Da
Folchetto, anno IV, n. 240, 31 Agosto 1894.
11.AMOR
SINCERO
I
Lunga speranza
e desiderii brevi...
la catena,
perché? Troppo gravate
portiam le
membra di catene: lievi
ci sieno almen
le poche gioje. Fate,
donne giovani
e belle e innamorate,
solo a modo d
’un uom che tutte v ’ama:
in questa vita
breve lunga brama
non nudrite
giammai, né vi legate.
Noi sempre
andiamo perseguendo un bene
che dai nostri
desiri in fuga è volto;
ma trista
veramente chi l ’ottiene!
Cogliendo
fiori di molti sentieri
corriam la
vita! E voi datemi ascolto,
che questi son
consigli sani e veri.
II
Io vorrei che
le donne graziose
fossero come i
fiori d ’un giardino.
Io me n
’andrei tra le animate rose,
cantando pei
viali ogni mattino;
tra lor m
’adagerei pianin pianino,
me le vedrei d
’attorno, in su lo stelo
chine vêr me,
parlarmi davvicino,
e sarei pago
del lor dolce anelo.
Poi tutte, ad
una ad una, io le côrrei;
mi starebbe
ciascuna un dí sul seno,
a godersi i
miei baci e i sospir miei.
Oppur nessuna
ne vorrei toccare;
vorrei, senza
succhiar miele o veleno,
il profumo
aspirarne, ed oltre andare.
- Da
Folchetto, anno IV, n. 274, 4 Ottobre 1894
12. MARIANDIN
GOGÒ
L ’ho presente
ancor: chiamavasi
Mariandin
Gogò, buffone,
come ei dir
solea “per ferrea
volontà della
nazione”.
Magro egli era
e lungo; in aria
il suo crine
aureo, ricciuto
si spandea con
arte; vitreo
avea l ’occhio
e il piglio arguto.
Ma la bocca,
usa a sorridere,
d ’un anello
era piú stretta:
perle, i
denti; labbra rosee...
ah, la bocca
era perfetta!
E da lei come
l ’eloquio
dolcemente
ognor fluía!
Induceva al
caldo plauso
qual per forza
di malía.
Però avea per
braccia pertiche.
e le spalle
anguste tanto,
che il crin d
’oro sparso in aria
le avanzava d
’ogni canto.
Mariandin al
colto publico
presentava un
can birbone
o Borbon,
barbon che dicasi,
“nato cane in
Albione”.
Rispondea la
vecchia bestia
al bel nome di
Lulú
e Gogò narrava
ai popoli
della terra,
come fu
ch ’ei se l
’ebbe: - Un dí ridottomi
là sú a
Londra, la città
ove, è noto,
ha casa propria
la signora
Civiltà;
la città pei
cui lunghissimi
corsi molto
calpestati
puoi vedere in
maggior numero
cani e cagne
ammaestrati;
una vecchia
magra, nivea
Miss, che
stava a la finestra,
mi fe ’ cenno,
ma ben cauta,
che salissi.
Era maestra
di non so che,
di proverbii:
la sapeane
senza fine,
e vivea forse
imboccandoli
ai bambini, a
le bambine.
Io salii.
Picchiai. La nivea
Miss m
’accolse freddamente,
e m ’offri
Lulú, squadrandomi
di su i cerchi
della lente
“Mariandin
Gogò, prendetelo;
questo è cane
molto ardito;
molto io l
’amo; ho torto! Dandogli,
come faccio,
il ben servito,
ahi, mi
sgorgano due lacrime
(ecco,
sgorgano, vedete?)
sú dal cuor!
Ma è necessario
che se ’n
vada: or sú, prendete!
La decenza
inglese vietami
ch ’io lo
tenga, amico mio,
per de l
’altro in casa. È orribile,
ma che far,
che far poss ’io,
s ’egli ha
osato - horresco referens!
(che vuol dir
che mi fa orrore) -
abbajar ne la
Basilica
di San Paolo a
un buon pastore,
e le falde del
soprabito
addentare al
piú famoso
tra la schiera
dei filosofi?...
