|
|
|
|
Poesia - elegie renane - 1895/1896
|
|
Introduzione
SECONDO L’EDIZIONE DEL 1895
In origine queste liriche si
intitolarono Elegie boreali e furono certamente piú di sedici. Nel
numero del 23 febbraio 1890 della Vita Nuova (Firenzesi legge
infatti la « XXIV »; in Psiche (Palermo, 16 settembre 1890 apparvero
la
« IX » e la « XIV », che non
furono raccolte in volume; nella Cronaca d’Arte (Milano, 10 marzo
1891 fu stampata un’altra elegia non compresa tra le sedici del
volume; e tre altre, col titolo Elegie renane I, II, III, apparvero
nell’Ariel (Roma, a. I, N. 4, 8 gennaio 1898), una delle quali, la
II fu ripubblicata dopo 36 anni nel fascicolo del 10 dicembre 1234
della Nuova Antologia; un’altra, inedita, è stata trovata tra le
carte lasciate da Luigi Pirandello. Inoltre, due elegie, la « X » e
la « V », pubblicate rispettivamente nella Vita Nuova (23 novembre
1890) e nella Critica diretta da Gino Monaldi (Roma, 16 maggio
1821), furono indicate in tali rassegne come « IX » e « VII »: segno
che la raccolta aveva, in un primo progetto, una diversa
disposizione, in relazione appunto al maggior numero di componimenti
che avrebbe dovuto comprendere. La III, invece, apparve con tale
numero d’ordine, a conclusione di una « Cronaca d’arte » di Ugo
Fleres, nella Critica diretta da G. Monaldi, 27 giugno 1895.
Raccolte in volume sedici elegie
nel 1895, dopo quasi quarant’anni Pirandello ne ripubblicò cinque,
rivedute, nella Nuova Antologia, fascicolo del 1° dicembre 1934.
Queste cinque elegie recano i seguenti titoli redazionali: Aurora
nel nord (VI del volume 1895), Pattinatori a sera (V), Intorno al
fuoco (X), Fuoco d’inverno (già in Ariel, 8 gennaio 1898), Addio
all’amata (XIV).
Tra le carte di Pirandello sono
state trovate, inoltre, sette elegie, di cui una inedita e sei
rivedute, tutte dattilografate e distinte da numeri romani: I, IV,
VI, VIII, X, XI, XII. Le cinque mancanti sono evidentemente quelle
pubblicate nel fascicolo del 1° dicembre 1934 della Nuova Antologia,
consegnate alla redazione della rivista nell’unico esemplare
esistente, che andò perduto in tipografia. È quindi impossibile,
ormai, stabilire la numerazione esatta dei dodici componimenti, a
meno che non si voglia presumere che nella Nuova Antologia le cinque
elegie siano state stampate nell’ordine in cui erano state disposte
dal poeta insieme con le altre sette.
Invece di sostituire i nuovi ai
vecchi testi, dando in nota le varianti, ò ritenuto opportuno
riprodurre fedelmente l’edizione del 1895. L’ordine di raccolta è
quindi il seguente: sedici elegie secondo la raccolta del 1895; otto
elegie non comprese nella raccolta del 1895; otto elegie rivedute.
Si noti che nel cennato fascicolo
della Nuova Antologia furono anche pubblicate due altre liriche di
Pirandello, La fune e Andando, comprese, nella presente edizione,
nelle « Poesie varie ». Le « Sette liriche » sono accompagnate da
una nota redazionale, di cui gli studiosi non vorranno tener conto
perché inesatta.
AL POETA
EDUARDO GIACOMO BONER
CON
FRATERNO AFFETTO DEDICO
ROMA, MDCCCXCV
|
|
Elegie Renane
In memoria degli anni trascorsi in Germania, nelle
contrade del Reno, mando ora a stampa, per me e per gli
amici, queste Elegie. Delle quali alcune apparvero già
su riviste letterarie della penisola, come la Vita Nuova
di Firenze e la Cronaca d'Arte di Milano; le altre,
quantunque impallidite un po' agli occhi miei
nell'oblio, in cui pur troppo è condannata a perir
presentemente la produzione di quanti come me non sanno
crescer baracche alla odierna fiera letteraria, appajono
adesso per la prima volta. (Questa nota è in fondo
all'edizione del 1895,
ndr.)
|
|
|
|
I
Da lungi ancor
la florida alba suprema de’ freschi
colli lombardi
in vetta ridemi, Italia, in core.
