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XII
Che fai? Che pensi? Ha bene
la squilla de la chiesa
contato dodici ore.
Qual mai delira impresa
te, vecchio egro e cadente,
su queste carte gialle,
curve l’ossute spalle,
rannuvolato il ciglio,
vigile ancor ritiene?
Che mai tanto ti tarda
stanotte di scoprire?
L’arcano de la vita?
Bravo! quand’è finita
per te, presso a morire.
Sú via, sú via! ma guarda,
la tua lucerna muore
su ‘l teschio riflettendo,
che le sta freddo a fianco,
l’ultimo suo barlume...
Ahimè, né maggior lume
al tuo cervello stanco
dal vecchio libro viene!
Dottor, codeste dotte
pagine meditate,
forse è miglior consiglio
darle a le fiamme, e andare
a letto, a riposare.
So bene, che ogni notte
voi, vecchio pazïente,
al fin le rigettate
con le tremanti mani.
So ben, che vi levate
sempre da lor gemendo
questa parola: «Niente!»
Ma perché mai, Dottore,
riprenderle, il dimani?
Perché voler sapere
ciò che non volle il fato
pei sensi nostri fare,
quando è poi tanto bello,
Dottore, tutto quello
che pure ad essi è dato
di còrre e migliorare,
comprendere e godere?
Ahimè, magro conforto, questo,
per voi, Dottore!
Per voi, che tutto assorto
a studiar la vita,
tra tante carte avete
di vivere oblïato!
Giuro, che non vi siete,
Dottor, neppure accorto
com’ella v’è fuggita...
La bestia è cosi fatta,
Dottor! checché si faccia,
la fugge tuttavia.
Certo è una bestia matta,
anzi di fino dolo:
viene, e non si sa d’onde,
passa qua giú di volo,
scappa, e non lascia traccia.
Cosa è del tutto vana
darle però la caccia:
la maledetta tana
ov’ella ci s’asconde,
noi non saprem giammai
dove diavol sia!
Or dunque, che piú stai?
vecchio, a dormir! La scienza,
la lunga esperïenza,
non ti potran servire
per quel che indarno agogni
di penetrar: Dormire,
Dottore, e buoni sogni!
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