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V
Lascia il rosario e il velo
e il libro de la prece;
Lascia suonar la mesta
campana de la chiesa.
Guarda: è sí puro il cielo,
sí bella la distesa
de l’erbe nove al piano,
del fresco e folto grano,
che maturando viene.
Ov’hai la rosea vesta,
quella che tanto bene
al corpo ti s’attaglia?
Via, prendi questa invece,
e il cappellin di paglia
ornato di vermene.
Chi ti vedrà passare
dirà: «Che bimba bella!
che bimba bella! pare
dei fiori la sorella...»
Lascia il rosario e il velo
e il libro de la prece.
Oggi l’altar vermiglio,
che ad esaltar la morte
sorge, e a cruciare i vivi,
vuota come la fede
che si professa in lei,
la fredda chiesa vede;
oggi piú smorta pare
codesta immiserita
turba di semidei,
cui fu virtù negare
quanto ha di ben la vita.
- Odi tu, gramo Figlio
d’un’opprimente Sorte,
per cui tutto è peccato;
Tu, martire legato
a la tua stessa croce,
sangue grondante a rivi;
odi la viva voce
de la risorta Terra
tutta di fior vestita,
la voce de l’amore,
la formidabil voce
de l’universa vita?
Preghi tu ancor, confitto
a quest’infausto segno,
che venga in terra il regno
di chi tu Padre chiami,
il regno de la morte?
E ben, se tu non l’ami
quest’alma terra in fiore,
e agogni di morire,
lasciami, o derelitto,
che da codesto legno
con pïetosa mano
io ti deponga ancora.
Oggi la primavera
sola trïonfa e impera,
e tutto splende e odora:
Via Tu, mesto profano!
Ove in piú copia il piano
d’ogni color produce
fiori gentili, dove
piú chiara e fresca luce
dai cieli azzurri piove,
e senza posa mai
vaghi augelletti a coro
cantan con ebbra possa
nei tepidi riposi
ai vespri a l’albe d’oro
la luminosa, ardente
gloria dei mesi gaj;
si scavi oggi una fossa,
che sempre agli a venire
occulta resti e al mondo:
Noi vi vogliam, pietosi,
codesto bello e biondo
figlio de l’Orïente
comporre e seppellire.
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