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PIANTO DI ROMA
E come in campo o
per sentieri schivi,
di tra le selci
mal commesse, l ’erba
dunque sorgea per
le tue vie? Dormivi,
tu Roma, allora,
chiusa in te, superba,
e sol quei fili d
’erba erano vivi.
Dell ’alto sonno
suo parea volesse
fruir la Terra; e
già destava, sotto
le selci, le sue
zolle a lungo oppresse
dal tramestío o
del viver tuo trarotto.
Oggi, un fil d
’erba; doman, qui, la messe.
Altre città cosí,
dove fermento
fu già di vita e
allo splendor compagna
la gloria, si
riprese ella: Agrigento!
Soli or due
templi in mezzo alla campagna:
null ’altro.
Alberi e zolle. Anima, il vento.
Ah, meglio, o
Roma, se anche in te compiuto
la terra avesse l
’opera sua lenta!
Salve sol le
rovine, e il resto un muto
campo! Meglio se
fosse all ’aura intenta
un popolo di
querci qui cresciuto!
Un popolo di nani
ora t ’ha invasa
e profanata,
osando, o Roma, dentro
il tuo grembo
divino la sua casa,
covo d ’ignavia,
erigere, e far centro
te d ’ogni sua
miseria. E l ’erba ha rasa;
l ’erba che,
mentre t ’obbliavi assorta
nel tuo gran
sogno, timida spuntava;
l ’erba che certo
non sarebbe corta
sempre rimasta al
pari dell ’ignava
turba che la
divelse. Ah, di te morta,
meglio le querci,
o Roma, e il faggio e il pino
alto stormenti
avrebber nella notte
favellato al
commosso pellegrino,
sacri fantasmi
suscitando a frotte
dal tuo mistero:
bosco, tu, divino.
Ostia per voi,
Ostia per voi, pezzenti
nani, bastava. La
grandezza enorme
di Roma come non
vi fe ’ sgomenti?
Sia della Terra
la Città che dorme!
Un bosco. E
sopra, l ’ala ampia dei venti.
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