, poi ch’ogni can m’abbaja,
m’abbaj: non me ne lagno; anzi hai ragione.
Ha torto, cane, ha torto la vecchiaja
che m’ha cosí ridotto.
La coda tra le gambe, chiotto chiotto,
già mi seguivi, a un cenno del bastone:
pascolava la mandra, ed io, sdrajato,
ora un tozzo di pane:
– To’, cane! –
or ti buttavo un sasso: – ero il padrone!
Non hai dovere d’essermene grato. –
E il vecchio (lo chiamavano Giudè,
chi sa perché)
s’allontanava e ritentava altrove:
a un’altra villa. Prove
tristi, quotidiane,
per un sorso di vino,
per un boccon di pane.
Pur non chiedea: facendosi al cancello,
diceva al contadino:
– Di’ al tuo padrone che c’è l’esattore.–
E quello,sorridendo,
al fattore lo annunziava,
ché l’arguta frase or gli era nota.
Ma, la prima voltache la disse,
il Giudè dové spiegarla e la spiegò cosí:
– Tanto quei che vi parla,
quanto ognun che m’ascolta,
tutti siamo inquilini del Signore,
il quale è proprietario di due case.
L’una, noi la vediamo: eccola qui;
e sarebbe il Signor per tutti a un modo
buon padrone, se molta e molta gente,
avara o prepotente,
non se ne fosse fatta casa propria,
quand’essa dovrebbe invece esser casa comune.
C’è chi ha granajo, dispensa, rimessa,
e chi non ha né fune
né tanto muro da piantarvi un chiodo
per potersi impiccare,
e i piú son questi e sono come me.
Quegli altri intanto debbono pensare
che è pur padrone Iddio
di un’altra casa: – la casa di là! –
della qual vuole che ciascuno paghi
anticipata la pigione qua.
I poveri, com’io,
la paghiam puntuali, con le pene
nostre: il freddo, la fame, a tutte l’ore;
ai ricchi invece, per pagarla, basta
che facciano ogni tanto un po’ di bene.
Or non ne viene
ch’io son di padron Dio
dunque davver pe’ ricchi l’esattore? –
Dopo la frase arguta,
la modesta limosina ottenuta,
in via di nuovo. E, camminando, privo
d’ogni meta, qua e là gli alberi suoi
(o che avrebbero almeno
dovuto essere suoi) riconoscea: suoi,
perché quell’olivo,
quel melagrano,
eran nati per lui che un dí, passando,
la terra con la mano
avea scavata e poi
buttato il seme; e la terra, ecco, l’albero
gli avea dato, e lui bene
potea dir come e quando.
E non ad altri, l’avea dato a lui,
naturalmente, lì nel campo altrui,
ché la terra sa forse a chi appartiene?
D’un affetto paterno egli quei vecchi
alberi amava e i frutici novelli:
sembravangli i piú belli
de la campagna: a ciascuno la data
avea nel tronco incisa, e or si fermava
a lungo ad ammirarli, il capo folto
di ricci ferruginei capelli
scotendo, poi che i rami lo tentavano:
lo invitavano a cogliere i lor frutti,
chè tutti
eran (ben essi lo sapeano! suoi.
Ma egli, no: mai colto
non ne avea, neppur uno: e, sospirando,
abbassava la mano
che già s’era levata.
II
Cosí, per le campagne altrui, vivea
il Giudè, senza tetto. Entro un casale
diruto, abbandonato,
dormia la notte; all’alba si destava,
e, per la via piú piana,
ad errar si mettea per quelle immense
solitudini, intense
pure di tanta vita, entro al silenzio
tutto di foglie palpitante e d’ale
e ad ora ad or tentato
dal trillo d’un uccel che s’allontana.
Stanco, per terra si sdrajava; e allora
a ruminar si dava
una sua vecchia idea.
Poco da lui discosto, un grillo pure
forse un pensiero avea,
un rodío dentro che gli dava pena,
e v’insistea, cocciuto. A un soffio d’aura
i fili d’erba si moveano appena,
e le farfalle bianche, in tanta pace,
volitavan sicure.
– O perché mai nascevano cert’erbe?
Non per gli uomini, certo;
per le bestie, neppure:
nascean perché le avea volute Iddio
e le facea la terra, a cui non cale
se a gli uomini dispiace.
Tanto è ver che, strappate, essa tornava
a farle, e lì, ch’era terreno aperto
e nessun le toccava, esse cresceano
della lor libertà quasi superbe.
