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LIETA
Che m
’avviene?
Io piú libero
stamane
il respir
traggo: perché?
ed al piè non
mi sento piú catene.
Che m
’avviene?
Senti? Suonan
le campane...
Forse è tutta
imbandierata
la città...
Dalla chiusa
austerità
delle antiche
esauste vene
oggi forse
innamorata
sorge Roma a
nuova età.
Sia gajezza in
tutti i cuori:
calde,
franche, gioviali
per le vie
suonin parole:
si spalanchin
tutte al sole
le finestre ed
abbian fiori
su i lucenti
davanzali.
Si, lo so: va
tutto a rotoli;
senza fede né
dottrina,
sotto un vacuo
od irto nome,
i pensier
nostri slegati
s ’avviluppano
coi fati
che stan come
nembi sopra
una rovina.
Dove io vada?
Non lo so.
Vado dove la
mia sorte
mi conduce.
Senza luce
corro anch ’io
verso la morte.
Ci sarà per la
mia strada
una fossa in
cui cadrò.
Sí, lo so - ma
di pensare
non ho tempo,
oggi, né voglia:
un inganno
ancor germoglia
nel mio cuore,
e voglio amare,
voglio ridere,
scherzare.
In continui,
vaghi errori,
finché sotto
il càuto piede
non mi cede
la malferma
terra, vo ’
di quest ’aura
inebriarmi,
consolarmi
d ’esser nato
a questa vita.
Primavera sia
fiorita
quando alfin
giú me n ’andrò,
perch ’io
possa,
nel cader,
baciare i fiori
che celavanmi
la fossa.
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