|
ELEGIE
Rivedute
In corsivo
le varianti
Senza gloria di raggi, pe ‘l limpido aere il sole
dietro i nevosi colli,
disco rovente, cala.
Razzan da lungi i vetri dell’ultime case com’occhi
torvi di bragia, contro la veniente sera.
Ecco, e le nevi, in
fondo, per l’ampia chiostra diffuse,
velansi di
un’ombra tremula violacea.
Triste io seguo
sul terso sfuggevole piano di ghiaccio
gli sparsi a stormi
pattinatori in festa.
Passanmi innanzi lievi com’ombre che il sogno rimeni;
pajon da lungi rondini in tripudio.
Volan le coppie amanti, le braccia dinanzi
intrecciate,
e l’aere di risi brevi e di trilli freme
Taglia la fredda brezza sui labbri il respiro e gli
accenti,
ruba le promesse facili
agli amor nuovi.
Oh nell’ebrezza
pura del volo, tessuti
con strisci
súbiti, sul gelo,
semplici idilli!
Vago
ingenuo amor volante con palpito spesso dell’ali
su la neve cosí,
contro il morente sole!
Levasi da un ospizio il rombo d’un organo e un coro
d’orfani ciechi il nuovo giorno benedicenti.
Passa un rozzon normanno pe ‘l triste viale, e il
ferrato
carro sui grigi fradici sassi stride.
Nuotano nelle
zane dei cavi risciacqui le foglie
ultime della siepe su la verd’acqua morta.
Solo di centenarie querci gli scheletri immani,
squallida aurora,
guardano il lume tuo.
Ma taciturne e
gravi, che san come nunzia tu sia
d’un sol che muto certo sarà nel giorno.
Cari,
voi sempre il sole dell’essere nati consola;
mute costà vi sono
le fantasie del fuoco,
muta la calda voce che presso al camino or m’invita
del cigolante ceppo
nella funerea
sera.
Ché se tremenda
scosse la furia d’un
turbine i vostri
tetti, fugace, e
i vetri, grandine saettando,
presto il sereno tornò,
rifulsero in cielo le stelle,
riecheggiâr di
vita le cittadine vie,
e la placida Luna, spiandodai
madidi vetri,
mite baciò dei bimbi lo sbigottito volto.
Turbina qua sui tetti
continua la squallida neve
né quest’aer gravato lieto è
di sole mai.
Dentro però la fiamma con suo tremulo cenno
raduna intorno gli
intimi a conversare.
E la spumante birra
aspetta che i canti del basso
Reno dai mesti cuori
sorgano intanto a coro,
mentre dall’arsa
gola del nero camino risponde
lunga la pena ignota del tenebroso vento.
Penso: vivrà, vivranno, costei ch’ora accanto mi viene.
l’argine, il bosco là,
uomini e cose, quanto
vedo a me attorno:
ancora vivrà, pur quand’io
lungi di qui sarò, dove il destin mi chiami.
Volgomi a guardar l’orma del passo di lei sulla
neve.
Cancelleran la tenue
orma altri passi presto.
Non dalla mia
memoria, però, sí
presto potranno
lei cancellar d’affetti
altre vicende, mai.
Pur, con la man vietando la riva contraria al guardo,
cerco veder nel
fiume il mio lontano mare;
penso alla
lontana mia casa, sospiro il momento
di ritornarvi; e
intanto abbandonare questo
cuore dovrò che m’ama, che tacito seguemi e forse
all’abbandono pensa prossimo, anch’esso, e dentro
piange, quas’io su questo sentiero coperto di neve,
qua sola, al
tonfo cupo dell’acque, mentre
rapida vien la sera, lasciarmela
addietro dovessi
e proseguir perduto lungo l’ignota riva.
Sale dal gonfio Reno la nebbia nell’umida notte,
qual di fantasmi ciechi
stuolo che tenti il vuoto.
Le lunghe vie deserte, urgendosi a onde, pervade;
al tedio, quindi, pigra cedendo, posa.
E del sonno increscioso che immobile al suolo la
stende
ora le buje case, tacite in fila, opprime,
i fanali veglianti,
i bigi alberi nudi,
cui par che un chiuso spasimo nuovo torca.
Come a un mondo già
spento, superstite voce
nunzia del tempo ignara, lugubre l’ora scocca.
Di tra l’onde dell’aer
sconvolte la Luna, fuggendo,
la morta Terra,
impaurita spia.
Quali braccia di
naufraghi tendon le cuspidi a lei
dalla città sommersa
le solitarie chiese.
Fugge la Luna.
Perenne la nebbia, perenne qui regna.
Meglio acquetarsi a
lei; l’anima aprirle; poi
l’irrequieta.grigia sua
notte distendere piano
sopra ogni affetto e il suo sonno mortal dormire.
Dal soffitto di legno,
commessa a tre fili di rame,
l’orrida lampa (verde
teschio di rame)
pende.
N’ha paura Jenny, le
notti d’inverno. La madre
pregia ed ha caro
invece l’ereditato arnese.
Ora abbracciate
entrambe mi vengono innanzi, ridendo
l’una del
teschio il riso, l’altra per gli occhi amore.
Fate, gravi memorie dei
miei morti amori, che un nuovo
pallido fior non nasca tra queste nebbie;
fate
che in questa casa il pianto non semini io dopo.Tiranno
mai non sarà l’amore
d’ogni mio sogno: mai.
Sí, amici: dell’alto
Campidoglio alle terga
giace di Roma antica il frantumato cuore.
E la Via Sacra,
esausta vena, cercando
i trionfali archi,
serpe tra le rovine.
Sí: la nativa grossezza teutonica vostra
d’assottigliarsi in
questa facile arguzia ha modo.
Quella che Roma fu (la finsero diva e, sedendo,
frante corone e franti
scettri premea col piede)
senza neppur le strane leggende dei tempi piú buj,
ond’ebbe informe maschera di grandezza,
sorge ben altra,
sopra le antiche rovine pensosa,
e c’è rimasto il papa e il re ci venne poi;
e noi le vespe
siamo d’Efràimo
Lessing uscenti
tronfie dalla carogna,
putrida ormai, di lei.
Sí, sí; ma qui tra voi,
ma dovunque io mi volga,
sento che tutto ancora pieno di Roma è il mondo.
Oggi crucciosatra
un torbido incendio del cielo
la terra volse l’aride spalle al sole.
Ora precipita orrenda
la notte e la volta di
torve
nuvole irta con sé par che trascini. O amore,
è lontana la casa,
lontano il fiume. Rimani
qua, questa
notte. Vedi come lampeggia? Or tuona.
Sul petto mio nascondi
la faccia, le mani agli orecchi
premi: hai paura? Qua, con me rimani, amore.
Pensa: tra i lampi e sotto il rombo
dei tuoni; la pioggia
e il vento ln faccia; soli per la campagna,
prima dovremmo, nel bujo sperduti, giungere al fiume,
poi traversarlo, e tu
sai gonfio com’è sul battello…
Quala tepida stanza sicura. T’aspetta
tua madre?
Può mai voler la
madre che la figliuola sua
a tempesta sí fiera
s’esponga? La tepida stanza
t’accoglierà felice. Sola ti lascio. Solo
per la campagna andrò:
dei lampi, dei tuoni io non temo,
passerò il fiume tumido, sul battello:
senza nuove di te non
sarà questa notte tua madre
temi per me? qua teco vuoi che rimanga amore?
Inizio pagina |