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Poesie sparse (1890-1933)

 


 

 

- Dalla Nuova Antologia, 16 Agosto 1910.

 

ESAME

 

I

Ora che dalla vita ad un ignoto

lido seren, che sia d ’un nume sede,

lanciare il ponte aereo della fede

non posso piú, ne conosco piloto

 

al quale il tenebroso mar sia noto

su cui quel ponte ancor lancia chi crede;

ora, s ’io penso che un di sotto il piede

mi mancherà la terra (e piú del vuoto

 

per l ’anima tremar, Morte, mi fai,

che non de la tranquilla umile fossa

che il corpo accoglierà da fiori arrisa);

 

credo io davver che a vivere mi possa

bastar la volontà ferma e decisa

di non pensare a questo vuoto mai?

 

II

No: che se d ’un pensier non lo riempio

comunque, invasa, anzi ingojata pure

la vita me ne sento, e piú né cure

che non mi pajan vane, o amor che scempio

 

non mi paja, mi attraggono, e se a dure

prove mi spinga pur virtú d ’esempio,

vuota ogni fede, come vuoto il tempio

mi sembra, e folli tutte le avventure.

 

Mentre una voce ascolto che mi grida:

Come vuoi tu comprendere la vita,

se non sai pensar nulla de la morte?

 

Tu brancoli nel bujo della sorte

cosí, perché nell ’anima smarrita

un pensier della morte non ti guida.

 

III

E per la morte solamente luce

chiedo perciò. D ’ogni nuovo portento

che la scienza per mio ben produce,

anche ammirando, poca gioja io sento...

 

Son beni solo per la vita. Duce

che si ritragga dal maggior cimento,

di vincer solo nei minor contento,

piú non si sa pregiar, né piú seduce.

 

Sbuffa in preda al demon che lo trambascia

un ferreo mostro, e dove mai m ’invola

con la sua furia? M ’accorcia il cammino;

 

e avanti, avanti, nella notte sola,

gelida, nera, mi conduce fino

all ’orlo di un abisso, e lí mi lascia.

 

IV

E da quest ’orlo or io ricerco invano

il miraggio divin d ’un altro mondo

nel qual mi riposavo da lontano:

tenebra orrenda, silenzio profondo.

 

E invan, Scïenza, m ’armi tu la mano

del fulmine domato, invan giocondo

compenso m ’offri di vittorie: vano

il tuo trionfo io stimo; io ti rispondo:

 

Domani su l’Atlantico gittare,

nuovo prodigio, un ponte tu potrai:

ma non quell ’acque, non quell ’acque io temo.

 

Una barca che salpi oltre l’estremo

lido in cui son ridotto non mi dài

per questo tenebroso ignoto mare.

 

V

E se in te no, ne debbo nel primiero

sentimento a cui tu troncasti l ’ale

cercare io piú la luce essenzïale

che possa alfine vincere il mistero,

 

debbo cercarla in me? Ma è pur fatale

che l ’uomo in se scoprir non possa il vero,

ma solo ciò che da un desio sincero

inconsciamente è indotto a creder tale.

 

Né dalla illusion che da me spira

potrò staccar la verità, se in seno

all ’esser mio l ’esser comune ha sede.

 

La verità? Ma ell ’è come un sereno

lago, uno specchio che per se non vede

e in cui se stessa ogni persona mira.

 

VI

Né sopra o fuor de la ragione mia

a niun Potere il pensier può dar trono,

che un mio vano fantasima non sia:

però ch ’io pensi sol perch ’io ragiono.

 

Come fuori di me non vibra suono,

né vera è di color la poesia,

ma io soltanto, io sempre, io sempre sono

che accordo e piango la mia fantasia;

 

cosí, se fuor di me, stretto da un gramo

bisogno, creo qualcosa, a cui la mente

mia stessa e ogn ’altra cosa vo ’ soggetta,

 

me stesso inganno, miserevolmente:

giuoco con l ’ombra mia che si projetta

ingrandita nel cielo e Dio la chiamo.

 

VII

Or come sei tu misera davvero,

anima umana, quando contro a questa

ombra tu stessa imprechi o scherno fiero

lanci o con lei, che ascolto non ti presta

 

né può prestarti, scherma di pensiero

eserciti. L ’idea, l ’idea funesta

del male, onde ti lagni in mite o altero

verso, da lei ti vien, dall ’ombra infesta

 

della ragion tua stessa, che tu Fato

chiami, o Natura, o Dio. Ma non esiste

il mal che in tanta ambascia pur ti tiene,

 

se non esiste chi l ’abbia creato:

è perché è, non è ne mal ne bene,

ogni cosa che vive o lieta o triste.

 

VIII

Nel bujo intanto, dentro al quale impreca

e piange, o prega e spera tanta gente,

voi filosofi, andate con la mente

accesa come una lanterna cieca.

 

E a ciascuno di voi par vada sbieca

l ’altrui lanterna, e il sentier che, fidente,

ciascun s ’è scelto e al quale solamente

per sé la propria un po ’ di lume reca,

 

stima la vera via della salute,

l ’altrui sentier disprezza e l ’altrui zelo.

Ben per voi, fioche luccjole sperdute,

 

che delle stelle onde la notte è viva

lo sfavillío che punge e allarga il cielo

in terra ad esser lume non arriva.

 

IX

Ma se l ’enorme arcan che vi disvia

che indarno prima speculaste e ch ’ora,

pur senza un lume che v ’imponga: - Adora!

rinunziando ad indagar che sia,

 

siete corrivi a creder tuttavia,

non fosse già quel che ci è ignoto ancora,

ma solo inganno che non si colora,

inganno della nostra fantasia?

 

Noi non siam come l ’albero che vive

e non si sente, a cui la pioggia, il vento,

la terra, il sol, non par che sieno cose

 

ch ’esso non sia, cose amiche o nocive.

Invece all ’uom qual realtà s ’impose,

nascendo, della vita il sentimento.

 

X

E questo è il lume che ci fa vedere,

sperduti su la terra, il male e il bene:

la vostra lanternuccia, onde a voi viene

l ’immaginario bujo; esso di nere

 

ombre cinge il breve àmbito in cui tiene

chiuse l ’anime nostre prigioniere;

e noi dobbiam quell ’ombre creder vere

fin tanto ch ’esso acceso si mantiene.

 

Ma, spento alfine a un soffio, dopo il giorno

fumoso della nostra illusïone,

ci accoglierà perpetua la notte,

 

o resteremo ancor, senza ritorno,

alla mercé dell ’essere che rotte

le vane forme avrà della ragione?

 

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Poesie

1890 - 1933

Poesie Sparse

da 

1.LA MASCHERA

2.SONETTI

3.LA FUNE

4.PIANTO DI ROMA

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6.I SALTIMBANCHI

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8.AI LONTANI

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