E altro ha
osato, ch ’io non oso
di ridir, ma
figuratevi
Mariandin, ch
’ei, cane inglese,
osò dietro a
cagna correre,
pfui!
cattolica, irlandese...
Sú, sú, via
Gogò, prendetelo!
Là giú in
Francia ve ’l portate.
Quello è il
suo paese! In libero
modo lí lo
ammaestrate;
quando poi,
piú giú, in Italia
voi sarete di
ritorno,
ai tedeschi
biondi e ceruli
lo mostrate. E
addio. Buon giorno.”
Io, con questo
directorium,
non so ben che
dir volesse
quella Miss
vecchia, magrissima;
ma che il cane
l ’intendesse,
sospettai,
sospetto. Dubbio
non v ’ha
certo, che la Francia
Lulú amò,
quanto può bestia
che possegga
buona pancia;
ragion anzi ho
ben di credere,
ch ’egli l
’ami ancora, il boja...
Lo sapeste,
qui in Italia,
Lulú mio come
s ’annoja!
Io presento
solo a titolo
d ’assai raro
non so che
questo cane
malinconico
come un
vecchio e nobil re.
Però che, per
mia disgrazia,
da tant ’anni
che l ’ho a mano,
ei, com ’usa
la sua patria,
non sa far che
l ’indiano.
Né con lui
posso permettermi
scherzo alcuno
eccetto questo,
che per altro
è innocentissimo:
di posargli -
col pretesto
ch ’io far
debbo il giro a mungervi
qualche
spicciolo - il berretto
di buffone in
capo. Ei guardami,
e par dica:
“Tel permetto.,
ma il perché
vo ’ che tu sappia:
perché in
cuore io son francese,
e la grande
arte di vivere
ho imparato in
quel paese.”
- Da La
lettura, Novembre 1901
13.NOTTE
INSONNE
I
Io mi sento
guardato da le stelle
e questa notte
non posso dormire.
Mi par che
qualche cosa esse, sorelle
maggiori, a
questa terra voglian dire.
O sorgive di
luci, la parola,
la parola
tremenda del mistero
ditela a una
vegliante anima sola
perduta in
mezzo al vostro cielo nero.
II
So che dovrei
di ciò ch ’è in terra solo
occupar la mia
mente e i desir miei;
ma tu piú
forte d ’ogni intento sei,
ciel che l
’anima mia rapisci a volo.
Tutte le fonti
della vita insieme
non avran mai
poter di saziare
l
’ardentissima sete, e sempre amare
avrò le labbra
e vigile la speme,
ben che ognora
delusa. O di basalto
funebre cielo,
invano ti martella
il mio
pensiero; invano si ribella
in terra,
invano si rifugia in alto.
È l ’antica
paura, è l ’appassito
istinto della
fede, o questa nuova
smania, alla
quale nessun tetto giova,
che mi spinge
a cercar nell ’infinito?
Io di qua giú,
di questa terra breve,
di cui ben
sento la viltà dinnanti
a te, che
cerco? - Un suon di chiari canti
dal bujo vien
della vicina pieve.
Si prega lí,
si prega per la vita
e per la
morte: ardon votivi ceri
su un altar
ben parato e gl ’incensieri
fuman sotto un
’imagine scolpita.
A chi mentí la
vita, a chi la terra
non concesse
una sola primavera,
a chi riposo
non cercò la sera,
ma il tempo,
senza tregua, o insidie o guerra,
tu solamente,
o ignoto ciel, rimani;
e a te su i
sassi della terra infida
ogni dolore s
’inginocchia e grida:
lacriman gli
occhi e tremano le mani.
III
Alla porta del
sogno in cui, riparo
a gli amor
miei cercando, mi son chiuso,
siccome in un
castello aurato e chiaro
qual le fate
inalzarne aveano in uso,
batton le cure
pallide, impedite
le membra da
un intrico di catene;
“Il mondo ti
reclama: apri. L ’immite
ora ti vieta
un solitario bene”;
batton,
pregando esaudimento, i brevi
desiderî, e
tentandomi: «È qua giú
la tua radice:
se per lei non bevi,
cadrà la cima
ove t ’annidi tu»;
e batton i
bisogni, delle cure
ancor piú
schiavi: «Apri: sfuggir non puoi
al comun fato.
