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Pasqua di Gea - 1890

 

 

XI


Quanti qui in basso siamo,
corriamo tuttavia
a irreparabil morte!
cosí vuol nostra sorte,
forza è, che cosí sia;
e noi cantiam, ridiamo:
lunga non è la via.
E al sol sempre, a la luna
mostriam giocondo il viso;
cosí co ’l gioco e il riso
vinciam nostra fortuna.
Oggi la via ci schiude,
celate a ben le spine
con molti fior, Natura:
chi si vorrà dar cura
de le fosse vicine?
Sol lieto è chi s’illude,
e non discorre il fine.
Rotto da piogge e vento
l’inverno pigro e lento
sempre per tempo viene,
ed ogni fronda spoglia:
quanti piú fior ci avviene
dunque di côr si coglia,
correndo il bel sentiero.
Come un armento in fuga
c’incalza il Tempo e punge.
A lui, tiranno austero,
ogni secolo aggiunge
su ‘l fronte aspro una ruga;
ma a noi ben maggior danno
apporta ogni nuov’anno!
A dio, belle contrade
del sole! un’altra volta
tornar non puossi a voi:
chi visto v’ha - vi vide,
né vi vedrem piú noi.
A canto al vecchio stanco,
il bimbo corre franco;
quegli trascina il piede,
questi sgambetta e ride;
l’uno a guardar si volta
la via di già percorsa,
ma innanzi a sé non vede
di vaghi fior coperta
la fredda fossa, e cade;
l’altro la salta presto
e segue la sua corsa.
Oh a dire, è pazza cosa,
umana sorte, questo
correre nostro a certa
insidia, e senza posa!

 

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