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Pirandello - Poesia

Elegie Renane

ELEGIE RENANE 1895

ELEGIE RENANE NON COMPRESE NELLA RACCOLTA DEL 1895

ELEGIE RENANE 1895 RIVEDUTE

Pirandello - Poesia

da Biblioteca dei Classici Italiani

Introduzione

1889 - Mal giocondo

1890 - Pasqua di Gea

1890-1922 - Poemetti

1890 -1933 - Poesie sparse

1895-1896 - Elegie Renane

1901 - Zampogna

1909 - Scamandro

1912 - Fuori di chiave

 

 

Poesia - elegie renane - 1895/1896

 

Introduzione

SECONDO L’EDIZIONE DEL 1895

 

In origine queste liriche si intitolarono Elegie boreali e furono certamente piú di sedici. Nel numero del 23 febbraio 1890 della Vita Nuova (Firenzesi legge infatti la « XXIV »; in Psiche (Palermo, 16 settembre 1890 apparvero la

« IX » e la « XIV », che non furono raccolte in volume; nella Cronaca d’Arte (Milano, 10 marzo 1891 fu stampata un’altra elegia non compresa tra le sedici del volume; e tre altre, col titolo Elegie renane I, II, III, apparvero nell’Ariel (Roma, a. I, N. 4, 8 gennaio 1898), una delle quali, la II fu ripubblicata dopo 36 anni nel fascicolo del 10 dicembre 1234 della Nuova Antologia; un’altra, inedita, è stata trovata tra le carte lasciate da Luigi Pirandello. Inoltre, due elegie, la « X » e la « V », pubblicate rispettivamente nella Vita Nuova (23 novembre 1890) e nella Critica diretta da Gino Monaldi (Roma, 16 maggio 1821), furono indicate in tali rassegne come « IX » e « VII »: segno che la raccolta aveva, in un primo progetto, una diversa disposizione, in relazione appunto al maggior numero di componimenti che avrebbe dovuto comprendere. La III, invece, apparve con tale numero d’ordine, a conclusione di una « Cronaca d’arte » di Ugo Fleres, nella Critica diretta da G. Monaldi, 27 giugno 1895.

Raccolte in volume sedici elegie nel 1895, dopo quasi quarant’anni Pirandello ne ripubblicò cinque, rivedute, nella Nuova Antologia, fascicolo del 1° dicembre 1934. Queste cinque elegie recano i seguenti titoli redazionali: Aurora nel nord (VI del volume 1895), Pattinatori a sera (V), Intorno al fuoco (X), Fuoco d’inverno (già in Ariel, 8 gennaio 1898), Addio all’amata (XIV).

Tra le carte di Pirandello sono state trovate, inoltre, sette elegie, di cui una inedita e sei rivedute, tutte dattilografate e distinte da numeri romani: I, IV, VI, VIII, X, XI, XII. Le cinque mancanti sono evidentemente quelle pubblicate nel fascicolo del 1° dicembre 1934 della Nuova Antologia, consegnate alla redazione della rivista nell’unico esemplare esistente, che andò perduto in tipografia. È quindi impossibile, ormai, stabilire la numerazione esatta dei dodici componimenti, a meno che non si voglia presumere che nella Nuova Antologia le cinque elegie siano state stampate nell’ordine in cui erano state disposte dal poeta insieme con le altre sette.

Invece di sostituire i nuovi ai vecchi testi, dando in nota le varianti, ò ritenuto opportuno riprodurre fedelmente l’edizione del 1895. L’ordine di raccolta è quindi il seguente: sedici elegie secondo la raccolta del 1895; otto elegie non comprese nella raccolta del 1895; otto elegie rivedute.

Si noti che nel cennato fascicolo della Nuova Antologia furono anche pubblicate due altre liriche di Pirandello, La fune e Andando, comprese, nella presente edizione, nelle « Poesie varie ». Le « Sette liriche » sono accompagnate da una nota redazionale, di cui gli studiosi non vorranno tener conto perché inesatta.