Giú, folle, tu pure,
la tua catena
a trascinar fra noi ».
IV
Le leggi a un
palmo qui dal fango stanno:
corde
livellatrici, a cui chi striscia
sfugge sotto e
da cui chi non è biscia
ha d ’inutili
ceppi iroso affanno.
E neppur un
capel torcono ai nani.
Il nano passa
lieto: dalla rete
nelle sue
voglie sobrïe, discrete,
si tien
protetto e si frega le mani.
Or se con
strappo di possente piede
non ti sgombri
il cammino alla piú lesta,
o tu ti pieghi
o mozza avrai la testa:
altrimenti qua
giú non si procede.
Non tollerano
ponti solo i mari;
su l ’alpe
eccelsa non s ’erigon case,
o dalle nevi
seppellite o rase
sono dalle
tempeste aquilonari.
V
L ’anima or
segue nella notte il fiume
che dal grembo
di Roma già silente,
siccome enorme
placido serpente,
svolgesi della
Luna al freddo lume.
Chiama da
lungi con assidua voce
il tenebroso
palpitante mare;
l ’anima pensa
al vano suo passare,
s ’affretta il
fiume alla solvente foce.
- Dalla
Gazzetta letteraria, 12 Gennaio 1895 col
sottotitolo:
Labirinto. – Intermezzo
14. LA VIA
Provar per ogni via
come la nostra vita a
caso sia.
I
Mi trovo qui
per caso, di passaggio.
Vi starò
quanto men vi potrò stare.
Non che m
’annoj, tutt ’altro! Anzi il viaggio
m ’ha
divertito. Ma è pur forza andare.
Dormia,
venendo, io dico, e che perciò
che modo per
venire e che via tenni
e donde sia
venuto ora non so.
Ma poco
importa: da una parte venni.
Dove andrò?
Non lo so... Ahi, neppur questo!
Ma poco
importa: andrò dove che sia.
Quel che piú
val è che si faccia presto:
guardarsi
attorno, e scegliersi una via.
II
Facile a dire,
scegliersi una via!
Di vie, ce ne
son tante qui. Però
quale sarà la
mia?
E come farmi
un qualche itinerario,
se finora non
so
perché venni,
onde venni, dove andrò?
Son cose che
si sanno d ’ordinario,
quando per un
viaggio ci s ’avvia.
III
Mettiti a
camminare,
va’ dove il
piè ti porta,
piglia la via
piú corta
e piú non
dimandare.
Andar dove che
sia,
nel dubbio
della sorte,
andar verso la
morte
per un’ignota
via:
ecco il
destino. E dunque
fa’ quel che
far si deve.
Procura che
sia breve.
Tanto, è lo
stesso ovunque.
IV
Concepito ho
il grave dubbio,
ch ’ io sia
solo a non capire
la mia sorte
in mezzo agli uomini...
Certa gente fa
stupire!
Non può
credersi, guardandola,
che non sia
convinta a pieno,
che bisogna
restar bestie
per tirare in
pace, almeno...
Io mi perdo in
vuote indagini
e dimentico la
via...
Che la stoffa
in me, Dio liberi,
d ’un filosofo
ci sia?
V
Vuoi tu ch ’io
venga teco ove tu vai?
Triste andar
soli, estranei, senza mèta...
Il tempo,
innanzi a me, non si concreta
in un desio
che i piè mi muova. Andai
finora invan;
vuoi tu ch ’io venga teco?
vuoi tu ch ’io
segua un tratto il tuo cammino?
tu l ’arbitra
sarai del mio destino.
io ti verrò
dappresso come un cieco.
Oh amore, oh
dolce errore! Al mesto invito,
mi porse ella
una man, senza far motto.
Di qua, di là
la Bella m ’ha condotto.
poi m ’ha
lasciato, ed io mi son smarrito...
VI
Smarrito,
smarrito... A guardare
mi sto la
gente che viene e che va.
Trascinami l
’onda, e a virare
di qua mi
passa, perplesso, e di là.
Ma par che
ognuno sicuro se ’n vada
ad una meta
sicura laggiú...