Ora il vecchio Giudè pensava: – «Ed io?
Iddio
ha voluto anche me. Padrone, Lui!
Non ho un palmo di terra intanto, in cui
possa stare, dicendo: questo è mio.
Son come quest’ erbacce che nessuno
nel proprio campo vuole.
A guardiano fu promosso il pruno,
ma le altre alla ventura
crescono sotto il sole – come me.
Solo dov’esse crescono
indisturbate, posso stare anch’io:
vuol dire che il padron forse non c’è
o che non se ne cura». –
Conosceva il Giudè
certe immense distese abbandonate,
per cui mai non passava anima viva,
e nelle quali egli, da che vivea
(cioè per tanti e tanti anni che piú
non ricordava il numero),
avea sempre veduto, indisturbate,
quell’erbe, e mai qualche lontana traccia
di coltura, né mai
alcun segno, anche antico, del dominio
di qualcuno.–
«Da tempo immemorabile,
almen per me, queste terre a se stesse
appartengono, dunque; e sono libere
di produrre, non già quello che gli uomini
voglion, ma ciò che a loro meglio piaccia.
Bene, e ora se tu
(pensava il vecchio, tutto assorto e intento),
in mezzo ad una d’esse,
nel punto piú lontano,
ti scegli un breve lembo, strappi via
le erbacce, e butti un pugno di frumento,
non ti darà la terra un po’ di grano?
Oh, lo darebbe a te come a chiunque...
Il padrone, anche ammesso che ci sia,
trar mai non ha voluto alcun profitto
dal suo fondo: né lui l’ha coltivato,
né l’ha dato in affitto.
Dunque? – Per lui lo stesso ora non è
se qui invece di sterpi un po’ di grano
la terra buona produrrà per te?»
III
D’allora in poi, del suo divisamento
il vecchio Giudè lieto,
oltre al tozzo di pane consueto,
chiese una manatella di frumento.
– «Padron Dio – domandavangli i fattori,
ha rincarato forse la pigione?»
Se volete, signori... –
rispondea, sorridendo, il vecchio. E intanto
che raccogliea cosí da seminare,
lì, nella solitudine,
apparecchiava alla meglio il terreno,
futuro campicello!
Ah se una vanga avesse avuto almeno:
avea soltanto un logoro marrello,
col quale, zappettando, prima via
cavò la mala erbaccia,
poi scavò scavò quanto
gli permise la forza delle braccia:
e questo al suo terren dovea bastare.
Ma non a lui che, stanco, invidiando
seguia con gli occhi l’opra, da lontano
del grave aratro, delle vacche lente.
solenne come un rito:
dietro, i seminatori
si gettavano innanzi a tondo il grano.
fiduciosi nel lavor fornito
coscenziosamente.
Mentr’egli non avea nemmen potuto
i semi incalcinar: li avea cosí
buttati a la ventura
a quelle zolle appena appena smosse.
Vennero le prim’acque, e dal diruto
casal notturno, udendo
Giudè Io scroscio, non sapea che fosse;
poi dell’acqua abbondante la frescura
odorosa sentí. Non era un nembo
fugace: era buon’ acqua, a cielo pieno.
Anche su quel suo lembo
di terra in quel momento
piovea... – Giú, acqua! Bevila, terreno!–
E dopo alcuni dí
sbullettar vide il grano, – oh gaudio senza
parole! – Dalla terra umida uscite
eran timidamente
già le prime pipite.
Baciò la terra per riconoscenza,
la terra che gli dava il grano, il grano
ch’era suo! Si guardò d’attorno, come
se volesse difenderlo: era suo!
Il cielo guardò poscia,
donde l’acqua clemente
era caduta; ma la vista immensa
del ciel gli diede un’inattesa angoscia:
egli avrebbe voluto cosí basso
vederlo, da nascondere, da escludere
quel suo piccolo lembo da ogni passo.
Le pipite man mano
sfronzarono, accestirono. Ed ormai
il Giudè con la sua terra parlava:
– «Oh brava terra, brava:
verrà la state, avremo un gran da fare...
Non hai veduto mai quel che vedrai!» –
E, non ostante il freddo e le intemperie,
quasi a covar con gli occhi quel suo grano.
passava lì le intere
giornate, e nel vedere
l’aura avvivar di tremiti
le foglioline tènere
tutta l’anima pure gli tremava.
