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Pasqua di Gea - 1890

 

 

XVII


Sciò, via costà! sciò, via,
gallina faraona!
il tempo non perdona,
s’invecchia tuttavia,
e quando vespro suona,
la croce, e cosi sia!
Sciò, via costà! sciò, via.
Son belli i fiori freschi,
che aprile reca a noi,
ma il danno è che son freschi...
mi spiego? freschi!... e voi...
Se crescon leggiadria
a femmina leggiadra,
che il capo se n’adorni,
non posson far che torni
l’età de la nipote
ad una vecchia zia.
Sciò, via costà! sciò, via.
La sorte nostra è ladra
di curiosa fatta:
Ella vi lascia intatta
la bella e ricca dote
e gli ori ed i giojelli,
e sol vi toglie via
il roseo de le gote
e il biondo dei capelli.
In vano di cinabro
v’incendiate il labro,
in vano v’imbiaccate
le rughe desolate –
Madonna, ei pare! ei pare!
andatevi a lavare...
Il tempo non perdona,
e quando vespro suona,
la croce - e cosí sia.
Sciò, via costà! sciò, via.
E chieggovi perdono
se parlo come un matto,
ch’abbia ragione, in fondo;
colpa è del sol, non mia,
ebbro di vita io sono,
Madonna, e piú non so,
quello che tutti sanno,
quello che tutti fanno,
quello ch’io stesso fo,
o, per dir meglio, ho fatto
perché lo vuole il mondo
- io non so piú mentire!
Vogliate compatire.

 

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Poesie

1890

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