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- Questa
poesia, trascritta e conservata da un cognato dell
’Autore,
è stata
pubblicata nela rivista Il Dramma, Dicembre 1956
RITORNO
Ecco la casa
antica, ecco il terrazzo.
càssero d ’una
nave a cui volgea
prospera allora e
lieta la fortuna.
Ero ragazzo,
e di lí m
’affacciavo a rimirare,
con una vaga idea
del mondo e della
vita, a lungo il mare
e questa dolce
luna
che, come allora,
un palpito v ’accende
d ’innumeri
faville ed un solingo
grillo ne la
scogliera
desta, il cui
canto vince il borboglío
continuo di tutta
la riviera.
Ricordo che ogni
sera,
non certo questo,
un altro grillo, il mio
fantastico e
ramingo
spirito
richiamava a questa pace
un borgo
addormentato innanzi al mare,
dopo il fragore
assiduo del giorno,
del traffico
vorace
del molo là fitto
di navi e lungo
la spiaggia irta
di zolfo accatastato.
E sentivo il
conforto
che doveva venire
a quelle navi
dal lor sicuro
placido soggiorno
nell ’amplesso
del porto;
che lontano da
tutto e da me stesso
teneami allora un
’ansia smaniosa
d ’ignota attesa,
e incerta
mi sembrava e
precaria ogni cosa.
Oh tu che stavi
lí quasi ogni sera
curvo su la
ringhiera
di quel terrazzo,
guarda qui, su questo
balconcino
modesto
della casa
vicina, e ascolta il suono
della mia voce.
Non la riconosci?
Io son qua. Chi
sono?
Son questa mia
tristezza, ancora in piedi,
e affaticata e
rotta i sogni tuoi?
e tu, caro
ragazzo, tu che vuoi?
tu che guardi
costà la luna e il porto,
un ’ombra sei,
sei morto,
sei forse un
cencio appeso
all ’antica
ringhiera del terrazzo,
e di te morto in
me ben sento il peso.
Cresciuto è il
borgo e son compiute ormai
le due nuove
scogliere,
braccia protese
alle lontane genti
di tutte le
bandiere.
Quando su queste
desolate ardenti
sabbie sorgean
poche e modeste case,
e in mezzo al
viavai
di tanti carri,
dalla torre antica
usciano alla
fatica
i galeotti rasi,
trascinando
con stridor lungo
la catena a schiera;
e un banditore
all ’alba, ogni mattina,
fiero nel volto,
cotto
dal sole, alzava
a le mascelle vaste
la man villosa e
con stentorea voce
tre volte, urlava
il bando:
«O uomini di
mare,
venite a lavorare
alla marina!»;
e accorrean
tutti, scamiciati e scalzi,
alle stadere,
presso le cataste
di zolfo e, curvi
sotto
il giallo incarco
stridulo, nel mare
entravano,
vociando, in fila, e poi
cariche andavano
a vela oltre il porto
le spigonare
(vita e fatiche
di selvaggi eroi);
avea mio padre,
avventuroso e accorto
mercante, amica
la fortuna, e quante
venian di Francia
navi
e navi d
’Inghilterra,
tutte per lui se
ne partiano gravi
di zolfo o per
Levante
o verso
Gibilterra.
Cangiò fortuna.
Ed ora la ricchezza
altrui, di chi
gli fu minore, sembra
un’ingiuria al
caduto,
per quanto
vecchio, adatto ancor di membra,
il traffico
cresciuto
con torva
angoscia egli da lungi spia,
mentre la mamma
mia,
che fu sempre
signora,
pallida e curva
nella povertà
solo per lui s
’accora;
guarda la casa
accanto
dall ’aereo
terrazzo, ove felice
visse la
famigliuola,
ma serra in cuore
il pianto;
e sconsolata e
sola
neppur tra se con
un sospiro dice:
«Quando stavamo
là...».
Porto
Empedocle, Settembre 1910.
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