IV
Se non che un dí di quelli
dal notturno abituro,
al canto mattiniero degli uccelli,
trâr non si seppe il povero Giudè:
avea tutte le membra come rotte;
seduto a terra, con le spalle al muro,
le ginocchia abbracciate,
guardava innanzi a sé,
stordito ancor dai sogni della notte.
Ov’era il campicello? Già l’estate
era venuta... Ov’erano i granaj?
Ah, tutti quei granaj pieni, con tanti
misuratori allegri, anzi festanti,
che davan via frumento
e frumento e frumento, senza togliere
con la rasiera il colmo dagli staj!
e che andare e venir polverulento
d’uomini e mule!
e quella donna accorsa col grembiule
bucato, donde tutti i chicchi giú
scorreano, a sgorgo, giú,
cosí che si votava la grembiata
prima ch’ella la porta del granajo
raggiungesse... Ah, che guajo!
La misera tornava
sempre indietro, daccapo, disperata,
spinta in mezzo alla ressa
fitta degli altri poveri accorrenti
senza fine; ma invano:
mai nessun chicco in grembo le restava...
«Date via! date via!»
incitava il Giudè, ch’era il padrone,
ora questo ora quel misuratore:
«Cosí dell’altra casa del Signore
mi pago la pigione;
e nessun piú di pane avrà bisogno...»
E tutti quei granaj
non si votavan mai:
dalle finestre in alto, sopra i mucchi
addossati alle altissime pareti,
il frumento sgorgava, venia giú
sempre piú, sempre piú,
come cascata d’acqua, senza fine,
frusciando.
E ora... ah ecco, quel fruscio
continüo nel sogno
gli era rimasto negli orecchi. Oh Dio,
avea la febbre, gli batteano i denti...
«Se a camminar provassi...»
Si levò in piedi a stento: vacillava...
Pian pian si trascinò fuor del casale
per ritornare al campicel lontano;
ma, fatti alcuni passi...
V
Si ritrovò, tra stupito e sgomento,
sur un bianco lettuccio d’ospedale.
«Or se qui m’hanno accolto, è segno che son morto!»
E abbandonò, disajutato, il vecchio corpo affranto,
alle cure dei medici; chè, tanto,
meglio era morir tosto, se guarire
a tempo non potea per il raccolto.
Con gli occhi chiusi, tutto rannicchiato.
quasi a schermirsi dai taglienti brividi
della febbre incalzante,
spingeva ora il pensier lontan lontano,
al suo lembo di terra seminato,
e lì sovr’esso, stanco ed anelante,
s’addormentava.
Allora, a lui d’attorno
sentia, vedeva il grano
mandar sú sú sú il gambo della spica.
ma troppo alto... troppo alto...
no, cosí no! – possibile? ogni gambo
piú alto assai d’un pioppo! Ah, che fatica,
lì chino sopra ogni gambo, ad impedir quel rapido
rigòglio strambo,
rigòglio dispettoso, inverosimile...
e invano, invano: i gambi s’allungavano
visibilmente, da ogni lato, fino
a quell’altezza, e già lo seppellivano...
L’arïa smaniando, una bracciata
dava il Giudè, si rizzava... oh portento!
piú delle spighe egli era, assai piú alto...
Smarrito, intorno si guardava; il cielo
poi guardava, e la luna ecco a portata
della sua mano: alza un braccio, la prende
e con essa a falciar si mette... A un tratto
crollava il sogno, e il Giudè si destava
di soprassalto.
In contrapposto allor, gracile, a stento
e rado il grano vedea venir sú...
Ah quei poveri gambi dalla pioggia
acquattati, dal vento
spezzati... E sospirava che l’aratro,
l’aratro ci volea... Poiché, la terra,
certo, da quel suo logoro marrello
neppur s’ era sentita vellicare.
E non passavan piú
le febbri, e i dí passavano:
già perduto il Giudè del tempo avea
la memoria, ma pur non s’arrischiava
di domandar se bionda era la messe,
per timor che qualcun gli rispondesse:
– È finita l’està! –
Sú dal guanciale si provava a levar la testa
quanto gli concedea la gravezza del male:
guardava in fondo, di su gli altri letti,
l’ampia finestra: intravedeva appena
il cielo azzurro, limpido, e fiammante
il sole sopra i tetti
delle case vicine... Sí, ma era
forse ancor primavera....
Chi sa, però – pensava – se qualcuno
di là passando non abbia scoperto
per caso il grano mio...
e l’avrà fatto suo! Ma se nessuno
lo scopre, non sarà peggio? Aspettando
sotto il sole, laggiú, la falce invano,
si perderà tanta grazia di Dio;
e la terra avrà dato
inutilmente il grano.