Vi sono forse
lí in fondo a la strada?
E ci si va per
non sorger mai piú?
VII
Ora ho chiesto
a piú d ’un savio
pe ‘l mio mal
qualche consiglio.
M ’intronarono
di chiacchiere
molti, ed un
mi disse: “Figlio,
che ho da
dirti? È bene fingerci
qualche cosa
innanzi a noi
che ci faccia
andar, fantasima
o fantoccio, è
uguale! E poi....
poi
raggiungerlo. È ne l ’ansia
del
raggiungere la vita.
Ché il
fantoccio cangia immagine
spesso, appena
è tra le dita".
VIII
Chi sa, forse
per di là
potrò giungere
alla fine;
o di qua,
forse... chi sa!
Quanti sassi,
quante spine,
quanti fanno
al par di me!
Ci arrestiamo
a mezza via,
non sappiam
bene perché,
nel timore che
non sia
la via giusta:
e mai cosí
a destin non
si perviene,
camminando
notte e dí
il perché non
si sa bene;
ma è cosí...
- Da Natura
ed Arte, anno V, fascicolo XIII,
1° Giugno con
l ’indicazione: Labirinto, Lib. IV, “Auspicî”
15. ALBA
Vedi tu come,
non ancor dal fumo
dei pensieri
il cervello annebbiato,
al tuo spirito
(l ’alba t ’ha destato)
io vita, io
mondo un altro aspetto assumo?
Ti parlerò
meglio all’aperto: vieni!
fuori le porte
de l’a te funesta
città! Slarga
il tuo petto intanto a questa
aura
ristoratrice. Ecco i miei beni:
l ’aria, il
verde, la luce... non le case
degli uomini
ammucchiate! non le oscure
chiese, o le
sedi socïali impure,
d ’ogni viltà,
d ’ogni miseria invase!
Ben venga a
te, che questa mane, avanti
che il sol
nascesse, abbandonavi il letto;
e fuori or
vieni insolito diletto
a trâr da me,
come da strani incanti.
Guarda! Nel
sogno de la terra assorti,
sorgono a l
’aria gli alberi: li scuote
invano il
vento, invano li percuote
la pioggia...
Forte, come lor son forti,
non sei tu in
me! Nel grembo mio profondo
stendi le tue
radici. Tu potrai
vivermi
sempre, non morir giammai,
abbracciar
tutto e divenire il mondo!
Non tendi a
questo? Gli alberi tue membra
saran; la
terra, il corpo; in ogni fiume
le tue vene,
il tuo spirito nel lume
del dí
vedrai... Già divenir ti sembra
quel che
vedi... Lo senti? Orbene, questo
che tu senti
son io: sono te stesso;
di me tu vivi,
io di te vivo. Adesso
ritorna in
mezzo agli uomini modesto,
ne la città
rientra. Primavera
nuova presto
verrà. Bisbiglia intanto
a chi ti passa
triste e fosco a canto,
come un
augurio, ne l ’orecchio: - Spera.
- Da Roma
letteraria, anno III, n. 19,
con l
’indicazione: Labirinto, Lib. I. Tarlo antico
16. ESAME
Concreta,
esprimi il tuo desio: che vuoi?
— Nulla! — E
la pace tuttavia ti manca...
Perché pace
non hai? — L ’anima è stanca! —
Stanca di che?
di che soffrir tu puoi?
Non della
vita: tu non vivi — guardi
la vita, e
indaghi: ecco il tuo mal! Bisogna
non indagar;
ma oprar, vivere. Sogna
altri rimedî
la tua mente? È tardi,
è tardi, e
invano! Tu non guarirai.
Ama, lavora,
se già cener tutto
il tuo cuore
non è. Giú, giú nel flutto...
Perché a
guardarlo dalla sponda stai?
Torbido è il
flutto, è vero; e molti, oh molti
in esso si
dibattono, e già stanno
per finir senz
’ajuto; ahi, piú non hanno
lena, li vedi?
Oh disperati volti!
Salva, se
puoi, qualcuno! Ajuta! ajuta!
Cerchi uno
scopo? Or questo sia lo scopo!
