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- Dalla Nuova
Antologia, 16 Agosto 1910.
ESAME
I
Ora che dalla
vita ad un ignoto
lido seren, che
sia d ’un nume sede,
lanciare il ponte
aereo della fede
non posso piú, ne
conosco piloto
al quale il
tenebroso mar sia noto
su cui quel ponte
ancor lancia chi crede;
ora, s ’io penso
che un di sotto il piede
mi mancherà la
terra (e piú del vuoto
per l ’anima
tremar, Morte, mi fai,
che non de la
tranquilla umile fossa
che il corpo
accoglierà da fiori arrisa);
credo io davver
che a vivere mi possa
bastar la volontà
ferma e decisa
di non pensare a
questo vuoto mai?
II
No: che se d ’un
pensier non lo riempio
comunque, invasa,
anzi ingojata pure
la vita me ne
sento, e piú né cure
che non mi pajan
vane, o amor che scempio
non mi paja, mi
attraggono, e se a dure
prove mi spinga
pur virtú d ’esempio,
vuota ogni fede,
come vuoto il tempio
mi sembra, e
folli tutte le avventure.
Mentre una voce
ascolto che mi grida:
Come vuoi tu
comprendere la vita,
se non sai pensar
nulla de la morte?
Tu brancoli nel
bujo della sorte
cosí, perché nell
’anima smarrita
un pensier della
morte non ti guida.
III
E per la morte
solamente luce
chiedo perciò. D
’ogni nuovo portento
che la scienza
per mio ben produce,
anche ammirando,
poca gioja io sento...
Son beni solo per
la vita. Duce
che si ritragga
dal maggior cimento,
di vincer solo
nei minor contento,
piú non si sa
pregiar, né piú seduce.
Sbuffa in preda
al demon che lo trambascia
un ferreo mostro,
e dove mai m ’invola
con la sua furia?
M ’accorcia il cammino;
e avanti, avanti,
nella notte sola,
gelida, nera, mi
conduce fino
all ’orlo di un
abisso, e lí mi lascia.
IV
E da quest ’orlo
or io ricerco invano
il miraggio divin
d ’un altro mondo
nel qual mi
riposavo da lontano:
tenebra orrenda,
silenzio profondo.
E invan, Scïenza,
m ’armi tu la mano
del fulmine
domato, invan giocondo
compenso m ’offri
di vittorie: vano
il tuo trionfo io
stimo; io ti rispondo:
Domani su
l’Atlantico gittare,
nuovo prodigio,
un ponte tu potrai:
ma non quell
’acque, non quell ’acque io temo.
Una barca che
salpi oltre l’estremo
lido in cui son
ridotto non mi dài
per questo
tenebroso ignoto mare.
V
E se in te no, ne
debbo nel primiero
sentimento a cui
tu troncasti l ’ale
cercare io piú la
luce essenzïale
che possa alfine
vincere il mistero,
debbo cercarla in
me? Ma è pur fatale
che l ’uomo in se
scoprir non possa il vero,
ma solo ciò che
da un desio sincero
inconsciamente è
indotto a creder tale.
Né dalla illusion
che da me spira
potrò staccar la
verità, se in seno
all ’esser mio l
’esser comune ha sede.
La verità? Ma ell
’è come un sereno
lago, uno
specchio che per se non vede
e in cui se
stessa ogni persona mira.
VI
Né sopra o fuor
de la ragione mia
a niun Potere il
pensier può dar trono,
che un mio vano
fantasima non sia:
però ch ’io pensi
sol perch ’io ragiono.
Come fuori di me
non vibra suono,
né vera è di
color la poesia,
ma io soltanto,
io sempre, io sempre sono
che accordo e
piango la mia fantasia;
cosí, se fuor di
me, stretto da un gramo
bisogno, creo
qualcosa, a cui la mente
mia stessa e ogn
’altra cosa vo ’ soggetta,
me stesso
inganno, miserevolmente:
giuoco con l
’ombra mia che si projetta
ingrandita nel
cielo e Dio la chiamo.
VII
Or come sei tu
misera davvero,
anima umana,
quando contro a questa
ombra tu stessa
imprechi o scherno fiero
lanci o con lei,
che ascolto non ti presta
né può prestarti,
scherma di pensiero
eserciti. L
’idea, l ’idea funesta
del male, onde ti
lagni in mite o altero
verso, da lei ti
vien, dall ’ombra infesta
della ragion tua
stessa, che tu Fato
chiami, o Natura,
o Dio. Ma non esiste
il mal che in
tanta ambascia pur ti tiene,
se non esiste chi
l ’abbia creato:
è perché è, non è
ne mal ne bene,
ogni cosa che
vive o lieta o triste.
VIII
Nel bujo intanto,
dentro al quale impreca
e piange, o prega
e spera tanta gente,
voi filosofi,
andate con la mente
accesa come una
lanterna cieca.
E a ciascuno di
voi par vada sbieca
l ’altrui
lanterna, e il sentier che, fidente,
ciascun s ’è
scelto e al quale solamente
per sé la propria
un po ’ di lume reca,
stima la vera via
della salute,
l ’altrui sentier
disprezza e l ’altrui zelo.
Ben per voi,
fioche luccjole sperdute,
che delle stelle
onde la notte è viva
lo sfavillío che
punge e allarga il cielo
in terra ad esser
lume non arriva.
IX
Ma se l ’enorme
arcan che vi disvia
che indarno prima
speculaste e ch ’ora,
pur senza un lume
che v ’imponga: - Adora!
rinunziando ad
indagar che sia,
siete corrivi a
creder tuttavia,
non fosse già
quel che ci è ignoto ancora,
ma solo inganno
che non si colora,
inganno della
nostra fantasia?
Noi non siam come
l ’albero che vive
e non si sente, a
cui la pioggia, il vento,
la terra, il sol,
non par che sieno cose
ch ’esso non sia,
cose amiche o nocive.
Invece all ’uom
qual realtà s ’impose,
nascendo, della
vita il sentimento.
X
E questo è il
lume che ci fa vedere,
sperduti su la
terra, il male e il bene:
la vostra
lanternuccia, onde a voi viene
l ’immaginario
bujo; esso di nere
ombre cinge il
breve àmbito in cui tiene
chiuse l ’anime
nostre prigioniere;
e noi dobbiam
quell ’ombre creder vere
fin tanto ch
’esso acceso si mantiene.
Ma, spento alfine
a un soffio, dopo il giorno
fumoso della
nostra illusïone,
ci accoglierà
perpetua la notte,
o resteremo
ancor, senza ritorno,
alla mercé dell
’essere che rotte
le vane forme
avrà della ragione?
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