|
Non lo vedrete piú com ’io lo vidi
per Roma, un giorno, il Tevere passare
tra i naturali suoi scoscesi lidi:
quasi fin qua,
a preservarlo anche dall ’ombre tetre
delle case papali su le pietre
delle rovine, e fargli scorta al mare,
la campagna già corsa, la natura
libera, s’allungasse entro le mura
della Città.
Una prigion di grige dighe e grevi
ponti or l ’incassa,
che le svolte inarena quando piú
l ’acqua s ’abbassa.
E secco è il braccio con cui prima quella
che dei Due Ponti l ’isoletta fu,
cingeva come fosse la sua bella.
Torvo ogni flutto, urtando nei piloni,
torcesi ed apre un gorgo minaccioso,
come un can che digrigni. Dai covoni
tolti al Campo di Marte egli se l ’era
cresciuta a poco a poco, industrioso,
quell ’isoletta,
a lei recando con allegra fretta
la cuora nera,
ciottoli, malta, quanto gli avveniva
di rubare dai campi dell ’Etruria
nativa in giú, passando via di furia.
Triste ora il tempo delle piogge aspetta,
per riaverla, e il mese che dimoja.
Quel braccio allora che un renajo è fatto
e ancora ondeggia qual se l ’acqua viva
si fusse in rena raddensata a un tratto,
ecco s ’avviva,
e il fiume gonfio, con terribil gioja,
l ’isola che gli han tolta si riprende.
Mugliando e pieno di rapina scende:
par che ogni onda s ’inciti a superare,
sú sú, gli orli degli argini oppressori;
scappa per sotterranee vie, si mostra
al Pantheon: “Mi vedi, avanzo sacro
di Roma nostra?
sono ancor qua:
Roma ha bisogno d ’un mio gran lavacro!”
E il fiume anela di diventar mare
su la Città.
Da I mattaccini, Napoli, anno I, n. 7,
29 Dicembre 1901
27. BRAVI VECCHIETTI
Sí, v ’ajutò
la Francia.
Saldaste voi
de ’ gravi
debiti il
conto e, mancia,
Nizza e Savoja.
- Bravi,
vecchietti,
bravi...
Ma, oh! - vi
disse poi –
badiam: le
Sante Chiavi
sian
rispettate! - E voi,
obbedienti...
- Bravi,
vecchietti,
bravi...
E quell ’Eroe
sventato
che a la Città
degli avi
correa, fu al
piè bollato
da voi,
prudenti... - Bravi,
vecchietti,
bravi...
Scavi or la
talpa nera
Roma soppiatta,
scavi
la talpa
prigioniera,..
Voi,
tolleranza! - Bravi,
vecchietti,
bravi...
E a chi
province e figli
vi tien
tuttora schiavi,
gl ’imperiali
artigli
leccate,
umili... - Bravi,
vecchietti,
bravi...
Abbiate il
nostro encomio:
siate modesti
e savî.
Che bel
gerontocomio
vi edificaste!
- Bravi,
vecchietti,
bravi...
- Da La
Riviera Ligure, Febbraio 1902, n. 36
28. PRIMO
RINTOCCO
Levo ogni
tanto dal guancial la testa
a spiar tra le
imposte. È bujo ancora.
Ma invan gli
occhi richiudo, che, già desta,
l ’anima
intorno tutto mi colora
della sua luce
tediosa e mesta.
Chi per il pan
sei stanchi dí lavora
oggi può ben
chiuder gli orecchi a questa
sveglia del
gallo che ha cantato or ora.
Ma per il mio
lavor mai non è festa.
Quantunque
irto mi sia di smanie il letto,
non vienmi
alcuno dalla vita impulso
a levarmi sí
presto, e l ’alba aspetto.
Libri di là m
’attendono: compulso
da vane forze,
il mio pensier dispetto
vi smania, sí,
ma fuor d ’essi piú insulso
spettacol m
’offre oggi la vita; in petto
cresce lo
sdegno che da lei m ’ha espulso,
né alcuna piú
m ’attira esca d ’affetto.
Don... - nel
silenzio batte una campana,
e il suon nel
bujo spandesi, ronzando.
Balzo ora e
sento un ’angosciosa e strana.
voglia d
’accorrer, come ad un comando;
ma non a
questa: a una chiesa lontana...
Ah, la rivedo!
mi chiamava, quando
andavo anch
’io, fanciullo, a messa: arcana
voce profonda,
che destava, ondando,
quell ’oscura
viuzza suburbana.
Tremar mi
sento in petto quella mia
fede ingenua d
’allora accesa ai ceri
che, nella
chiesa buja, una malía
diffondevano
insiem con gl’incensieri
fumanti e i
rombi della cantoria...