Àlacri i miei
pensieri, com’api ritornano a sciame
a Te che il
fiore delle contrade sei.
Or di
leggiadro riso che un’eco di gioje ridesti,
or di mestizia
il volto diafano atteggiate,
chiuse in un
sogno vago, già fuor della vita e pur vive,
per le tue
terre, Italia, erran le mie memorie.
Oh rosea in
faccia ai primi, aerei gioghi de l’Alpi,
villa degl’Imbonati,
nido di verde pace!
Ivi con lo
sbaldore d’innumeri uccelli,
tra ‘l folto
de’ campi tuoi, col bacio fulgido del tuo sole,
ebbi da Te
(non mai, siccome in quell’ora, diletta)
l’addio
materno: l’ultimo, Italia, tuo.
Qual vision di
sogno che il roseo mattino diradi,
strani qui
innanti a me sorgon gli aspetti nuovi;
né mesta voce
o lieta da un luogo a me noto si leva,
tranne la tua
che vaghe mormora istorie, o Reno.
Guardo le
fosche rocce da cupi castelli abitate,
e le rovine
aperte sparse fin qui di Roma,
i piani, i
colli intorno di ricca vendemmia felici,
onde in bei
nappi splende l’oro favoleggiato.
Curva su te la
bianca antica Gensonia si mira
nel
lustreggiante specchio dell’acque, al sole.
Ode Coblenza e
assiste ridendo dai ponti a’ perenni
tuoi fervidi
colloqui con la Mosella amante.
Tra gli umili
villaggi, tra l’isole brevi fiorenti
sotto l’opaca
e lunga ombra de’ cedui boschi
ai cittadini
indugi romor di Colonia, e i composti
ponti di
barche e i tetti di lavagna saluti...
Quali da
queste rive, eroico fiume, a cercarmi
verran
lontano, quali memorie un giorno?
|
|
II
Valicaron baldi, cantando con orrida voce
d’Ermanrico, il sir fiero che a cento anni s’uccise,
in ispida furia, su un’onda d’enormi destrieri,
gli avi ferrati vostri le fosche Alpi indifese?
E segno tu arduo, malfermo d’impero, vedesti
sperse tra quel nuovo turbine umano, o Reno,
l’aquile piegar prima, e i fieri accorrenti all’acquisto
facil d’Italia? Livio da secoli taceva;
scorrea l’Oronte molle sul letto del Tebro, e attendea
quella che tutti vinse a perdere se stessa.
Antiche storie! Or bella è questa giustizia del tempo,
ond’io da Roma vengo, libera e nostra, a voi.
Non piú dinnanzi all’ara di Marte, su sedia curule,
fiso nel dio l’antico genio di Roma siede.
E voi scendete a lei l’olivo recando e l’alloro,
questo alla gloria antica, quello a la viva e nuova.
|
|
III
Forse, ben che non mai d’un limpido sole i tepori,
né i gridi reca di fuggevol rondine
la stagion nuova, è in voi, o povere case, la pace?
povere, oscure case di solitari borghi,
tra le nebbie sedenti su un’arida spalla di monte,
è in voi la pace, eterno dell’anime sospiro?
|
|
IV
Pende dall’alto tetto, commessa a tre fili di rame,
una gran lampa in forma d’enorme teschio verde.
Johanna, la fanciulla, ne ha quasi paura, le notti;
Martha, la madre, ha caro l’ereditato arnese.
Quando abbracciate entrambe mi vengono innanzi ridendo
una del teschio il riso, l’altra per gli occhi amore;
par quasi il tronco quella d’un’arida quercia scolpito,
un esil ramo questa d’edera flessuosa.
Qui, nella casa antica, cui cinge l’inverno, da questo
desolato silenzio rinascerà l’amore?