VI
Come però Dio volle (e fu Dio certo,
dopo tante preghiere),
su la metà del giugno l’ospedale
egli poté lasciar tutto rifatto.
Sú, vecchia tartaruga, prendi a nolo
le gambe d’un levriere, d’un cerbiatto!
Via di lungo, di volo
al campicello...
– C’è? Si, là, là in fondo...
Eccolo: c’è! s’affaccia!
folto, alto, biondo...
Ma le gambe ad un tratto
sentí mancarsi, cascarsi le braccia.
Tutt’intorno alla messe
quasi miracolosa
(tanto era folta e tanto era il rigòglio!)
una siepe correa; sorgeva a un canto
il pagliajo, ed un cane,
udendo tra le erbacce lì vicino
fruscio di passi, si mise a latrare.
S’affacciò dalla siepe il contadino di guardia:
«Oh, benvenuto! T’aspettavo,
Giudè. Stai bene? Bravo.
Che cerchi adesso qui?» –
Per terra il vecchio si pose a sedere,
calandosi pian piano,
appoggiato al bastone – dal cordoglio
e dalla corsa affranto.
– «Non voglio nulla... Quieta il tuo cane, –
poi disse: – Son venuto
soltanto per vedere
codesto gran miracolo del grano
che solo e cosí bello
t’è nato, è vero? t’è nato da sé...»
Rispose il contadino:
«Oh di chi era la terra, Giudè?»
«Era di queste erbacce qui, che pane
non fanno... – il vecchio Giudè gli rispose:–
Diglielo al tuo padrone...» –
E rimase per terra a lungo, lì,
a mirar quelle spighe che, dal vento
mosse, pareva accennasser di sí
nel lor compatimento...
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2 . COME MUORE...
Ecco, a un mandorlo appende
il suo mantel di neve
l’Inverno che già muore.
Il mantel bianco e lieve
su i rami si rapprende,
ed ogni grumo è un fiore.
Steso del tronco a piede
guarda l’Inverno in sú
con occhi acquosi, intento.
Farfalle o fior’? Non vede
il suo mantello piú...
S’adira, soffia: il vento
è solo un debil fiato,
agita i fiori appena...
E un’altra, un’altra pena
la sorte gli riserba:
muor tutto fili d’erba!
il crin, la barba: un prato..
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3. PANICO
Pe ‘l remoto viale di campagna,
tra fitte macchie, in sul cader del giorno:
io solo. È tal silenzio tutto intorno
che a un ragno sentirei tesser la ragna.
Come si tien cosí sospesa tanta
vita di foglie? Il cuore anch’io mi sento
sospeso, oppresso da strano sgomento;
stupito or questa guato or quella pianta.
L’anima quasi al limitar dei sensi
scende ansiosa, ma alcun lieve moto
non coglie, alcun rumore, e come un vuoto
mi s’apre dentro. Penetra fra i densi
rami del sol l’ultimo raggio intanto
e accende in alto lumi d’oro strani
nella macchia dei bigi ippocastani
che un tempio sembra ed opera d’incanto.
Di questa intimità con la natura
solitaria, del tutto inconsueta,
l’anima mia divien tanto inquieta,
quanto sarebbe forse per paura.
De’ suoi sacri silenzii ancor non degno
dunque son io. Ma di notturne brine
tanto mi bagnerò che, puro alfine,
ella accoglier mi possa in questo regno.
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4. ALBERI SOLI
O castagni del bosco, un altro cielo
tutto di foglie tremule tessuto
voi, snelli e dritti sul cinereo stelo,
formate sul mio capo: ognun di voi
presso l’altro cresciuto,
come sia triste ignora e quanto annoj
vedersi solo, sentirsi sperduto...
Fra voi ripenso a tre alberetti grami
che, traversando la maremma in treno,
vidi una notte. Bassa, dietro un velo
di nebbia, era la luna. l loro rami
congiunti avean quegli alberi e la trista
sorte d’essere nati in quel terreno:
si tenean compagnia fra loro stretti,
lì, come tre vecchietti;
e parea che volessero la vista
sfuggir d’un altro alberetto lontano
un buon tratto da loro e solo solo.
Tendeva questo invano
i rami verso i tre fra loro uniti;
e chi sa quanti uccelli aveano il volo
da questo a quelli spiccato a recare
querele amare e inviti...