O donne
avvolte negli scialli neri,
che andate in
fretta a la chiesuola pia,
attossicato da
negri pensieri
è morto il
bimbo che con voi venia.
- Da La
Riviera Ligure, Febbraio 1903, n. 46
29. CARGIORE
I
Verde pianoro,
tutt ’intorno cinto
da le Prealpi;
borghicciuol romito,
sparso a
gruppi qua e là, come dipinto:
dolce, ne la
memoria, e mesto invito!
Tutto pieno di
fremiti è il silenzio
di quelle
verdi alture: acuti, esigui
di grilli
fritinníi, risi di rivoli
per le zanelle
a piè de ’ prati irrigui.
Oh festa d
’acqua che corre, s ’affretta,
si rompe in
cascatelle e si raccoglie
per giungere a
quel campo che l ’aspetta,
dove par che
la chiamino le foglie!
II
Verrà tra
poco, senza fin, la neve,
e case e
prati, tutto sarà bianco,
il tetto e il
campanil di questa pieve,
donde ora, all
’alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle,
escono per due porte
le
borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato
all ’anima, alla morte,
(qua presso è
il cimiter pieno di croci);
le riprende or
la vita, e parlan forte,
liete di
riudir le loro voci
nell ’aria
nuova del festivo giorno,
tra i rivoli
che corrono veloci,
tra i prati
che verdeggiano d ’intorno.
III
Solenne
incanto, attonita quiete!
E tu la maga
sei di queste liete
e sempre verdi
alture, errante Luna.
Ignote son
quassú de la fortuna
le veci. I
prati di silenzio inondi;
par quasi che
il silenzio si raffondi
nel tempo, e
notti assai remote io penso
da te vegliate
come questa, e un senso
arcano
acquista a gli occhi miei la pace.
Cantano,
intanto, come la fugace
gioja le
ispira, alcune donne a coro,
nel chiaror
blando, ed una, ecco, fra loro
fa tenor con
la rustica minugia.
Solo sul prato
prossimo s ’indugia
un contadin:
gli sento ad ora ad ora
la falce
raffilare. Ancor lavora,
solingo, sotto
il cheto lume pieno:
guizza a
tratti la falce in mezzo al fieno.
- Da La
Riviera Ligure, Febbraio 1904, n. 57
30. ALL ’ASTA
Sú dal
palchetto in fondo alza il martello
il perito,
gridando: — «Trenta lire,
lo sgabello.
Chi ha da
dire?
Poi passerem,
signori, al pianoforte.
Lo sgabello,
trenta lire».
—
Nessun
risponde, e il bando suo piú forte
grida il
perito. — «Il Pleyel a piú tardi,
signori. Ora
si vende lo sgabello.» —
E provoca col
gesto
o con furtivi
ammiccamenti or questo
ora quel
compratore. Ma gli sguardi
sono rivolti
al Pleyel. Una dama,
scoprendo la
tastiera, vi fa scorrere
le dita
agevolmente.
Come in me
desta un brivido,
di molti altri
quel suon forse alla mente
la vision di
te, cara, richiama,
quando, seduta
qui su lo sgabello
che comprator
non trova,
pallida, gli
occhi grandi intensi accesi,
tenevi su le
note del divino
Beethoven
tanti e tanti
cuori col tuo
sospesi,
col tuo
vibranti.
Oh se almeno
nell ’ umil salottino
della tua casa
nuova
io, ne ’ fasti
da te non mai curato,
potessi, ora,
ignorato,
rimandar
questo a te caro strumento!
Con quest
’unico intento
me ne sto qui,
non so piú da quant ’ore,
angosciato,
fremente
d ’ira, di
sdegno
per questa
ricca ed altezzosa gente
che s ’è data
convegno,
stormo di
gazze, qui, su la ricchezza
che piú non t
’appartiene...
— «Numero 115»
— il perito
grida alla
fine: — «Pleyel quasi intatto!
Guardino bene:
media
lunghezza,
docile al
tatto...
Certo l
’estimatore
non mancherà.
Prezzo
prestabilito:
mille trecento
lire.
Oh, salirà!
Può a tutti
convenire:
è davvero un
magnifico strumento.
Per mille e
quattrocento
sta a lei,
signore.
Subito, chi ha
da dire?
Davver l
’oggetto merita contesa.
Per mille e
settecento a lei, signora...
Or ora,
ecco, dice due
mila la Marchesa:
sta bene.
Due mila e
cento... e duecento.
Non dice piú
nulla, lei, signore?» —
mi domanda il
perito.
Piú nulla...
Addio, bel sogno mio svanito.
- Da La
Riviera Ligure, Agosto 1905, n. 73
31. GLI OCCHIALI
Avevo un giorno
un pajo
d ’occhiali
verdi; il mondo
vedevo verde e
gajo,
e vivevo
giocondo.