Fate, gravi memorie de’ miei morti amori, che un nuovo
pallido fior non nasca tra queste nebbie. Fate
che in questa casa il pianto non semini io dopo. Tiranno
di tutti i sogni miei non sarà mai l’amore.
|
|
V
Senza gloria di raggi, pe ‘l limpido atre il sole,
disco rovente, già sui colli nivei cala.
Affliggonsi le nevi per l’ampia chiostra diffuse
ora d’un’ombra tremula, violacea.
Razzan da lungi i vetri dell’ultime case, com’occhi
torvi di bragia, contro la veniente sera.
Io seguo sul terso, sfuggevole piano di ghiaccio
la fuga degli accolti pattinatori in festa.
Passanmi innanti lievi com’ombre che il sogno rimeni;
pajon da lungi rondini in tripudio.
Volan le coppie amanti, le braccìa dinnanzi intrecciate,
e l’aere di risi brevi e di trilli freme.
Taglia la fredda brezza sui labbri il respiro e gli
accenti,
ruba le promesse facili a gli amor nuovi.
Oh, ne l’ebbrezza pura del volo, con subiti giri,
tessuti su la neve, semplici idillî! Oh, vago,
ingenuo amor volante con palpito spesso dell’ali
su la squallida neve, contro il morente sole!
|
|
VI
Levasi da un
ospizio il rombo d’un organo, e un coro
d’orfani
ciechi il nuovo giorno benedicenti;
passa un
rozzon normanno pe ‘l triste viale, e il ferrato
carro sui
grigi, fradici sassi stride;
galleggian ne
le zane dei cavi riasciacqui le foglie
ultime della
siepe su la verd’acqua morta.
Solo di
centenarie querci gli scheletri immani,
squallida
Aurora, guardano il lume tuo;
ma taciturne e
gravi, ché san come nunzia tu sia
d’un sol che
muto certo sarà nel giorno.
|
|
VII
Sale dal gonfio Reno la nebbia nell’umida notte,
qual di fantasme stuolo cercanti cieche il vuoto.
Le lunghe vie deserte, urgendosi a onde, pervade;
al tedio, quindi, pigra cedendo, posa.
Del sonno increscioso, che immobile al suolo la stende,
ora le buje case tacite in fila opprime,
fiochi veglianti fanali, i bigi alberi nudi,
cui par che un chiuso spasimo nuovo torca.
Ahi, come a una vita già spenta superstite voce,
nunzia del tempo ignara, lugubre l’ora scocca.
In fuga la luna tra l’onde dell’aer sconvolte
la morta terra, quasi sgomenta, spia.
A lei, dall’ombra grave, le cuspidi snelle in desio
tendono come braccia le solitarie chiese.
Vano desio! Perenne la nebbia, perenne qui regna.
Pena lunga, sperare; meglio acchetarsi a lei,
a lei l’anima aprire, distender la grigia sua notte
sui vani affetti, e il sonno ch’ella dorme, dormire.
|
|
VIII
Batte e agevole goccia sui vetri dei fiochi fanali
l’assidua pioggia lungo l’argine solo.
Rari, la nebbia, a tratti, i lumi di Buel nel vento
vincono, come lame guizzano, dispaiono.
Tenebra è tutto, e angoscia. E il fiume imperversa.
All’esterne
ire del tempo esulta l’anima combattuta.
Piú della nebbia orrende m’ingombrano il petto le cure,
folle assai piú del vento m’agita un van desio.
M’avvolgan le nebbie, m’avvolgan le nordiche brume,
m’investa la sonora ala dei negri venti!
Odo in essi il lamento de’ miei sconfinati desiri
nella notte perduti, nel gran vuoto gementi;
il disperato grido de’ miei vani amori, se stessi
rimpiangenti e la terra, per la tenebra ciechi.
|
|
IX
Ilare a un soffio trema la cerula fiamma, cingendo
d’un amor che dà morte il paziente tizzo.
Piacemi le notti d’inverno, dinnanzi al camino,
tacito spiar questi fervidi amor d’un’ora.