Cessa dal vano
dimandare: — E dopo? —
Con lor
perisci, e sia l ’inchiesta muta...
- Da Noi e il
mondo, 1° gennaio 1914.
Già
pubblicato nella Critica diretta da Gino Monaldi, il 29
Ottobre 1895
17. APPRODO
E al fine, eccomi
in porto. Ancor mi resta
negli occhi uno
stupor truce, una truce
visione, il
terror de la tempesta;
ma svaniran ne la
tranquilla luce.
È certo, intanto,
che son salvo, in porto.
Logorato, ma
salvo. Arida sponda
e inamabile è
questa; è vero: morto
però a lei mi
potea trascinar l ’onda.
Tutto il tesor
che meco avea l ’ha il mare.
E pur travolta
giacque la persona
piú cara a me, né
la potei salvare:
ombra mi seguirà
che non perdona.
Ma vinsi la
tempesta e in porto or sono;
so la fortuna del
viaggio fosco.
signor di me, non
fo di me piú dono,
e la mia fredda
volontà conosco.
- Da La
Critica diretta da Gino Monaldi, il 28 Dicembre 1895
18. TORNA, GESÚ!
La memoranda
notte è ormai vicina
e mi risuona
ancora negli orecchi,
eco gentil
dell ’età mia bambina,
la voce de ’
miei vecchi:
“Candido,
roseo e biondo
come, nato da
giorni, eri anche tu,
vien questa
notte al mondo
il Bambino
Gesú!”
Ogn ’anno, ogn
’anno, in questo freddo mese,
per quanto
stanca, l ’anima risogna
la festa che a
Gesú fa il mio paese.
Già suona la
zampogna...
Ah, che
profonda, arcana
malinconia,
che nostalgia m ’assal
della casa
lontana,
del villaggio
natal!
Rigide sere
della pia novena
in cui, sur
ogni piazza, in ogni via,
fiamman,
fuochi gregal, fasci d ’avena;
mentre la
litania
il vicinato
intuona
raccolto
innanzi a un rustico altarin,
e la zampogna
suona,
tintinna l
’acciarin.
Ed io,
fanciullo, a la finestra dietro
me ne stavo, e
schiarendo con un dito
timidamente l
’appannato vetro,
rimiravo
smarrito,
in un ’ansia
segreta,
se in quella
notte piena di mister
la fulgida
cometa
apparisse
davver...
E dubitavo
allora, e ho dubitato
sempre, dappoi.
S ’inaridí l ’istinto
della fede nel
cuore: errai bendato
per questo
labirinto
della vita
mortale,
e te pure
chiamai causa, Gesú,
d ’una parte
del male
che si soffre
quaggiú.
Ma santa
adesso appar la tua follia
anche al mio
sguardo, o dolce redentore.
E torna, io
prego, a noi, torna, Messia,
a predicar l
’amor;
torna con la
man pura
a battere alle
porte infime ancor,
dove una gente
oscura
di fame e
freddo muor!
Altri, del
rosso tuo mantello avvolto,
d ’odio
nudrendo la gentil parola,
batte alle
oscure case, e infosca il volto
de la miseria.
Vola
il grido della
guerra...
Pace tu sei,
Gesú, tu sei pietà:
torna a rifare
in terra d ’amor la carità.
- Da La
Critica direttada Gino Monaldi, il 28 Marzo 1896, a firma
“Paulo Post”
19. PER LA
PROSSIMA ESTATE
Serva sua,
serva sua, Signora Gallia!
Vengo ad
infastidirla un ’altra volta...
È vero sí che
Lei neppur mi pallia
il mal garbo
con cui m ’ha sempre accolta
con qualche
scusa, o d ’un dolor di capo
o che so io;
ma non importa: ho molta
pazïenza, e
poi L ’amo. E a Lei daccapo
eccomi, per
saper come dovrei
vestir, l
’estate prossima. Mi scapo,
creda, a
trovar da me; ma i gusti miei
son cosí
schiavi ormai de ’ Suoi, che niente
piú mi
contenta, se non vien da Lei.
Vani quest ’
occhi son senza la lente
ch ’Ella mi
presta, e solo mi par bello
quel che Lei
come tal m ’indica e sente.