 

AL POETA

EDUARDO GIACOMO BONER

CON FRATERNO AFFETTO DEDICO

ROMA, MDCCCXCV

 

 

Elegie Renane

 

In memoria degli anni trascorsi in Germania, nelle contrade del Reno, mando ora a stampa, per me e per gli amici, queste Elegie. Delle quali alcune apparvero già su riviste letterarie della penisola, come la Vita Nuova di Firenze e la Cronaca d'Arte di Milano; le altre, quantunque impallidite un po' agli occhi miei nell'oblio, in cui pur troppo è condannata a perir presentemente la produzione di quanti come me non sanno crescer baracche alla odierna fiera letteraria, appajono adesso per la prima volta. (Questa nota è in fondo all'edizione del 1895, ndr.)

 

 

I

 

Da lungi ancor la florida alba suprema de’ freschi

colli lombardi in vetta ridemi, Italia, in core.

 

Àlacri i miei pensieri, com’api ritornano a sciame

a Te che il fiore delle contrade sei.

 

Or di leggiadro riso che un’eco di gioje ridesti,

or di mestizia il volto diafano atteggiate,

 

chiuse in un sogno vago, già fuor della vita e pur vive,

per le tue terre, Italia, erran le mie memorie.

 

Oh rosea in faccia ai primi, aerei gioghi de l’Alpi,

villa degl’Imbonati, nido di verde pace!

 

Ivi con lo sbaldore d’innumeri uccelli,

tra ‘l folto de’ campi tuoi, col bacio fulgido del tuo sole,

 

ebbi da Te (non mai, siccome in quell’ora, diletta)

l’addio materno: l’ultimo, Italia, tuo.

 

Qual vision di sogno che il roseo mattino diradi,

strani qui innanti a me sorgon gli aspetti nuovi;

 

né mesta voce o lieta da un luogo a me noto si leva,

tranne la tua che vaghe mormora istorie, o Reno.

 

Guardo le fosche rocce da cupi castelli abitate,

e le rovine aperte sparse fin qui di Roma,

 

i piani, i colli intorno di ricca vendemmia felici,

onde in bei nappi splende l’oro favoleggiato.

 

Curva su te la bianca antica Gensonia si mira

nel lustreggiante specchio dell’acque, al sole.

 

Ode Coblenza e assiste ridendo dai ponti a’ perenni

tuoi fervidi colloqui con la Mosella amante.

 

Tra gli umili villaggi, tra l’isole brevi fiorenti

sotto l’opaca e lunga ombra de’ cedui boschi

 

ai cittadini indugi romor di Colonia, e i composti

ponti di barche e i tetti di lavagna saluti...

 

Quali da queste rive, eroico fiume, a cercarmi

verran lontano, quali memorie un giorno?

 

 

II

 

Valicaron baldi, cantando con orrida voce

d’Ermanrico, il sir fiero che a cento anni s’uccise,

 

in ispida furia, su un’onda d’enormi destrieri,

gli avi ferrati vostri le fosche Alpi indifese?

 

E segno tu arduo, malfermo d’impero, vedesti

sperse tra quel nuovo turbine umano, o Reno,

 

l’aquile piegar prima, e i fieri accorrenti all’acquisto

facil d’Italia? Livio da secoli taceva;

 

scorrea l’Oronte molle sul letto del Tebro, e attendea

quella che tutti vinse a perdere se stessa.

 

Antiche storie! Or bella è questa giustizia del tempo,

ond’io da Roma vengo, libera e nostra, a voi.

 

Non piú dinnanzi all’ara di Marte, su sedia curule,

fiso nel dio l’antico genio di Roma siede.

 

E voi scendete a lei l’olivo recando e l’alloro,

questo alla gloria antica, quello a la viva e nuova.

 

 

III
 

Forse, ben che non mai d’un limpido sole i tepori,

né i gridi reca di fuggevol rondine

 

la stagion nuova, è in voi, o povere case, la pace?

povere, oscure case di solitari borghi,

 

tra le nebbie sedenti su un’arida spalla di monte,

è in voi la pace, eterno dell’anime sospiro?

 

 

IV

 

Pende dall’alto tetto, commessa a tre fili di rame,

una gran lampa in forma d’enorme teschio verde.

 

Johanna, la fanciulla, ne ha quasi paura, le notti;

Martha, la madre, ha caro l’ereditato arnese.