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5. GARA
Gli alberetti di mandorlo, piccini,
studiano i grandi, come vengan sú,
e come questi atteggiano i lor fini
ramicelli e i polloni; ed or che giú
per il declivo de l’aperta valle,
con tanti fior che pajono farfalle
qualche grande han veduto, inuzzoliti,
per imitarlo, poveri alberetti,
tra lo scherno dei passeri folletti,
di bianche lumachelle son fioriti.
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6. LE FATICHE
DEL VENTO
Molto ha da fare il vento con le nuvole,
frivolo armento senza disciplina.
Piace al Sole con pompa e con ossequio
d’essere accolto in cielo ogni mattina:
e fin dall’alba ecco il vento in servizio
a preparargli una regal cortina,
a cui con estro immaginoso ingegnasi
di dar novella foggia; e ne combina
spesso di belle assai: rosse, con aurea
frangia, o d’argento con purpurea trina.
Sul vespro poi, nuovo apparato! Gli uomini
soglion tra loro chiamar pazzo il vento:
forse perché si pensa che non debbano
costar fatica alcuna, alcuno stento,
quei suoi servigi: ma, se gli si sbandano
le nubi e il Sol se ne va via scontento?
se ogni villan vuol acqua acqua sul proprio
campicello e lui sú pe ‘l firmamento
gira rigira non trova una nuvola
quando poche sarebbero anche cento?
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7. LE NUBI E
LA LUNA
La nuvolaglia va stracca, raminga,
e or si sparpaglia ed ora si raduna,
quasi un soffio aspettando che la spinga
a far del bene altrove. Tutta bruna
d’acqua la terra e paga s’addormenta,
e vien dal colle sú, grande, la Luna.
Sale pian piano, come diva intenta
a vigilare, e a sé le nubi chiama.
Or questa or quella le si appressa lenta,
prende consiglio, si dirada, sciama
al lume, si raddensa, s’allontana...
Che mai la Luna con le nubi trama?
Quatta musando se ne sta la rana.
Forse ha compreso ch’ora qui ripiove?
Salta in un borro là d’acqua piovana.
Ma van le nubi a far del bene altrove.
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8. VISITA
Nascere grilli è pure qualche cosa...
Compagni miei, sotto le stelle, qui
state a cantar d’un tono, senza posa;
io vo a veder che sia quel lume lì,
chi sa per caso vi facesse giorno.
In quattro salti vado e fo ritorno.
C’era... non so che vidi: uno scompiglio!
grida, fracasso, seggiole per terra.
È là! – gridavan– Qua! fermi, lo piglio! –
S’infranse il lume e, nel bujo, una guerra...–
Zitti! Accendete! È svenuta la sposa! –
Nascere grilli è pure qualche cosa...
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9. RONDINE
Volle pe ‘l nido suo, pei nati suoi,
ghermir la piuma aerea che il fanciullo
con una canna le tendea. Fu poi,
legata per un piede, anche trastullo
d’ogni gente per casa. Al fin, sorpreso
il momento opportuno, un guizzo sbieco,
e via, per la finestra, a vol: ma un peso
l’ali le aggrava: il lungo laccio ha seco.
Un punto solitario alto lontano
cercò dal ciel l’acuta sua pupilla.
Le mancava la forza e già sul piano
ruinava... Sú, sú, nel sole brilla
in cima al monte prossimo e s’avventa
fremendo all’aure un albero: lassú! –
E qui sul nodo al piede a lungo intenta
col becco s’ostinò.
— Faggio, oh ma tu, tu che, felice, a questo monte in
vetta,
da un secolo coi venti ampii conversi
e, nell’altera libertà, vedetta
e prima meta a gli stanchi, ai dispersi
stormi di passo da tant’anni sei;
tu che i migranti all’ultimo convegno
raccogli; non dovevi a gli occhi miei
lo spettacolo offrir lugubre, indegno
di te: codesta rondine a un tuo ramo
appesa, spenzolante...
Ella, lo so,malcauta prima, come boga all’amo,
si appese; qui da sé poi s’intricò:
ma si credea già libera saltando
pe’ rami tuoi frondosi, fino a sera;
forse ajuto pregò, misera; e quando
volaron gli altri uccelli, prigioniera
si vide in te di nuovo. E tu, tu solo
gridar la udisti, è ver? tutta la notte:
l’ali sforzava, rattenuta, al volo...
Finché non tacque, estenuata.
Rotte dal disperato sforzo e abbandonate
all’aria or l’ali pendono. Strisciando
piú rondini dall’alba son passate
a dimandare: «Com’è stato? Quando?»