M ’abbatto a un
messer tale
dall ’aria
astratta e trista.
— «Verdi? — mi
dice.
Ti sciuperai la
vista.
Sú, prendi invece
i miei:
vedrai le cose al
vero!» —
Li presi. Gli
credei.
E vidi tutto
nero.
Ristucco in poco
d ’ora
d ’un mondo cosi
fatto,
buttai gli
occhiali, e allora
non vidi nulla
affatto.
- Da Nuova
Antologia, 1° Settembre 1906
32. ESAME
1
Che so di me? So
quel che il tempo vuole
e tanto gli altri
vogliono ch’io sappia.
— «Ti tengo! Ed
il mio nodo non si scappia
mi grida il
tempo: — Tu farai parole.
Sfuggi all’ozio?
La noja t ’accalappia!»
Oh violente
smanie, rabbioso
affanno tra le
futili catene,
in cui le forze
logoro! Mi viene
spesso dai vecchi
il mònito amoroso:
— «Figliuolo, è
sempre tempo di far bene!
Soltanto a chi fa
ben la vita piace!» —
Sí; ma ben altri
al giovenil mio foco
incentivi ben
altri, o vecchi, invoco.
Oltraggio sembra
l ’umiltà, la pace,
a me cui tutto
appar misero e poco.
2
Pure, il bene, io
lo fo. Nel farlo, sento
che fo bene. Da
un tenero tremore
n ’ho prova,
entro di me. Sollevo un mento,
chiudo una man
con l ’obolo, ed al cuore
altrui, do,
quanto posso, esaudimento.
Del mal che temo
d ’aver fatto, spesso
mi dolgo e pento.
Non di men talvolta
scusarmi tenta o
l ’amor proprio stesso
o la ragion del
caso. Il cuore ascolta
la scusa e poi
dimentica, rimesso.
Questo è di
tutti. Ma chi in petto viva
e costante del
ben tiene e del male
la norma? Chi non
cangia estimativa
come volgano i
casi? E il ben che vale,
se il cuore a
concepir Dio non arriva?
3
Io fui tratto con
urti violenti
alle terga, cosí,
fuor d ’ogni via,
bendato. E tanti
insiem con me. Lamenti,
bestemmie udii
nel bujo mio, la mia
anima intese
altre anime dolenti.
Solo! E gli altri
ove sono? Io dove sono?
E che mi giova
che mi sia caduta
la benda a un
tratto qui? Non luce o suono
qui, ma piú bujo
entro la notte muta.
Contro chi l ’ira
o a chi chieder perdono?
M ’apparirai tu
qui, tremendo Iddio?
qui la paura mi
farà cadere
su i ginocchi,
prostrato? e il senno mio
vacillerà? qui
tutte le chimere
mi tenteranno dal
rimosso oblio?
4
Navi ho veduto
per lontani mari
sul tramonto
salpar lente dal porto.
Ho salutato anch
’ io remoti fari,
passando, e so
che sian pena e sconforto
nel lasciare la
patria e i propri carî
Ho udito il vento
piangermi tre anni
dall ’arsa gola
di stranier camino,
la solitudin mia
pianger, gli affanni
senza conforti e
il vario mio destino,
fabbricator di
dolorosi inganni.
Ho raggiunto
desíi lunghi, e le lotte
mi piacquero per
loro, o mi fur dure.
Molte speranze
dalla sorte rotte
m ’ebbi anzi
tempo o spente dalle cure,
ladre del sonno,
furie della notte.
Ho provato l
’amor docile e puro,
le fantastiche
febbri del desio
insodisfatto, l
’odio d ’un sicuro
tradimento, le
smanie e poi l ’oblio;
stanco ora e
mesto, ora ostinato e duro.
Seppi come
spontaneo ai mesti nasce
bisogno di mentir
nel petto oppresso.
Mi fu dolce
sentir salde le fasce
su la ferita e
star molle e dimesso
dopo un malor,
senza desíi né ambasce.
E lente le
speranze, e ognor seguace
a ogni goduto ben
lo sdegno; pure
la sete sempre d
’altri beni, e pace
mai; fatto un
passo, altri bisogni, e cure
vane per un ’idea
sempre fallace.
Una greve paura
indefinita
ora m ’ha vinto
ed una smaniosa noja.
Ove andar? qual
sogno a sé m ’invita?
Già molto errai,
già so forse ogni cosa.
Or dunque, e
dopo? È tutta qui la vita?
Ov ’è la vita?
Questa ch ’io provai
tant ’anni mossa
da varia fortuna?
E cosí triste m
’ha lasciato? e ormai
se gli occhi
avran qualche stupor, nessuna
meraviglia avrà l
’anima piú mai?
- Da Nuova
Antologia, 1° Marzo 1907
33. PRELUDIO
Tese ho le reti;
sta,
càuto, alla
posta, il cuore.