Spesso però Johanna sorprendemi intento, su gli occhi
lieve la man mi posa, bisbigliando: «Chi sono?»
Indietro allora il capo reclino su ‘l vergine seno
e, all’incendivo tocco: «Fiamma, sei tu!» - rispondo.
|
|
|
|
|
X
A voi, cui sempre il sole dell’essere nati consola,
mute saran pur sempre le fantasie del foco;
muta la calda voce che presso al camino or m’invita
del cigolante ciocco, nella rigida sera.
Che se tremenda scosse la furia d’un turbin fugace
i tetti vostri e i vetri, grandine saettando;
tosto tornò ‘l sereno, rifulsero in cielo le stelle,
risonaron di vita le cittadine vie,
e la placida Luna, spiando pe’ madidi vetri,
mite baciò dei bimbi lo sbigottito volto.
Sui bigi tetti assidua qui scende la squallida neve,
né quest’aer gravato, lieto è del sole mai.
Dentro però la fiamma con suo tremulo cenno
intorno a se raguna gl’intimi a conversare.
Spuma in lucenti tazze la cesia bionda, e la mesta
canzon del basso Reno sopra vi batte l’ala.
Grave all’accolta un vecchio con rauca voce la saga
narra d’Enrico quarto, tragico imperatore;
narra d’Orlando, come di Francia il fedel paladino
d’Ildegonda, la bella, s’innamorasse al Reno.
A lui dall’arsa gola del nero camino risponde
lunga la pena ignota del tenebroso vento.
E voi crocchiate a tratti, cedevoli ciocchi, bruciando,
povere rotte membra d’alberi un di fiorenti.
Bene ancor chiama il fiume, con murmure lieve fluendo,
amori agli arbor’ nuovi lungo le meste rive.
Scese su voi la scure, voi tolse la mano dell’uomo
alla verde, sognante letizia vegetale.
Erano dolci a voi con l’acque del Reno i colloquî,
mentre sorgea la Luna candida a vigilare?
dolci il tripudio, il canto, gli amor degli uccelli tra
il verde?
era a voi caro il mobile, tremulo specchio d’acque?
Muojan la vostra morte le tristi memorie e le liete,
ardano i verdi sogni memori della vita!
Son voci, affetti sono, son vive memorie spiccianti,
ultimo sforzo contro la conculcante fiamma,
queste scintille vostre e i crepiti brevi, gementi? -
Ahi, sempre d’ogni vita cenere fredda avanza.
|
|
XI
È vero: dell’alto divin Campidoglio alle terga
giace di Roma antica il frantumato cuore,
e la Via Sacra, esausta vena, Io corre,
cercando i trionfali archi tra le ruine.
È vero, e la nativa grossezza teutonica vostra,
qui nella magra arguzia d’assottigliarsi ha modo:
quella che Roma fu (la finsero diva e, sedendo,
spoglie premea co ’l piè di vinte nazioni),
senza neppur le strane leggende dei tempi piú buj,
ond’ebbe informe maschera di grandezza,
sorge or ben altra, sopra le antiche rovine pensosa,
e c’è rimasto il papa, e il re ci venne poi.
E noi le vespe siamo, Efraimo Lessing, uscenti
superbe dalla grassa putredine di Roma.
Sí, ma tra voi, ma qui, ma dovunque io mi volga,
sento che tutto ancora pieno di Roma è il mondo.
|
|
XII
Guarda: da l’argenteo candor delle nevi diffuse,
sotto la volta mesta dell’albeggiante cielo,
gli alberi nudi e i templi, le tacite case,
incalvati le cime, levansi al freddo lume.
Grava su l’egre cose quest’aer che mai non s’aggiorna,
come l’oppressione d’un doloroso fato.
Vasto silenzio accoglie la neve che tremula reca
seco il mistero de’ nubilosi spazî:
solo una notte in braccio l’inverno la terra ha tenuto,
l’ha vecchia in breve l’amor suo fosco resa.
Ma come un’italica aurora tu rosea ti levi
dall’amorose lotte con voluttà perdute.
Gli occhi a un mio bacio chiudi con atto di mite colomba
allor che sotto un raggio tepido si compone.