 

Quando abbracciate entrambe mi vengono innanzi ridendo

una del teschio il riso, l’altra per gli occhi amore;

 

par quasi il tronco quella d’un’arida quercia scolpito,

un esil ramo questa d’edera flessuosa.

 

Qui, nella casa antica, cui cinge l’inverno, da questo

desolato silenzio rinascerà l’amore?

 

Fate, gravi memorie de’ miei morti amori, che un nuovo

pallido fior non nasca tra queste nebbie. Fate

 

che in questa casa il pianto non semini io dopo. Tiranno

di tutti i sogni miei non sarà mai l’amore.

 

V

 

Senza gloria di raggi, pe ‘l limpido atre il sole,

disco rovente, già sui colli nivei cala.

 

Affliggonsi le nevi per l’ampia chiostra diffuse

ora d’un’ombra tremula, violacea.

 

Razzan da lungi i vetri dell’ultime case, com’occhi

torvi di bragia, contro la veniente sera.

 

Io seguo sul terso, sfuggevole piano di ghiaccio

la fuga degli accolti pattinatori in festa.

 

Passanmi innanti lievi com’ombre che il sogno rimeni;

pajon da lungi rondini in tripudio.

 

Volan le coppie amanti, le braccìa dinnanzi intrecciate,

e l’aere di risi brevi e di trilli freme.

 

Taglia la fredda brezza sui labbri il respiro e gli accenti,

ruba le promesse facili a gli amor nuovi.

 

Oh, ne l’ebbrezza pura del volo, con subiti giri,

tessuti su la neve, semplici idillî! Oh, vago,

 

ingenuo amor volante con palpito spesso dell’ali

su la squallida neve, contro il morente sole!

 

 

 

VI

 

Levasi da un ospizio il rombo d’un organo, e un coro

d’orfani ciechi il nuovo giorno benedicenti;

 

passa un rozzon normanno pe ‘l triste viale, e il ferrato

carro sui grigi, fradici sassi stride;

 

galleggian ne le zane dei cavi riasciacqui le foglie

ultime della siepe su la verd’acqua morta.

 

Solo di centenarie querci gli scheletri immani,

squallida Aurora, guardano il lume tuo;

 

ma taciturne e gravi, ché san come nunzia tu sia

d’un sol che muto certo sarà nel giorno.

 

 

VII

 

Sale dal gonfio Reno la nebbia nell’umida notte,

qual di fantasme stuolo cercanti cieche il vuoto.

 

Le lunghe vie deserte, urgendosi a onde, pervade;

al tedio, quindi, pigra cedendo, posa.

 

Del sonno increscioso, che immobile al suolo la stende,

ora le buje case tacite in fila opprime,

 

fiochi veglianti fanali, i bigi alberi nudi,

cui par che un chiuso spasimo nuovo torca.

 

Ahi, come a una vita già spenta superstite voce,

nunzia del tempo ignara, lugubre l’ora scocca.

 

In fuga la luna tra l’onde dell’aer sconvolte

la morta terra, quasi sgomenta, spia.

 

A lei, dall’ombra grave, le cuspidi snelle in desio

tendono come braccia le solitarie chiese.

 

Vano desio! Perenne la nebbia, perenne qui regna.

Pena lunga, sperare; meglio acchetarsi a lei,

 

a lei l’anima aprire, distender la grigia sua notte

sui vani affetti, e il sonno ch’ella dorme, dormire.

 

 

VIII

 

Batte e agevole goccia sui vetri dei fiochi fanali

l’assidua pioggia lungo l’argine solo.

 

Rari, la nebbia, a tratti, i lumi di Buel nel vento

vincono, come lame guizzano, dispaiono.

 

Tenebra è tutto, e angoscia. E il fiume imperversa. All’esterne

ire del tempo esulta l’anima combattuta.

 

Piú della nebbia orrende m’ingombrano il petto le cure,

folle assai piú del vento m’agita un van desio.

 

M’avvolgan le nebbie, m’avvolgan le nordiche brume,

m’investa la sonora ala dei negri venti!

 

Odo in essi il lamento de’ miei sconfinati desiri

nella notte perduti, nel gran vuoto gementi;

 

il disperato grido de’ miei vani amori, se stessi

rimpiangenti e la terra, per la tenebra ciechi.

