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VI
Non oggi, va’! dimani,
diman ti giungerò,
Larva dei sogni miei,
lucifera fanciulla,
te che il mio tutto sei,
e pur, forse, sei nulla.
«Toglimi!» spesso dice
il labbro tuo, ridendo.
«io t’amo, e mi ti do.»
No, larva; se ti prendo,
non sarò piú felice:
crudele è nostra sorte,
ed io per prova il so.
Sconcian le nostre mani
ogni piú bella cosa...
Va’ innanzi, e senza posa
io dietro a Te verrò.
In questa pena lunga
di giungerti è la vita;
sarà tosto finita,
come, o ben mio, t’avrò.
Tu, che sí bella sei,
Larva dei sogni miei,
tu sei, forse, la morte.
Va’, dunque. Ove m’adduci
non mai saper vorrò.
Va’ sempre. Ove tu vai
affascinato io vo.
E mai non ti raggiunga,
e non s’allenti mai
questo invisibil filo,
con che tu mi conduci.
Mi laceri e mi punga
pure ogni spina ascosa
tra i fior del nostro corso;
schermir non me ne posso:
assorto nel desío
di Te, fuggente sposa,
oggi l’acuto morso
non sento de le spine,
diman non vedrò il fosso,
a cui tu pur mi guidi,
tu, che sí dolce ridi,
Larva del pensier mio.
Ma in questo ignoto asilo,
dimmi, avrò pace alfine?
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