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10. TEMPORALE ESTIVO
I. (bróntola)
Ride bagnato, addosso a la montagna,
il borgo al temporal che or or si muta
altrove, in giú, verso l’ampia campagna,
col suo tendon di pioggia fitta e acuta;
rapido gli altri borghi vi guadagna
e a suo modo col tuon pria li saluta.
Qui odor di terra e l’acqua che ristagna
per rispecchiare il ciel donde e caduta.
Burbero un nuvolon brontola ancora,
dal temporal quassú lasciato indietro:
patir non sa che scomodato il vento
l’abbia per cosí poco: al suo scontento
sol però si commove ad ora ad ora
tra le bacchette mal commesso un vetro.
II (gràcida)
Ora gli alberi folti del viale
riversano, se l’aura un po’ li mova,
a scosse, crepitanti, giú la piova
che hanno accolta testé dal temporale.
E il tufo arsiccio immollano, dal quale,
se è ver qual sembra, una famiglia nova
di girini qua e là saltanti scova
a cui fu l’acqua spirito vitale.
E saprà d’acqua il gracidío sonoro,
allor che divenuti raganelle,
nel silenzio, al pio lume de le stelle,
su questi rami canteranno a coro,
e le udrà grato nelle algenti sere,
tornando al borgo alpestre, il carrettiere.
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11. LUNA SUL BORGO
Lampioncini a petrolio, questa sera
riposo: c’è la luna che dal cielo
rischiara il borgo in vece vostra. Velo
non le faran le nuvole, si spera.
O Luna, tu no ‘l sai, ma in fila tante
e tante lune ha ormai quasi ogni strada
della città, che accese in un istante
son tutte; e li nessuno a te piú bada.
Sorridi al borgo e fa’ che invan non conti
su te pe’ suoi risparmii: nella quiete
del lume tuo, cantano a coro liete
le villanelle in fin che non tramonti.
E a te borgo, che addosso a la montagna
t’arrampichi, sorrida la fortuna,
sol perché, come il lago e la campagna,
ti lasci illuminare dalla luna. |
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12. AL LAGO
Chi penserebbe qui, lago, rotonda
conca tranquilla, in cui dal chiaro e piano
suo sonno mai non si ridesta l’onda,
che atroce bocca d’orrido vulcano
tu fosti un tempo? Alta, boscosa sponda
or ti ricinge e nel lucente vano
la capovolta immagine sprofonda,
cupa, smaltata, e il borghicciuol soprano.
Limpido in mezzo ti s’ncurva il cielo.
Lustreggiar qualche nuvola raminga
forse ti vede e, curiosa, intenta,
zeffiro prega che su te la spinga;
lieve si specchia, via dilegua lenta,
come fantasma avvolto in bianco velo.
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13. VIGILIA
Appena qualche foglia, ad ora ad ora,
nei mandorli si muove sornuotanti
a un mar di messi che nel sol s’indora.
Nessun uccello in tanta pace vola;
sol laggiú le calandre saltellanti
trillano con la gioja nella gola.
E qui, tra il grano, par che un grillo metta
un frullo d’ali, a tratti. Oggi è per voi,
messi, l’ultimo dí: l’aja vi aspetta.
Sarà grano per noi, come ogni frutto
di quest’alberi qui sarà per noi
e quel degli orti e quel dei prati: tutto.
Chi maledir può qui la terra? Il canto
degli uccelli, – Ti siam grati, – le dice, –
Or sei stanca, riposa: hai fatto tanto.
E riposa la terra e par felice.
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14. L’ASINELLO
Son tre carichi d’acqua: due barlotti
alla volta, sul basto, a contrappeso.
È stanco, e come no? Convien che trotti,
scarico, nell’andata, e poi, col peso,
arranchi, di salita: i mietitori
lo aspettano assetati.
Ora ha compreso che basta: alza le orecchie ed i sudori
scuote, qua e là; sternuta, poi bel bello
avanza un piede e sporge il muso in fuori,
verso un covone.
– Lascialo, asinello! lascia le spighe: queste son pe ‘l
pane;
lascia le spighe e aspettane il cruschello.
Oggi è l’ultimo dí: le stoppie nane
avrai per te tutta la notte, e spera
che, spigolando, ciancin le villane...
Si dan gli ultimi colpi: vien la sera.
Già il sole ha preso il colle e or or tramonta.