Questa caccia d ’
amore
chi sa che fine
avrà...
Le insidie tese
qui
sono le
canzoncine
leggiadre,
birichine,
che il cor per
gioco ordí.
E la Musa mi fa,
su un palo, da
civetta:
nessuno or le dà
retta,
qualcuno alfin
verrà.
Ma non vengano,
ahimè,
cornacchie
spennacchiate
o tortore malate:
queste non fan
per me.
Sciò, grasse
quaglie, sciò!
Le lodolette
allegre,
le gaje
cingallegre
aspetto qui: voi,
no.
- Da Nuova
Antologia, 1° Marzo 1907
34. INVITO
Ascolta come -
tentano gli uccelli
coi primi trilli
il fresco aer d ’aprile.
Avremo, Else, tra
breve i giorni belli:
tu, come i fiori
odorano, amerai.
Gli alberi della
valle sono ormai
per rifiorire al
sol primaverile.
Odi, Else, come
tentano gli uccelli
coi primi trilli
il fresco aer d ’aprile?
L ’un chiama l
’altro e la risposta aspetta:
tempo è di
fabbricare i nuovi nidi.
Oh, la città,
laggiú, sia maledetta!
Quanto ben la sua
legge all ’amor toglie…
S ’aman gli
uccelli in fin che i rami han foglie
né l ’un si lega
all ’altro... Else, tu ridi?
Pur ciascun
chiama e la risposta aspetta:
tempo è di
fabbricare i nuovi nidi.
- Inserito
col semplice titolo Epigramma nel numero unico «Per il
secondo centenario della nascita di Carlo Goldoni»,
compilato da Luigi Grabinski Broglio, a cura della
Direzione del Teatro Manzoni di Milano.
(Milano,
Tipografia «Arte nova», 1907).
35. EPIGRAMMA
Per
il secondo centenario della nascita di Goldoni
Anima arguta,
anima latina,
sai? ti
festeggia, grato, il tuo paese;
ma ha preso
stanza Osvaldo norvegese
nella locanda di
Mirandolina.
- Da La
Riviera Ligure, Febbraio 1904, n. 57.
36. TENUI LUCI IMPROVVISE
1. CROLLO
Rido se vedo un
bimbo che la mano
schiuda nel
vuoto,
credendo di
posarvi un qualche oggetto;
non rido piú se
noto
che a me pur
similmente accade
che nel vano del
tempo crolli ogni desio nascente,
ogni nascente
affetto.
2. PER VIA
— Lascia... Che
importa?
— No: resta! lo
voglio!
Sempre cosí,
sempre in me questa guerra
tra l ’Anima, del
ciel figlia, e l ’Orgoglio,
insolente monello
della terra.
3. GIRO TONDO
Le pagliuzze, i
relitti della via,
esposti alla
mercé di chi cammina,
hanno anch ’essi
nel mondo
il lor breve
momento d ’allegria:
viene un soffio
di vento e li mulina;
pajon bambini che
fan girotondo.
4. TRAMONTO
— Di foco all
’orizzonte il ciel si fascia,
lento al tramonto
il sole si riduce.
O tu che del
mister sforzi le porte,
guarda! Di qua le
tenebre egli lascia,
reca di là d ’un
nuovo dí la luce.
Ebben, chi sa?
forse cosí la morte.
5. CHE FAI?
Batte nel cuor di
tutti una campana;
ma della vita nel
vario frastuono
il dolce suono
nessun ne
ascolta.
Pure, talvolta,
d ’un tratto
giunge a noi come un ’arcana
voce profonda,
non udita mai.
È la lontana
chiesetta antica
dell ’abbandonata
nostra città... —
«Ave Maria... Ave Maria...» — Che fai,
anima sconsolata?
Lagrime amare ha
chi pregar non sa...
6. METAMORFOSI
— Vuoi darmi la
manina? Ti ci metto
un bacio. Or
serra il pugno, stretto stretto;
lesta, scappa se
no! —
La bambina,
stupita, il pugno strinse
e il bacio,
dentro, vivo, ci sentia.
Si rinchioccí
presso la mamma. Illusa
e intenta, finché
il sonno non la vinse,
mi guardò, mi
guardò,
tenendo al petto
la manina chiusa.
Nel sogno, un
uccellin ne volò via.
7. ALTALENA ABBANDONATA
Legati ancora,
qui, da quell ’anno
questi due vecchi
alberi stanno:
il vento passa,
agita appena
la fune lassa
dell ’altalena...
Alle volate, or
questo ramo
or l ’altro dava
un cigolio.
Noi ridevamo.
Poveri vecchi! al
folle brio
di noi bambini,
tristi piegavansi,
ma rassegnati.
— «Guarda oh, che
gli alberi
ci fanno
inchini!»