Basta Signora
Gallia, per modello
mi vorrebbe
inviar qualche Sua vesta
smessa, d
’estate, e dirmi che cappello
ai bagni e in
villa ho da portare in testa?
P.S.
Signora Gallia
mia, me ne scordavo!
I libri...
dica, che libri mi dà
da leggere? Il
D ’Annunzio è dunque un bravo
romanziere? Ho
di lui, la scorsa està,
letto un
libro, che Lei, tanto cortese,
mi tradusse,
quantunque per metà
(dicon almen)
composto ei l ’abbia a spese
di Lei. Se è
vero, l ’amo tanto piú,
quanto che or
lo conosco esser francese.
Gli altri sono
lo stesso, sú per giú:
tutti da Lei
derivano, e per ciò
non val la
pena che ci perda su
tempo, poiché
li ho letti e già li so
nel testo. E
dica, son di moda ancora
i romanzieri
russi e l’Ibsen? Ho
quest ’ultimo
in grand ’odio: ahimè, m ’accora
senza diletto
alcun; ma, se a Lei piace,
pazienza, io l
’applaudo e alla buon’ora!
Verlaine è
morto, e non mi so dar pace.
Condoglianze!
La musa ora da balia
faccia al mio
Mallarmé che troppo tace.
E Lei mi creda
la Sua serva “Italia”.
(Paulo Post)
- Dalla
Rassegna settimanale universale, anno I, n.
15, 12 Aprile 1896
20. LAGO Dl
LUGANO
Mi par che
tutto or sia cangiato intorno;
mi rende
estraneo tanta meraviglia...
Nel passato
ancor l ’anima s ’impiglia,
e guarda come
da un lontano giorno.
Sempre amai
questo lago or fosco ed ora
morbido, come
azzurro vel di seta.
Oggi triste è
la vita; doman, lieta;
e tutto è qui,
tutto com ’era e ancora
sarà, per
sempre. Ecco un battello pieno
d ’allegra
gente in su l ’aperta tolda.
Ecco, a la
gente piace ancor Valsolda
e Val d
’Intelvi e l ’Orrido d ’Osteno.
Già di porpora
il sol veste le spalle
dei monti
attorno; ai declinanti raggi
ridon tra il
verde gli umili villaggi
del monte Bre,
de la quieta valle
del Cassarate.
Razzano da lunge,
qual per
interno incendio, le finestre
fiorite, e giú
da l ’oratorio alpestre,
da le
chiesette intorno al lago giunge
il suon de l ’
Ave. Oh dolce di mia madre
preghiera
antica! oh madre! Or l ’ombra scende
sul vaporoso
lago, e insiem le orrende
cure scendon
con lei, scendon le ladre
del sonno e de
la pace. Ahi, su me pesa,
ombra
tremenda, il tempo! E al mio pensiero
sta innanzi l
’avvenir qual freddo e nero
antro in cui,
quasi ingorda belva presa
da fiere
doglie dopo un sanguinoso
pasto, un
rimorso sempre piú mi cacci.
E, quivi
dentro, a me certo altri lacci
son tesi! Io
non avrò giammai riposo.
- Da Roma
letteraria, anno IV, n. 16, 25 Agosto 1896 con l
’indicazione: Labirinto, Lib. I, Tarlo antico
21. ESAME
Forse perché lo
guardo da una faccia
che piange; n ’ha
poi tante, e non è brutto
né bello, per se
stesso: è il mondo, e tutto
dipende da qual
parte ognun si faccia
a contemplarlo. È
ver che a me giammai
non rise; ma vi
son pur tanti, ai quali
ride spesso e
nasconde i propri mali.
Io con l ’occhio
malevolo il guardai
sempre, da che
son nato. Or ne la vista
delle cose vorrei
dimenticare
me stesso, il
pensier mio; vorrei lavare
d ’ogni memoria
in lei l ’anima trista.
Del proprio sogno
uscir non è concesso.
Chi l ’ombre al
sogno appresta? Ognuno sotto
un vario inganno
aggirasi: io vi lotto
contro i fantasmi
miei, contro me stesso.