Per quest’anno, addio messi! Ecco la schiera
dei falciator si drizza ilare, e pronta
mostra al sol le mannelle ultime, a coro
gridando evviva...
Or presto: chi rammonta
i covoni su l’aja? Oh monte d’oro!
Asinel, tu sei bestia pazïente:
lascia trar, dopo un anno di lavoro,
un respir di sollievo a questa gente.
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15. A GLORIA
Un morto, e la campana non si lagna:
squilla, argentina, a gloria. Un bimbo, è vero?
entra in quest’alto e bianco cimitero
che ha, sotto, il mare e, dietro, la campagna.
Non ha mangiato il pan che si lavora
oggi su l’aje qui; non ha saputo
quanto sudore costi e quale ajuto
dagli altri, per mangiarne: onde veggo ora
quei che lo sanno e sudano agitare
verso la bara piccola il berretto
in saluto: – O figliuol, sii benedetto!
t’ha voluto il Signore risparmiare. –
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16. DONDOLIO
Dalla branda, sospesa tra due rami
d’un denso antico olivo saraceno,
gli ultimi ascolto tenui richiami
degli uccelli e il frinire assiduo duro
dei grilli, tra le stoppie, nel sereno
crepuscolo morente. Or sí or no,
nel lento moto, gli occhi mi punge, tra il fogliame
oscuro,
lo sfavillio d’un piccolo remoto
astro ch’io non vedrò forse mai piú, tra tanti altri
perduto.
E mentre mi spauro alle plaghe pensando ultime, donde
la luce di quel mondo a me proviene,
ecco, una fogliolina me l’asconde;
mi scosto, e un’altra volta lo saluto. |
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17. L’INTRUSA
I
Mentre dal ciglio del burron che s’apre
quasi a picco, profondo, una greggiola
pende, qual bianco grappolo, di capre,
e il pastor da un olivo una parola
ora a questa rivolge ed ora a quella,
come a persone di sua famigliuola;
il suono a balzi d’una campanella
s’ode e un villan sul ciglio si presenta
che per le corna una proterva snella
capretta regge.
– O che non è contenta? –
sorridendo il pastor dice al villano.
Il capro alza la testa sonnolenta
a sogguardar l’estranea, a cui la mano
ha già steso il padrone. Ora, accostando
le barbe, l’altre capre piano piano
parlan fra se. Chiede il villano:
– Quando vuoi che torni a riprenderla? Sei giorni
bastano? Intanto, te la raccomando.
Sta’ buona, Fifa; tra sei dí ritorni
madre; ti lascio in buona compagnia;
verrò a vederti qui per i dintorni. –
E contento il villan se ne va via.
II
Chiama ancora col pianto nella gola
Fifa, a pie’ dell’olivo trattenuta.
Intanto, sparsa a gruppi, la greggiola
gelosa, poi che sa perché venuta
sia quella lì, fra sé malignamente
e sparla.
Guarda come l’aria fiuta! –
sghigna una capra qua, vecchia e impudente:
Sú care, confortiamola, per giunta...
anzi! –
E l’anca si gratta con la punta
d’un corno.– Magrolina, magrolina, –
osserva un’altra là: – Par l’abbia munta
tutta il padrone. Guarda, si strofina
al tronco... Ora vedrai che lui, fingendo
d’andar pe’ fatti suoi, le s’avvicina. –
– Io per me, chi mi segue? me ne scendo
giú: non mi so tenere a tali scene! –
protesta un’altra. – È stupido, comprendo,
quel capro lì, ma cieco anche? Mi viene
di prenderlo a cornate!
Sta’ a vedere che costei bestiolina assai per bene
si sente, – insinua una quarta, – e preghiere
lunghe da lui s’aspetta e smorfie, come
se non dovesse fare il suo piacere... –
Ma il pastore si leva, ecco, e per nome
le chiama e le raduna: quasi un velo
d’ombra è calato fin sopra le chiome
degli alberi: ogni foglia al proprio stelo
par si raccolga attorno, e un gregge fitto
s’avvia di nuvolette anche pe ‘l cielo.
– Come comporti di vedermi afflitto, –
cantilena il pastor con voce mesta,
– se per capriccio il cor non m’hai trafitto?
Va la greggiola innanzi e Fifa resta
sola, indietro: non sa dove si vada;
volge, chiamando, or qua or là la testa:
oh se sapesse per tornar la strada...
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18. COMPENSO
Esausta, muta, sotto l’affocato
baglior, la terra irta di stoppie giace.
Tutto quanto poteva ella ci ha dato.
