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Elegie Renane (1889 -1890)

 

SECONDO L’EDIZIONE DEL 1895


 

 

ELEGIE Rivedute

In corsivo le varianti

 

Senza gloria di raggi, pe ‘l limpido aere il sole

dietro i nevosi colli, disco rovente, cala.

 

Razzan da lungi i vetri dell’ultime case com’occhi

torvi di bragia, contro la veniente sera.

 

Ecco, e le nevi, in fondo, per l’ampia chiostra diffuse,

velansi di un’ombra tremula violacea.

 

Triste io seguo sul terso sfuggevole piano di ghiaccio

gli sparsi a stormi pattinatori in festa.

 

Passanmi innanzi lievi com’ombre che il sogno rimeni;

pajon da lungi rondini in tripudio.

 

Volan le coppie amanti, le braccia dinanzi intrecciate,

e l’aere di risi brevi e di trilli freme

 

Taglia la fredda brezza sui labbri il respiro e gli accenti,

ruba le promesse facili agli amor nuovi.

 

Oh nell’ebrezza pura del volo, tessuti con strisci

súbiti, sul gelo, semplici idilli! Vago

 

ingenuo amor volante con palpito spesso dell’ali

su la neve cosí, contro il morente sole!

 


 

Levasi da un ospizio il rombo d’un organo e un coro

d’orfani ciechi il nuovo giorno benedicenti.

 

Passa un rozzon normanno pe ‘l triste viale, e il ferrato

carro sui grigi fradici sassi stride.

 

Nuotano nelle zane dei cavi risciacqui le foglie

ultime della siepe su la verd’acqua morta.

 

Solo di centenarie querci gli scheletri immani,

squallida aurora, guardano il lume tuo.

 

Ma taciturne e gravi, che san come nunzia tu sia

d’un sol che muto certo sarà nel giorno.

 


 

Cari, voi sempre il sole dell’essere nati consola;

mute costà vi sono le fantasie del fuoco,

 

muta la calda voce che presso al camino or m’invita

del cigolante ceppo nella funerea sera.

 

Ché se tremenda scosse la furia d’un turbine i vostri

tetti, fugace, e i vetri, grandine saettando,

 

presto il sereno tornò, rifulsero in cielo le stelle,

riecheggiâr di vita le cittadine vie,

 

e la placida Luna, spiandodai madidi vetri,

mite baciò dei bimbi lo sbigottito volto.

 

Turbina qua sui tetti continua la squallida neve

né quest’aer gravato lieto è di sole mai.

 

Dentro però la fiamma con suo tremulo cenno

raduna intorno gli intimi a conversare.

 

E la spumante birra aspetta che i canti del basso

Reno dai mesti cuori sorgano intanto a coro,

 

mentre dall’arsa gola del nero camino risponde

lunga la pena ignota del tenebroso vento.

 


 

Penso: vivrà, vivranno, costei ch’ora accanto mi viene.

l’argine, il bosco là, uomini e cose, quanto

 

vedo a me attorno: ancora vivrà, pur quand’io

lungi di qui sarò, dove il destin mi chiami.

 

Volgomi a guardar l’orma del passo di lei sulla neve.

Cancelleran la tenue orma altri passi presto.

 

Non dalla mia memoria, però, sí presto potranno

lei cancellar d’affetti altre vicende, mai.

 

Pur, con la man vietando la riva contraria al guardo,

cerco veder nel fiume il mio lontano mare;

 

penso alla lontana mia casa, sospiro il momento

di ritornarvi; e intanto abbandonare questo

 

cuore dovrò che m’ama, che tacito seguemi e forse

all’abbandono pensa prossimo, anch’esso, e dentro

 

piange, quas’io su questo sentiero coperto di neve,

qua sola, al tonfo cupo dell’acque, mentre

 

rapida vien la sera, lasciarmela addietro dovessi

e proseguir perduto lungo l’ignota riva.

 


 

Sale dal gonfio Reno la nebbia nell’umida notte,

qual di fantasmi ciechi stuolo che tenti il vuoto.

