|
VIII
Batte e agevole goccia sui vetri dei fiochi fanali
l’assidua pioggia lungo l’argine solo.
Rari, la nebbia, a tratti, i lumi di Buel nel vento
vincono, come lame guizzano, dispaiono.
Tenebra è tutto, e angoscia. E il fiume imperversa.
All’esterne
ire del tempo esulta l’anima combattuta.
Piú della nebbia orrende m’ingombrano il petto le cure,
folle assai piú del vento m’agita un van desio.
M’avvolgan le nebbie, m’avvolgan le nordiche brume,
m’investa la sonora ala dei negri venti!
Odo in essi il lamento de’ miei sconfinati desiri
nella notte perduti, nel gran vuoto gementi;
il disperato grido de’ miei vani amori, se stessi
rimpiangenti e la terra, per la tenebra ciechi.
Inizio pagina |