- Dal
Marzocco, 29 Novembre 1896, con l
’indicazione:
Labirinto, Lib. IV, “Auspicî”
22. L ’INVITO
Di questo pan
che tolgo a la mia mensa
tu dunque t
’accontenti? Io dar ti posso
ben altro:
avrai quanto la mia dispensa
può darti.
Vieni! Non guardarti addosso
i panni: ti
vergogni? Entra con me:
siedi a la
mensa mia! Saranno lieti
di provar le
tue scarpe i miei tappeti...
Credi ch ’io
voglia ridermi di te?
È troppo,
dici. È vero, è troppo. Tu
non chiedi
tanto, e non avresti mai
battuto a la
mia porta, se da piú
giorni il
lavor non ti mancasse ormai.
Io forse non
so far la carità.
Ma non intendo
offendere il pudore
de la miseria
tua. Vorrei, col cuore
su le labbra,
parlar di povertà,
conversar
teco... Vuoi? Fra tanto insieme
desineremo:
non ti guarderò,
tu mangia come
sai. Quel che mi preme
di sapere è
ben altro, e lo saprò
da le tue
labbra. Vicolo e stamberga
ov ’abiti, m
’imagino: migliori
stalle han
certo i cavalli dei signori:
la fame e il
freddo la tua stanza alberga.
Tu scuoti il
capo e guardi intorno. Ammiri
le lampade, le
tende, la mobilia
e la mensa
imbandita; poi rigiri
su me lo
sguardo, e l ’occhio tuo s ’umilia
quasi
istintivamente... Ma è cosí
ch ’io di te
son piú povero! M ’ascolta:
tu non saprai
comprendermi; ma è stolta
l’umiltà tua
per questo lusso qui.
È vero, è ver:
qui il freddo de l ’inverno
non entra: il
fuoco arde da mane a sera;
ma un freddo
tu non senti, un gelo interno
qui, tra
questo tepor di primavera?
Hai un ’anima
tu pure? Ebbene, io l ’ho
assiderata!
Ahimè, per quanto foco
rifaccia nel
camin, dentro alcun poco
venirmene o
fratel, giammai non può.
Non vien da
me, dal mio lavoro, questa
ricchezza che
tu vedi. Il mio lavoro
senza compenso
e quasi ignoto resta.
Ah, mi
parrebbe un piccolo tesoro
quel che dai
tuoi sudor ricavi tu,
se basta a
farti vivere, anche male;
mentr ’io qui,
senza questa abituale
ricchezza, non
saprei vivere piú.
E a te
riscalda l ’anima una fede,
ch ’io non
discuterò. Vivo lontano
io d ’ogni
fede e d ’ogni lotta. Vede
l ’anima mia
forse tropp ’oltre? In vano
cosí l ’una
che l ’altra alfin sarà...
Ma tu lotta, n
’hai dritto; avrai dimane
meno squallida
casa e miglior pane...
Sarai pago? Oh
no, mai! Ma non avrà
pace né tregua
l ’anima dell ’uomo.
La lotta è
oblio de ’ suoi tormenti veri.
Or la reggia
ei rovescia e insieme il duomo,
diman
rovescerà quello che jeri
edificò con
tanto amor; finché
non chiuderà
per sempre l ’ideale,
in grembo
della morte ultima l ’ale,
ignoto all
’uomo e forse ignoto a sé.
- Dal
Marzocco, 18 Giugno 1899, e da Noi e il
mondo, 1° Gennaio 1914
23. L
’ABBANDONO
Tu che intender mi puoi,
leggi e perdona
I
Intenderà,
pensavo; oggi o dimani
intenderà:
dietro il mio breve addio
la porta
chiuderà con le sue mani.
Non staran
certo eternamente assorte
l ’anime
nostre nel primo desio,
mute a vegliar
di questo amor la morte.
Forse la
spingerà l ’ombra che lenta
avanza, sotto
i nostri occhi, sul suolo,
o la fontana
che giú si lamenta,
o qualche mio
sospir non ben represso,
o il batter
tetro del mio vecchio oriuolo,
la memoria d
’un favor concesso.
La porta
chiuderà con le sue mani.