Li beffavamo,
noi brutti
ingrati...
8. DORMIVEGLIA
Giorni oscuri,
giorni stanchi!
tace l ’anima,
stupita
nella doglia
che le viene
dalla vita;
non sa piú quel
che si voglia,
non sa piú quel
che le manchi.
Rotte, fievoli
parole
alla bocca, non
pensate, vengon sole;
ed è il corpo non
curato,
senza requie
torturato,
che si duole.
Quante volte,
quante volte udii cosí,
trasalendo,
sospirare
nelle insonni
notti enormi
le mie labbra
aride amare:
Meglio, sí,
meglio assai
morir; ma dormi,
ora dormi.
9. SORPRESA
Mi parea, sú da
quei greppi scoscesi,
che fosser
pannilini di bucato,
gli arredi,
forse, d ’un bambino, stesi
su questo verde
tenero del prato.
Lapidi! Un
cimitero abbandonato...
10. INCONTRO
E ancor cammino,
senza destino:
non son vicino
e né lontan.
— Buona sera, mi
t ’inchino.
Sono la Morte e
ti porgo la man.
- Da La
Riviera Ligure, Aprile 1909, n. 28
37. SOGNO EROICO
Sopra una rozza
gravida, deforme
lungo magro
spelato il capitano
movea, seguito da
accorrenti torme
d ’eroi pensosi,
per un verde piano.
Chi sul lanuto
dosso saltellava
d ’una pecora
zoppa; chi su i fianchi
d ’una vecchia
asinella ancora brava;
gli eroi piú
bassi e della corsa stanchi
venian dietro su
cani che per via
avean raccolti,
alla ventura spersi.
Su un orso quindi
il rapsodo venia
con sotto il
braccio un rotolo di versi.
A ora a ora il
calvo capitano
volgea la testa
all ’infinita schiera,
e dagli occhi
severi al piú lontano
saettava l
’audacia sua guerriera.
Al fiero sguardo
rispondeano tosto,
con belati e
guaiti e ragli e gridi
bestie ed eroi,
ciascuno al proprio posto,
pronti alla pugna
ed al comando fidi.
Or a uno stormo
di fanciulle erranti
pel verde piano s
’abbattean gli eroi.
N ’avean sorrisi,
applausi festanti,
pioggia fitta di
fior su i petti; poi
una fra loro, la
piú bella, al duce
chiedea: - “Per
chi si muove oggi a cimento?
Fa caldo: stian
con noi!” - La guardò truce
l ’eroe, serio
ruggí: - Trieste e Trento! –
Nel numero
28, Aprile 1909, della Riviera Ligure, questa poesia
risulta composta da quattro parti.
Nel volume Fuori di
chiave
furono raccolte la prima e la seconda.
38. LA MÈTA
3
Vuoi tu ch ’io
venga teco ove tu vai?
Triste andar
soli, estranei, senza mèta...
Il tempo, innanzi
a me, non si concreta
in un desio che i
piè mi muova. Andai
finora invan;
vuoi tu ch ’io venga teco?
vuoi tu ch ’io
segua un tratto il tuo cammino?
tu l ’arbitra
sarai del mio destino.
io ti verrò
dappresso come un cieco.
Oh amore, oh
dolce errore! Al mesto invito,
mi porse ella una
man, senza far motto.
Di qua, di là la
Bella m ’ha condotto.
poi m ’ha
lasciato, ed io mi son smarrito...
4
Chi sa, forse per
di là
potrò giungere
alla fine;
o di qua,
forse... chi sa!
Quanti sassi,
quante spine,
quanti fanno al
par di me!
Ci arrestiamo a
mezza via,
non sappiam bene
perché,
nel timore che
non sia
la via giusta: e
mai cosí
a destin non si
perviene,
camminando notte
e dí
il perché non si
sa bene;
ma è cosí...
- Dalla Nuova
Antologia, 16 Agosto 1910.
39. ESAME
I
Ora che dalla
vita ad un ignoto
lido seren, che
sia d ’un nume sede,
lanciare il ponte
aereo della fede
non posso piú, ne
conosco piloto
al quale il
tenebroso mar sia noto
su cui quel ponte
ancor lancia chi crede;
ora, s ’io penso
che un di sotto il piede
mi mancherà la
terra (e piú del vuoto
per l ’anima
tremar, Morte, mi fai,
che non de la
tranquilla umile fossa
che il corpo
accoglierà da fiori arrisa);
credo io davver
che a vivere mi possa
bastar la volontà
ferma e decisa
di non pensare a
questo vuoto mai?
II
No: che se d ’un
pensier non lo riempio
comunque, invasa,
anzi ingojata pure
la vita me ne
sento, e piú né cure
che non mi pajan
vane, o amor che scempio
non mi paja, mi
attraggono, e se a dure
prove mi spinga
pur virtú d ’esempio,
vuota ogni fede,
come vuoto il tempio
mi sembra, e
folli tutte le avventure.