 

 

IX

 

Ilare a un soffio trema la cerula fiamma, cingendo

d’un amor che dà morte il paziente tizzo.

 

Piacemi le notti d’inverno, dinnanzi al camino,

tacito spiar questi fervidi amor d’un’ora.

 

Spesso però Johanna sorprendemi intento, su gli occhi

lieve la man mi posa, bisbigliando: «Chi sono?»

 

Indietro allora il capo reclino su ‘l vergine seno

e, all’incendivo tocco: «Fiamma, sei tu!» - rispondo.

 

 

 

X

 

A voi, cui sempre il sole dell’essere nati consola,

mute saran pur sempre le fantasie del foco;

 

muta la calda voce che presso al camino or m’invita

del cigolante ciocco, nella rigida sera.

 

Che se tremenda scosse la furia d’un turbin fugace

i tetti vostri e i vetri, grandine saettando;

 

tosto tornò ‘l sereno, rifulsero in cielo le stelle,

risonaron di vita le cittadine vie,

 

e la placida Luna, spiando pe’ madidi vetri,

mite baciò dei bimbi lo sbigottito volto.

 

Sui bigi tetti assidua qui scende la squallida neve,

né quest’aer gravato, lieto è del sole mai.

 

Dentro però la fiamma con suo tremulo cenno

intorno a se raguna gl’intimi a conversare.

 

Spuma in lucenti tazze la cesia bionda, e la mesta

canzon del basso Reno sopra vi batte l’ala.

 

Grave all’accolta un vecchio con rauca voce la saga

narra d’Enrico quarto, tragico imperatore;

 

narra d’Orlando, come di Francia il fedel paladino

d’Ildegonda, la bella, s’innamorasse al Reno.

 

A lui dall’arsa gola del nero camino risponde

lunga la pena ignota del tenebroso vento.

 

E voi crocchiate a tratti, cedevoli ciocchi, bruciando,

povere rotte membra d’alberi un di fiorenti.

 

Bene ancor chiama il fiume, con murmure lieve fluendo,

amori agli arbor’ nuovi lungo le meste rive.

 

Scese su voi la scure, voi tolse la mano dell’uomo

alla verde, sognante letizia vegetale.

 

Erano dolci a voi con l’acque del Reno i colloquî,

mentre sorgea la Luna candida a vigilare?

 

dolci il tripudio, il canto, gli amor degli uccelli tra il verde?

era a voi caro il mobile, tremulo specchio d’acque?

 

Muojan la vostra morte le tristi memorie e le liete,

ardano i verdi sogni memori della vita!

 

Son voci, affetti sono, son vive memorie spiccianti,

ultimo sforzo contro la conculcante fiamma,

 

queste scintille vostre e i crepiti brevi, gementi? -

Ahi, sempre d’ogni vita cenere fredda avanza.

 

 

 

XI

 

È vero: dell’alto divin Campidoglio alle terga

giace di Roma antica il frantumato cuore,

 

e la Via Sacra, esausta vena, Io corre,

cercando i trionfali archi tra le ruine.

 

È vero, e la nativa grossezza teutonica vostra,

qui nella magra arguzia d’assottigliarsi ha modo:

 

quella che Roma fu (la finsero diva e, sedendo,

spoglie premea co ’l piè di vinte nazioni),

 

senza neppur le strane leggende dei tempi piú buj,

ond’ebbe informe maschera di grandezza,

 

sorge or ben altra, sopra le antiche rovine pensosa,

e c’è rimasto il papa, e il re ci venne poi.

 

E noi le vespe siamo, Efraimo Lessing, uscenti

superbe dalla grassa putredine di Roma.

 

Sí, ma tra voi, ma qui, ma dovunque io mi volga,

sento che tutto ancora pieno di Roma è il mondo.

 

 

XII
 

Guarda: da l’argenteo candor delle nevi diffuse,

sotto la volta mesta dell’albeggiante cielo,

 

gli alberi nudi e i templi, le tacite case,

incalvati le cime, levansi al freddo lume.

 

Grava su l’egre cose quest’aer che mai non s’aggiorna,

come l’oppressione d’un doloroso fato.