II
E le parlai
cosi, piú d ’una volta:
Meglio che tu
mi lasci al mio destino.
Misera meco
non ti voglio. Ascolta.
Solo io
prosegua il mio triste cammino.
Innanzi agli
occhi miei pose la sorte
una meta
lontana e tutta avvolta
di nebbie sí,
che insidia par di morte.
Tra i dubbî or
tu del mio sentier malfido
certo venir
non puoi: tu, cosí fina
e candida,
lasciare il tuo bel nido...
Piangi? Ebben,
piangi. Io non dirò: Cammina!
III
Pur tu mi
segui ancora, ombra dolente.
L ’oscura
soglia dell ’oblio varcare
dunque non
vuoi con le memorie care,
e sempre e
ovunque mi starai presente?
Se di te la
memoria affligger tanto
mi deve, ah
meglio è forse ch ’io ritorni
teco a soffrir
l ’antica pena e i giorni
stanchi e il
tuo chiuso inconsolabil pianto.
E non piú
questo avido assedio muto
di un ’ombra
che mi spia, che tutto vede
entro di me
pria ch ’io lo senta e chiede
di perpetuo
compianto al cor tributo.
IV
Se con mano
tremante (e già la mano
al pensiero mi
trema) alla tua porta
battessi e all
’improvviso, aprendo piano,
tu mi vedessi
innanzi a te nel vano
della soglia -
stupita, incerta, smorta!
Odo del tuo
stupore il grido: acuto,
breve. Degli
occhi tuoi vedo lo sguardo
e il tremor
delle labbra. Qual saluto
ti porgerei?
Restar potessi muto!
e tu potessi
intendere com ’ardo...
Come immemore
tu dell ’abbandono
parlar
dovresti, qual chi indulga. Intento
io rifarei l
’amor seguendo il suono
della tua
voce. Tacito al perdono
risponderebbe
certo il pentimento.
No, non verrò.
Nel pallido tuo seno
è pure un
cuore come il mio che geme,
un cuor che
brama di lagnarsi, pieno
di lagrime, d
’angoscia, di veleno.
Verrei per
tormentarci ancora insieme?
V
Quand ’io
tornai d ’un altro amor già stanco
a lei che m
’attendea presaga e sola,
muto dinnanzi
le restai, ma franco
fu quel
silenzio, piú d ’ogni parola.
“Finalmente
ritorni!” ella mi disse.
“Neppur m ’hai
dato annunzio del ritorno...”
E su me le
pupille intense e fisse
tenea
nell’ombra. Già moriva il giorno
Ah come
intanto mi stringea la mano!
D ’assedio m
’opprimean tutti i suoi sensi
spiandomi. -
“Non parli?” - E invano,
invano di
parlar mi sforzavo. - “A che mai pensi?”
Ed io pensavo.
Ancora non le ho detto
la parola che
attende. È come morta
la mia man
nella sua, morto nel petto
il mio cuore
per lei. Non se n ’è accorta?
Mi cinse a un
tratto il collo, lievemente.
“Perché non m
’ami piú, perché?” - mi chiese.
Ed alitarmi in
volto la dolente
voce sentii.
Non pianse ella: mi prese
la testa e su
le labbra arse la mia
bocca si
strinse a lungo, a lungo, forte...
Ah, niun può
dir che cosa atroce sia
baciar chi
brucia, con le labbra morte!
VI
Accendi il
lume nella stanza triste;
alle finestre
il ciel grigio s ’oscura.
O con piacer
la tua mestizia assiste
al morire del
dí? Non hai paura?
Sei sola. L
’ombra già t ’avvolge densa.
Chi parla a te
da un tempo ormai lontano?
lo t ’ho
ingannata e abbandonata... Pensa
forse a questo
il tuo cuor? Tu piangi invano.
Nulla io dar
ti potea, piú nulla; e un bene
fu per te
certo il mio tardo abbandono.
Tienti come
uno scampo a ree catene
questo dolor:
concedi a me perdono.
Senti quanta
tristezza è nel cor mio?
Vedi in che
notte il mio spirito è avvolto?
Libera sei! Ch
’hai tu perduto? Oblio
stendi su un
sogno che sta ben sepolto.