Mentre una voce
ascolto che mi grida:
Come vuoi tu
comprendere la vita,
se non sai pensar
nulla de la morte?
Tu brancoli nel
bujo della sorte
cosí, perché nell
’anima smarrita
un pensier della
morte non ti guida.
III
E per la morte
solamente luce
chiedo perciò. D
’ogni nuovo portento
che la scienza
per mio ben produce,
anche ammirando,
poca gioja io sento...
Son beni solo per
la vita. Duce
che si ritragga
dal maggior cimento,
di vincer solo
nei minor contento,
piú non si sa
pregiar, né piú seduce.
Sbuffa in preda
al demon che lo trambascia
un ferreo mostro,
e dove mai m ’invola
con la sua furia?
M ’accorcia il cammino;
e avanti, avanti,
nella notte sola,
gelida, nera, mi
conduce fino
all ’orlo di un
abisso, e lí mi lascia.
IV
E da quest ’orlo
or io ricerco invano
il miraggio divin
d ’un altro mondo
nel qual mi
riposavo da lontano:
tenebra orrenda,
silenzio profondo.
E invan, Scïenza,
m ’armi tu la mano
del fulmine
domato, invan giocondo
compenso m ’offri
di vittorie: vano
il tuo trionfo io
stimo; io ti rispondo:
Domani su
l’Atlantico gittare,
nuovo prodigio,
un ponte tu potrai:
ma non quell
’acque, non quell ’acque io temo.
Una barca che
salpi oltre l’estremo
lido in cui son
ridotto non mi dài
per questo
tenebroso ignoto mare.
V
E se in te no, ne
debbo nel primiero
sentimento a cui
tu troncasti l ’ale
cercare io piú la
luce essenzïale
che possa alfine
vincere il mistero,
debbo cercarla in
me? Ma è pur fatale
che l ’uomo in se
scoprir non possa il vero,
ma solo ciò che
da un desio sincero
inconsciamente è
indotto a creder tale.
Né dalla illusion
che da me spira
potrò staccar la
verità, se in seno
all ’esser mio l
’esser comune ha sede.
La verità? Ma ell
’è come un sereno
lago, uno
specchio che per se non vede
e in cui se
stessa ogni persona mira.
VI
Né sopra o fuor
de la ragione mia
a niun Potere il
pensier può dar trono,
che un mio vano
fantasima non sia:
però ch ’io pensi
sol perch ’io ragiono.
Come fuori di me
non vibra suono,
né vera è di
color la poesia,
ma io soltanto,
io sempre, io sempre sono
che accordo e
piango la mia fantasia;
cosí, se fuor di
me, stretto da un gramo
bisogno, creo
qualcosa, a cui la mente
mia stessa e ogn
’altra cosa vo ’ soggetta,
me stesso
inganno, miserevolmente:
giuoco con l
’ombra mia che si projetta
ingrandita nel
cielo e Dio la chiamo.
VII
Or come sei tu
misera davvero,
anima umana,
quando contro a questa
ombra tu stessa
imprechi o scherno fiero
lanci o con lei,
che ascolto non ti presta
né può prestarti,
scherma di pensiero
eserciti. L
’idea, l ’idea funesta
del male, onde ti
lagni in mite o altero
verso, da lei ti
vien, dall ’ombra infesta
della ragion tua
stessa, che tu Fato
chiami, o Natura,
o Dio. Ma non esiste
il mal che in
tanta ambascia pur ti tiene,
se non esiste chi
l ’abbia creato:
è perché è, non è
ne mal ne bene,
ogni cosa che
vive o lieta o triste.
VIII
Nel bujo intanto,
dentro al quale impreca
e piange, o prega
e spera tanta gente,
voi filosofi,
andate con la mente
accesa come una
lanterna cieca.
E a ciascuno di
voi par vada sbieca
l ’altrui
lanterna, e il sentier che, fidente,
ciascun s ’è
scelto e al quale solamente
per sé la propria
un po ’ di lume reca,
stima la vera via
della salute,
l ’altrui sentier
disprezza e l ’altrui zelo.
Ben per voi,
fioche luccjole sperdute,
che delle stelle
onde la notte è viva
lo sfavillío che
punge e allarga il cielo
in terra ad esser
lume non arriva.
IX
Ma se l ’enorme
arcan che vi disvia
che indarno prima
speculaste e ch ’ora,
pur senza un lume
che v ’imponga: - Adora!
rinunziando ad
indagar che sia,
siete corrivi a
creder tuttavia,
non fosse già
quel che ci è ignoto ancora,
ma solo inganno
che non si colora,
inganno della
nostra fantasia?
