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VII
Sale dal gonfio Reno la nebbia nell’umida notte,
qual di fantasme stuolo cercanti cieche il vuoto.
Le lunghe vie deserte, urgendosi a onde, pervade;
al tedio, quindi, pigra cedendo, posa.
Del sonno increscioso, che immobile al suolo la stende,
ora le buje case tacite in fila opprime,
fiochi veglianti fanali, i bigi alberi nudi,
cui par che un chiuso spasimo nuovo torca.
Ahi, come a una vita già spenta superstite voce,
nunzia del tempo ignara, lugubre l’ora scocca.
In fuga la luna tra l’onde dell’aer sconvolte
la morta terra, quasi sgomenta, spia.
A lei, dall’ombra grave, le cuspidi snelle in desio
tendono come braccia le solitarie chiese.
Vano desio! Perenne la nebbia, perenne qui regna.
Pena lunga, sperare; meglio acchetarsi a lei,
a lei l’anima aprire, distender la grigia sua notte
sui vani affetti, e il sonno ch’ella dorme, dormire.
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