 

Vasto silenzio accoglie la neve che tremula reca

seco il mistero de’ nubilosi spazî:

 

solo una notte in braccio l’inverno la terra ha tenuto,

l’ha vecchia in breve l’amor suo fosco resa.

 

Ma come un’italica aurora tu rosea ti levi

dall’amorose lotte con voluttà perdute.

 

Gli occhi a un mio bacio chiudi con atto di mite colomba

allor che sotto un raggio tepido si compone.

 

E qui, tra queste brume, ti senti nel cor germogliare

la primavera bella d’un’esistenza nuova.

 

 

XIII

 

Crucciosa oggi, tra un torbido incendio del cielo,

la terra volse l’aride spalle al sole.

 

Precipita orrenda or la notte, e la volta del cielo

irta di torve nubi seco trascina. O amore,

 

lontana è la casa, lontano il fiume. Rimani

qui, questa notte. Vedi come lampeggia? Or tuona.

 

Qui sul mio sen la faccia nascondi, le candide mani

premi agli orecchi. Intendi? Meco rimani, amore.

 

Pensa, tra i lampi e sotto il rombo tremendo de’ tuoni,

sotto la pioggia, e in faccia l’ispido vento, soli

 

in mezzo alla campagna deserta, pria giungere al fiume,

poscia in battello, in preda all’acque irate, pensa!

 

Qui la tepida stanza sicura. T’aspetta la madre?

Non può voler la madre che la figliuola sua

 

s’esponga a cosi fiera tempesta. La tepida stanza

t’accoglierà felice. Sola ti lascio, solo

 

andrò per la fosca campagna; dei lampi, de’ tuoni

io non temo; indi il fiume torbido sul battello

 

passerò; questa notte avrà di te nuove tua madre.

Hai paura? non vuoi? Rimango teco, amore?

 

 

XIV

 

Penso: vivrà, vivranno costei ch’ora accanto mi viene,

questa riva, quel bosco, uomini e cose, quanto

 

vedomi intorno e sento, ancora vivranno, quand’io

lungi da qui sarò, dove il destin mi chiami.

 

Volgomi a guardar l’orma del passo di lei su la neve;

altri passi tra poco cancelleran quest’orma.

 

Non dalla memoria però si tosto potranno

cancellarla altri affetti, altre vicende mai.

 

Pur con la man vietando la riva contraria al guardo,

amo veder nel fiume il mio lontano mare,

 

penso a la lontana mia casa, e sospiro il momento

del ritorno, in cui pure abbandonare questo

 

cuore dovrò che m’ama, che tacito seguemi e forse

all’abbandono pensa prossimo anch’ esso, e dentro

 

piange, quas’io su questo sentiero coperto di neve,

qui sola, al tonfo cupo dell’acque, mentre

 

rapida vien la sera, lasciarmela indietro dovessi

e proseguir perduto lungo l’ignota riva.

 

 

 

XV


 

Aprite i labbri a un riso che schiuda dell’anima al sole

la via, fanciulle: amore ritorna e primavera.

 

Coi sogni foschi a torme la nebbia ch’eterna credei,

ecco, le rive amene lascia del Reno, o belle.

 

Aura serena i fiori dal gelido sonno richiama,

rompe dal gonfio suolo gemmea la vita e odora.

 

Tale da l’aspra notte di turgida èra febbrile

ruppe fremente un maggio d’anime nuove al sole.

 

Voi di Soavia verde, voi ben lo sapeste, o contrade,

e tu lieta, ospitale Turingia, nei conviti.

 

Udite, o belle; forse quest’aura gentile che i volti

viene a sfiorarvi, udite, mormora versi ancora:

 

se di Gualtiero udite la balda canzone ella rechi

o di Conrado il canto d’amore e d’avventura.

 

 

XVI

 

Sale, e pe’ chiusi vetri la gelida Luna a spiare

nella mia buja, squallida stanza viene.

 

Cerca il profondo letto, ma il pallido volto non trova

della bionda giacente, che trovar pria soleva.

 

Io la guardo dall’ombra salire, salir lentamente,

e un senso di paura l’anima freddo fascia.

 

Fremon l’acque del fiume continuo sotto il suo bacio;

oltre il fievole murmure altro romor non s’ode.

 

Bonn am Rhein, 1889-90  

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