Noi non siam come
l ’albero che vive
e non si sente, a
cui la pioggia, il vento,
la terra, il sol,
non par che sieno cose
ch ’esso non sia,
cose amiche o nocive.
Invece all ’uom
qual realtà s ’impose,
nascendo, della
vita il sentimento.
X
E questo è il
lume che ci fa vedere,
sperduti su la
terra, il male e il bene:
la vostra
lanternuccia, onde a voi viene
l ’immaginario
bujo; esso di nere
ombre cinge il
breve àmbito in cui tiene
chiuse l ’anime
nostre prigioniere;
e noi dobbiam
quell ’ombre creder vere
fin tanto ch
’esso acceso si mantiene.
Ma, spento alfine
a un soffio, dopo il giorno
fumoso della
nostra illusïone,
ci accoglierà
perpetua la notte,
o resteremo
ancor, senza ritorno,
alla mercé dell
’essere che rotte
le vane forme
avrà della ragione?
- Dalla Nuova
Antologia, 16 Agosto 1910.
40. IL COMPITO
Il mio compito è
questo: di passare
per un uom
malinconico e pensoso,
un pescator che
non si dia riposo
nel pescar perle
nere in fondo al mare.
Or guaj se vengo
men presso la gente
a quel concetto
ch ’ella s ’è formato
di me, se come
già m ’ha immaginato
dimostro di non
esser veramente.
Spesso di molte
cose, oh tanto serie!
riderei, fino a
sgangherar la bocca.
Invece, pe ’l mio
compito, mi tocca
di sospirar coi
labbri in giú: - Miserie!...
- Dalla Nuova
Antologia, 16 Agosto 1910.
41. CONVERSANDO
Dunque la vita in fondo
stimate da lodare,
la macchina del mondo
ben congegnata, dottor mio, vi pare.
Sí, sí, non dico... Oh, specie certe scene
son fatte proprio bene.
Ho assistito a mirabili tramonti,
a
incantevoli aurore,
rider queste dai monti,
quelli infoscarsi ai limiti del mare.
E
che sbalzi di cuore!
Anzi talvolta quasi m ’è venuto
di battere le mani.
Poi mi son trattenuto.
Sarà lo stesso, sú per giú, dimani.
Questo il difetto, a parer mio, dottore:
poca varietà... sempre le stesse
cose... - e s ’annoja alfin lo spettatore.
- Dalla Nuova
Antologia, 16 Agosto 1910.
42. CONVERSANDO
E debbo proprio
crederci: non ha
amato mai,
neppure
in sogno? Che
peccato!
Mai, mai... Cosí
non sa
che cosa sia l
’amore.
Come? che dice?
il Fato?
No, via, le lasci
dir soltanto a noi
codeste brutte
parolacce oscure.
Ella, cosí
bellina...
Bellina, oh
questo poi
lo sa! Certo,
guardandosi allo specchio,
un birichin, non
visto demonietto
gliel ’avrà detto
- piano, in un orecchio,
ed ella avrà
sorriso...
No? Perché tien
cosí la testa china
e verso terra il
guardo cosí fiso?
Che improvviso
rossore!
Piange! Oh
guarda!E non sa
che cosa sia l
’amore...
- Dalla Nuova
Antologia, 16 Agosto 1910.
43. SVEGLIA
Guizzò la prima
rondine dal nido
sotto la mia
grondaja,
vibrando al cielo
il breve acuto strido;
e già ne strillan
cento in frotta gaja.
Filan gli aerei
stridi; intanto pare
che dai tetti
vicini,
salterellando,
col lor cianciugliare,
bézzichin l ’aria
i passeri piccini.
Giú, nel cortile,
ostinasi un galletto
nel suo verso
arrochito,
— Zitto, signor
Dovere, ho già capito:
è ora, è ora di
lasciare il letto.
- Dalla Nuova
Antologia, 16 Agosto 1910.
44. SETTEMBRE
Le speranze se ne
vanno
come rondini a
fin d ’anno:
torneranno?
Nel mio cor
vedovi e fidi
stanno ancora
appesi i nidi
che di gridi
già sonaron brevi
e gaj:
vaghe rondini, se
mai
con i raj
del mio Sole
tornerete,
le casucce vostre
liete
troverete.
Questa
poesia, trascritta e conservata
da un cognato dell
’Autore,è stata
pubblicata nela rivista
Il Dramma, Dicembre 1956
45. RITORNO
Ecco la casa
antica, ecco il terrazzo.
càssero d ’una
nave a cui volgea
prospera allora e
lieta la fortuna.
Ero ragazzo,
e di lí m
’affacciavo a rimirare,
con una vaga idea
del mondo e della
vita, a lungo il mare
e questa dolce
luna
che, come allora,
un palpito v ’accende
d ’innumeri
faville ed un solingo
grillo ne la
scogliera
desta, il cui
canto vince il borboglío
continuo di tutta
la riviera.