 

Le lunghe vie deserte, urgendosi a onde, pervade;

al tedio, quindi, pigra cedendo, posa.

 

E del sonno increscioso che immobile al suolo la stende

ora le buje case, tacite in fila, opprime,

 

i fanali veglianti, i bigi alberi nudi,

cui par che un chiuso spasimo nuovo torca.

 

Come a un mondo già spento, superstite voce

nunzia del tempo ignara, lugubre l’ora scocca.

 

Di tra l’onde dell’aer sconvolte la Luna, fuggendo,

la morta Terra, impaurita spia.

 

Quali braccia di naufraghi tendon le cuspidi a lei

dalla città sommersa le solitarie chiese.

 

Fugge la Luna. Perenne la nebbia, perenne qui regna.

Meglio acquetarsi a lei; l’anima aprirle; poi

 

l’irrequieta.grigia sua notte distendere piano

sopra ogni affetto e il suo sonno mortal dormire.

 


 

Dal soffitto di legno, commessa a tre fili di rame,

l’orrida lampa (verde teschio di rame) pende.

 

N’ha paura Jenny, le notti d’inverno. La madre

pregia ed ha caro invece l’ereditato arnese.

 

Ora abbracciate entrambe mi vengono innanzi, ridendo

l’una del teschio il riso, l’altra per gli occhi amore.

 

Fate, gravi memorie dei miei morti amori, che un nuovo

pallido fior non nasca tra queste nebbie; fate

 

che in questa casa il pianto non semini io dopo.Tiranno

mai non sarà l’amore d’ogni mio sogno: mai.

 


 

Sí, amici: dell’alto Campidoglio alle terga

giace di Roma antica il frantumato cuore.

 

E la Via Sacra, esausta vena, cercando

i trionfali archi, serpe tra le rovine.

 

Sí: la nativa grossezza teutonica vostra

d’assottigliarsi in questa facile arguzia ha modo.

 

Quella che Roma fu (la finsero diva e, sedendo,

frante corone e franti scettri premea col piede)

 

senza neppur le strane leggende dei tempi piú buj,

ond’ebbe informe maschera di grandezza,

 

sorge ben altra, sopra le antiche rovine pensosa,

e c’è rimasto il papa e il re ci venne poi;

 

e noi le vespe siamo d’Efràimo Lessing uscenti

tronfie dalla carogna, putrida ormai, di lei.

 

Sí, sí; ma qui tra voi, ma dovunque io mi volga,

sento che tutto ancora pieno di Roma è il mondo.

 


 

Oggi crucciosatra un torbido incendio del cielo

la terra volse l’aride spalle al sole.

 

Ora precipita orrenda la notte e la volta di torve

nuvole irta con sé par che trascini. O amore,

 

è lontana la casa, lontano il fiume. Rimani

qua, questa notte. Vedi come lampeggia? Or tuona.

 

Sul petto mio nascondi la faccia, le mani agli orecchi

premi: hai paura? Qua, con me rimani, amore.

 

Pensa: tra i lampi e sotto il rombo dei tuoni; la pioggia

e il vento ln faccia; soli per la campagna,

 

prima dovremmo, nel bujo sperduti, giungere al fiume,

poi traversarlo, e tu sai gonfio com’è sul battello…

 

Quala tepida stanza sicura. T’aspetta tua madre?

Può mai voler la madre che la figliuola sua

 

a tempesta sí fiera s’esponga? La tepida stanza

t’accoglierà felice. Sola ti lascio. Solo

 

per la campagna andrò: dei lampi, dei tuoni io non temo,

passerò il fiume tumido, sul battello:

 

senza nuove di te non sarà questa notte tua madre

temi per me? qua teco vuoi che rimanga amore?

 

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Poesie

1895 - 1896

ELEGIE RENANE

da 

INTRODUZIONE

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

XVI

Non comprese nella raccolta del 1895

Rivedute

Poesie

INTRODUZIONE

1889

Mal giocondo

1890

Pasqua di Gea

1890-1922

Poemetti

1890- 1933

Poesie sparse

1895-1896

Elegie Renane

1901

Zampogna

1909

Scamandro

1912

Fuori di chiave