Ma per chi attese un anno a lavorare
la speranza del premio fu fallace.
Forse perciò sí triste or ella appare?
Se piovve poco, lungo la vernata,
e se ai mandorli il vento portò via
tutti i fiori, e la nebbia attediata
su le biade stagnò, gli olivi oppresse?
Arse pur lei di sete e lei fiorìa
già di quei fior, nudrìa lei quella messe!
Non gliene voglia mal dunque il villano,
e senza tanta rabbia or degli olivi
con la pertica batta i rami piano,
poich’ella in sé li sente mesti e vivi. |
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19. CHI RESTA
Ora che ai cieli dell’autunno mesti
ogni albero, che apparve piú giulivo
del suo bel verde, in disperati gesti
s’irrigidisce e piú non sembra vivo;
tu con la chioma cinerulea resti
perpetua, sí, grigio stravolto olivo;
d’un vecchio in noi però l’immagin desti;
sempre di gioventù sembrasti privo.
E se ancor qualche passero s’attarda
su i rami tuoi, smarrito, e con un trillo
breve quest’aure tenta e ascolta e guarda,
subito lascia le tue frondi austere,
ché a pie’ del tronco col suo verso un grillo
par gl’imponga, stizzito, di tacere. |
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20. RITORNO
I - La via
Casa romita in mezzo a la natia
campagna, aerea qui, su l’altipiano
d’azzurre argille, a cui sommesso invia
fervor di spume il mare aspro africano,
te sempre vedo, sempre, da lontano,
se penso al punto in cui la vita mia
s’aprí piccola al mondo immenso e vano:
da qui – dico – da qui presi la via.
Da questo sentieruolo tra gli olivi,
di mentastro, di salvie profumato,
m’incamminai pe ‘l mondo, ignaro e franco.
E tanto e tanto, o fiorellini schivi
tra l’erma siepe, tanto ho camminato
per ricondurmi a voi, deluso e stanco.
II - Rifugio
Il gelso? Non c’è piú. C’è solo il masso
tigrato, ov’io sedea, nascosto, all’ombra.
Vaghi pensieri indefiniti, come
un’aura lieve, l’anima infantile
mi commoveano. Arcani godimenti,
ansie d’ignota attesa! Eran le foglie
l’ali del ramo? e di volar la brama
non le facea cosí forse brillare?
Cosí gl’incetti desiderii allora
palpitavano in me, quasi senz’ali.
Questo cespuglio di mentastro è forse
quello d’allora? Di fragranza acuta
la mano m’insapora, ed io risento
il sapor di quei dí. Lieto, di corsa,
qui venivo a nascondermi. Gridavo
da qui, nascosto, all’eco il nome mio,
e m’incutea misteriosa ambascia
quel sentirmi chiamar da la montagna,
lugubremente. A voce alta pensavo,
con la fidente ingenuità che gli alberi,
i fili d’erba, quelle felci cupe,
l’eriche rosee udissero. Ma forse
non comprendean davvero il mio linguaggio?
Mi carezzava con le foglie il capo
quel gelso, amico e protettor: – «Bambino,
ragioni, sí... ma meglio è se tu canti...» –
E i fiori rialzavan le corolle
meravigliati de la mia canzone.
Sovente a lungo ad ajutar qui stavo
le formiche a salir sú sú pe ‘l masso;
ma diffidavan quelle, paurose,
de l’ajuto: voleano onestamente
fornir da se la lunga lor fatica...
Quanto diversi gli uomini...Ove sono?
Leggevo. Ecco sul masso il libro aperto.
Il vento passa: sfoglia via di furia
le pagine. L’ha letto... Vanità!
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21. ATTESA
Io sono come l’albero che aspetta
la sua stagione e morto intanto pare.
Vien qualche vispa cincia a dimandare:
«Albero, ancora? Bada, è tempo: getta!»
Ma alle cince non dà l’albero retta:
muto ed assorto, rimane a sognare.
Sogna i freschi rampolli, e che tra i rami
verrà per grazia a raccogliere il volo,
ospite prezioso, un rosignuolo.
Piú d’altri uccelli non s’udran richiami.
In ciel, la luna; e magici ricami
d’ombra le frondi stamperan sul suolo.
Sogna e sogna... Ma già forse è passata
la sua stagione, e ad aspettarla sta
l’albero, invano, o forse non verrà
per lui giammai... Se questa, albero, è stata
l’ultima nostra gelida vernata,
che bei sogni la scure abbatterà! |
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