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NOTTE
INSONNE
I
Io mi sento
guardato da le stelle
e questa notte
non posso dormire.
Mi par che
qualche cosa esse, sorelle
maggiori, a
questa terra voglian dire.
O sorgive di
luci, la parola,
la parola
tremenda del mistero
ditela a una
vegliante anima sola
perduta in
mezzo al vostro cielo nero.
II
So che dovrei
di ciò ch ’è in terra solo
occupar la mia
mente e i desir miei;
ma tu piú
forte d ’ogni intento sei,
ciel che l
’anima mia rapisci a volo.
Tutte le fonti
della vita insieme
non avran mai
poter di saziare
l
’ardentissima sete, e sempre amare
avrò le labbra
e vigile la speme,
ben che ognora
delusa. O di basalto
funebre cielo,
invano ti martella
il mio
pensiero; invano si ribella
in terra,
invano si rifugia in alto.
È l ’antica
paura, è l ’appassito
istinto della
fede, o questa nuova
smania, alla
quale nessun tetto giova,
che mi spinge
a cercar nell ’infinito?
Io di qua giú,
di questa terra breve,
di cui ben
sento la viltà dinnanti
a te, che
cerco? - Un suon di chiari canti
dal bujo vien
della vicina pieve.
Si prega lí,
si prega per la vita
e per la
morte: ardon votivi ceri
su un altar
ben parato e gl ’incensieri
fuman sotto un
’imagine scolpita.
A chi mentí la
vita, a chi la terra
non concesse
una sola primavera,
a chi riposo
non cercò la sera,
ma il tempo,
senza tregua, o insidie o guerra,
tu solamente,
o ignoto ciel, rimani;
e a te su i
sassi della terra infida
ogni dolore s
’inginocchia e grida:
lacriman gli
occhi e tremano le mani.
III
Alla porta del
sogno in cui, riparo
a gli amor
miei cercando, mi son chiuso,
siccome in un
castello aurato e chiaro
qual le fate
inalzarne aveano in uso,
batton le cure
pallide, impedite
le membra da
un intrico di catene;
“Il mondo ti
reclama: apri. L ’immite
ora ti vieta
un solitario bene”;
batton,
pregando esaudimento, i brevi
desiderî, e
tentandomi: «È qua giú
la tua radice:
se per lei non bevi,
cadrà la cima
ove t ’annidi tu»;
e batton i
bisogni, delle cure
ancor piú
schiavi: «Apri: sfuggir non puoi
al comun fato.
Giú, folle, tu pure,
la tua catena
a trascinar fra noi ».
IV
Le leggi a un
palmo qui dal fango stanno:
corde
livellatrici, a cui chi striscia
sfugge sotto e
da cui chi non è biscia
ha d ’inutili
ceppi iroso affanno.
E neppur un
capel torcono ai nani.
Il nano passa
lieto: dalla rete
nelle sue
voglie sobrïe, discrete,
si tien
protetto e si frega le mani.
Or se con
strappo di possente piede
non ti sgombri
il cammino alla piú lesta,
o tu ti pieghi
o mozza avrai la testa:
altrimenti qua
giú non si procede.
Non tollerano
ponti solo i mari;
su l ’alpe
eccelsa non s ’erigon case,
o dalle nevi
seppellite o rase
sono dalle
tempeste aquilonari.
V
L ’anima or
segue nella notte il fiume
che dal grembo
di Roma già silente,
siccome enorme
placido serpente,
svolgesi della
Luna al freddo lume.
Chiama da
lungi con assidua voce
il tenebroso
palpitante mare;
l ’anima pensa
al vano suo passare,
s ’affretta il
fiume alla solvente foce.
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