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- Da Nuova
Antologia, 1° Settembre 1906
ESAME
1
Che so di me? So
quel che il tempo vuole
e tanto gli altri
vogliono ch’io sappia.
— «Ti tengo! Ed
il mio nodo non si scappia
mi grida il
tempo: — Tu farai parole.
Sfuggi all’ozio?
La noja t ’accalappia!»
Oh violente
smanie, rabbioso
affanno tra le
futili catene,
in cui le forze
logoro! Mi viene
spesso dai vecchi
il mònito amoroso:
— «Figliuolo, è
sempre tempo di far bene!
Soltanto a chi fa
ben la vita piace!» —
Sí; ma ben altri
al giovenil mio foco
incentivi ben
altri, o vecchi, invoco.
Oltraggio sembra
l ’umiltà, la pace,
a me cui tutto
appar misero e poco.
2
Pure, il bene, io
lo fo. Nel farlo, sento
che fo bene. Da
un tenero tremore
n ’ho prova,
entro di me. Sollevo un mento,
chiudo una man
con l ’obolo, ed al cuore
altrui, do,
quanto posso, esaudimento.
Del mal che temo
d ’aver fatto, spesso
mi dolgo e pento.
Non di men talvolta
scusarmi tenta o
l ’amor proprio stesso
o la ragion del
caso. Il cuore ascolta
la scusa e poi
dimentica, rimesso.
Questo è di
tutti. Ma chi in petto viva
e costante del
ben tiene e del male
la norma? Chi non
cangia estimativa
come volgano i
casi? E il ben che vale,
se il cuore a
concepir Dio non arriva?
3
Io fui tratto con
urti violenti
alle terga, cosí,
fuor d ’ogni via,
bendato. E tanti
insiem con me. Lamenti,
bestemmie udii
nel bujo mio, la mia
anima intese
altre anime dolenti.
Solo! E gli altri
ove sono? Io dove sono?
E che mi giova
che mi sia caduta
la benda a un
tratto qui? Non luce o suono
qui, ma piú bujo
entro la notte muta.
Contro chi l ’ira
o a chi chieder perdono?
M ’apparirai tu
qui, tremendo Iddio?
qui la paura mi
farà cadere
su i ginocchi,
prostrato? e il senno mio
vacillerà? qui
tutte le chimere
mi tenteranno dal
rimosso oblio?
4
Navi ho veduto
per lontani mari
sul tramonto
salpar lente dal porto.
Ho salutato anch
’ io remoti fari,
passando, e so
che sian pena e sconforto
nel lasciare la
patria e i propri carî
Ho udito il vento
piangermi tre anni
dall ’arsa gola
di stranier camino,
la solitudin mia
pianger, gli affanni
senza conforti e
il vario mio destino,
fabbricator di
dolorosi inganni.
Ho raggiunto
desíi lunghi, e le lotte
mi piacquero per
loro, o mi fur dure.
Molte speranze
dalla sorte rotte
m ’ebbi anzi
tempo o spente dalle cure,
ladre del sonno,
furie della notte.
Ho provato l
’amor docile e puro,
le fantastiche
febbri del desio
insodisfatto, l
’odio d ’un sicuro
tradimento, le
smanie e poi l ’oblio;
stanco ora e
mesto, ora ostinato e duro.
Seppi come
spontaneo ai mesti nasce
bisogno di mentir
nel petto oppresso.
Mi fu dolce
sentir salde le fasce
su la ferita e
star molle e dimesso
dopo un malor,
senza desíi né ambasce.
E lente le
speranze, e ognor seguace
a ogni goduto ben
lo sdegno; pure
la sete sempre d
’altri beni, e pace
mai; fatto un
passo, altri bisogni, e cure
vane per un ’idea
sempre fallace.
Una greve paura
indefinita
ora m ’ha vinto
ed una smaniosa noja.
Ove andar? qual
sogno a sé m ’invita?
Già molto errai,
già so forse ogni cosa.
Or dunque, e
dopo? È tutta qui la vita?
Ov ’è la vita?
Questa ch ’io provai
tant ’anni mossa
da varia fortuna?
E cosí triste m
’ha lasciato? e ormai
se gli occhi
avran qualche stupor, nessuna
meraviglia avrà l
’anima piú mai?
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