E qui, tra queste brume, ti senti nel cor germogliare
la primavera bella d’un’esistenza nuova.
|
|
XIII
Crucciosa oggi, tra un torbido incendio del cielo,
la terra volse l’aride spalle al sole.
Precipita orrenda or la notte, e la volta del cielo
irta di torve nubi seco trascina. O amore,
lontana è la casa, lontano il fiume. Rimani
qui, questa notte. Vedi come lampeggia? Or tuona.
Qui sul mio sen la faccia nascondi, le candide mani
premi agli orecchi. Intendi? Meco rimani, amore.
Pensa, tra i lampi e sotto il rombo tremendo de’ tuoni,
sotto la pioggia, e in faccia l’ispido vento, soli
in mezzo alla campagna deserta, pria giungere al fiume,
poscia in battello, in preda all’acque irate, pensa!
Qui la tepida stanza sicura. T’aspetta la madre?
Non può voler la madre che la figliuola sua
s’esponga a cosi fiera tempesta. La tepida stanza
t’accoglierà felice. Sola ti lascio, solo
andrò per la fosca campagna; dei lampi, de’ tuoni
io non temo; indi il fiume torbido sul battello
passerò; questa notte avrà di te nuove tua madre.
Hai paura? non vuoi? Rimango teco, amore?
|
|
XIV
Penso: vivrà, vivranno costei ch’ora accanto mi viene,
questa riva, quel bosco, uomini e cose, quanto
vedomi intorno e sento, ancora vivranno, quand’io
lungi da qui sarò, dove il destin mi chiami.
Volgomi a guardar l’orma del passo di lei su la neve;
altri passi tra poco cancelleran quest’orma.
Non dalla memoria però si tosto potranno
cancellarla altri affetti, altre vicende mai.
Pur con la man vietando la riva contraria al guardo,
amo veder nel fiume il mio lontano mare,
penso a la lontana mia casa, e sospiro il momento
del ritorno, in cui pure abbandonare questo
cuore dovrò che m’ama, che tacito seguemi e forse
all’abbandono pensa prossimo anch’ esso, e dentro
piange, quas’io su questo sentiero coperto di neve,
qui sola, al tonfo cupo dell’acque, mentre
rapida vien la sera, lasciarmela indietro dovessi
e proseguir perduto lungo l’ignota riva.
|
|
XV
Aprite i labbri a un riso che schiuda dell’anima al sole
la via, fanciulle: amore ritorna e primavera.
Coi sogni foschi a torme la nebbia ch’eterna credei,
ecco, le rive amene lascia del Reno, o belle.
Aura serena i fiori dal gelido sonno richiama,
rompe dal gonfio suolo gemmea la vita e odora.
Tale da l’aspra notte di turgida èra febbrile
ruppe fremente un maggio d’anime nuove al sole.
Voi di Soavia verde, voi ben lo sapeste, o contrade,
e tu lieta, ospitale Turingia, nei conviti.
Udite, o belle; forse quest’aura gentile che i volti
viene a sfiorarvi, udite, mormora versi ancora:
se di Gualtiero udite la balda canzone ella rechi
o di Conrado il canto d’amore e d’avventura.
|
|
XVI
Sale, e pe’ chiusi vetri la gelida Luna a spiare
nella mia buja, squallida stanza viene.
Cerca il profondo letto, ma il pallido volto non trova
della bionda giacente, che trovar pria soleva.
Io la guardo dall’ombra salire, salir lentamente,
e un senso di paura l’anima freddo fascia.
Fremon l’acque del fiume continuo sotto il suo bacio;
oltre il fievole murmure altro romor non s’ode.
Bonn am Rhein, 1889-90 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Il contenuto di queste pagine proviene,
oltre che da contributi dei nostri
visitatori, anche da altri siti cui abbiamo
estratto quanto di pertinenza, citandone,
ove a conoscenza, fonte e relativo link. In
caso di segnalazione da parte dei
proprietari di tali siti inerente la loro
contrarietà alla pubblicazione su
PirandelloWeb del loro materiale, le pagine
contestate, verranno immediatamente rimosse. |
|