Ricordo che ogni
sera,
non certo questo,
un altro grillo, il mio
fantastico e
ramingo
spirito
richiamava a questa pace
un borgo
addormentato innanzi al mare,
dopo il fragore
assiduo del giorno,
del traffico
vorace
del molo là fitto
di navi e lungo
la spiaggia irta
di zolfo accatastato.
E sentivo il
conforto
che doveva venire
a quelle navi
dal lor sicuro
placido soggiorno
nell ’amplesso
del porto;
che lontano da
tutto e da me stesso
teneami allora un
’ansia smaniosa
d ’ignota attesa,
e incerta
mi sembrava e
precaria ogni cosa.
Oh tu che stavi
lí quasi ogni sera
curvo su la
ringhiera
di quel terrazzo,
guarda qui, su questo
balconcino
modesto
della casa
vicina, e ascolta il suono
della mia voce.
Non la riconosci?
Io son qua. Chi
sono?
Son questa mia
tristezza, ancora in piedi,
e affaticata e
rotta i sogni tuoi?
e tu, caro
ragazzo, tu che vuoi?
tu che guardi
costà la luna e il porto,
un ’ombra sei,
sei morto,
sei forse un
cencio appeso
all ’antica
ringhiera del terrazzo,
e di te morto in
me ben sento il peso.
Cresciuto è il
borgo e son compiute ormai
le due nuove
scogliere,
braccia protese
alle lontane genti
di tutte le
bandiere.
Quando su queste
desolate ardenti
sabbie sorgean
poche e modeste case,
e in mezzo al
viavai
di tanti carri,
dalla torre antica
usciano alla
fatica
i galeotti rasi,
trascinando
con stridor lungo
la catena a schiera;
e un banditore
all ’alba, ogni mattina,
fiero nel volto,
cotto
dal sole, alzava
a le mascelle vaste
la man villosa e
con stentorea voce
tre volte, urlava
il bando:
«O uomini di
mare,
venite a lavorare
alla marina!»;
e accorrean
tutti, scamiciati e scalzi,
alle stadere,
presso le cataste
di zolfo e, curvi
sotto
il giallo incarco
stridulo, nel mare
entravano,
vociando, in fila, e poi
cariche andavano
a vela oltre il porto
le spigonare
(vita e fatiche
di selvaggi eroi);
avea mio padre,
avventuroso e accorto
mercante, amica
la fortuna, e quante
venian di Francia
navi
e navi d
’Inghilterra,
tutte per lui se
ne partiano gravi
di zolfo o per
Levante
o verso
Gibilterra.
Cangiò fortuna.
Ed ora la ricchezza
altrui, di chi
gli fu minore, sembra
un’ingiuria al
caduto,
per quanto
vecchio, adatto ancor di membra,
il traffico
cresciuto
con torva
angoscia egli da lungi spia,
mentre la mamma
mia,
che fu sempre
signora,
pallida e curva
nella povertà
solo per lui s
’accora;
guarda la casa
accanto
dall ’aereo
terrazzo, ove felice
visse la
famigliuola,
ma serra in cuore
il pianto;
e sconsolata e
sola
neppur tra se con
un sospiro dice:
«Quando stavamo
là...».
Porto
Empedocle, Settembre 1910.
- Da Lirica,
Quaderni della poesia europea ed americana,
Genova, 4
Gennaio 1935
46. SENZA TITOLO
Sperate di
rimuovere ogni danno?
Credo nel vostro
ardore, amici. A un grido
vostro, tutti i
dolenti insorgeranno.
Non badate, vi
prego, se sorrido.
Penso, d
’autunno, quante foglie ho viste
levarsi a un
soffio d ’aria e poi pian piano
ricader lasse su
la terra triste.
Ma certo, un
soffio, giova; ancor che vano.
Le pagliuzze, i
relitti della via,
esposti alla
merce di chi cammina,
sogliono anch
’essi aver cosí nel mondo
il lor breve
momento d ’allegria;
quel soffio d
’aria. Spira, li mulina.
Pajon bambini che
fan girotondo.
Publicata
nella Riviera Ligure,
Giugno 1912, n. 6 e poi riveduta.
Si
riproduce il testo trovato fra le carte dell ’Autore
(copia dattilografata con una correzione autografa).
47. L ’ULTIMO
CAFFÈ
Non poter dormire,
pe ’ vecchi,
brutto segno
di morte vicina:
vuol dire
che il congegno
vitale si
scombina.
Solo
sul tetto
della vecchia
casa dirimpetto
esala un fumajolo
a spire
nell ’alba
umidiccia e
scialba
un lieve fumo.
Là dirimpetto
abita un buon
vecchietto
che certo è in
cucina
per il suo caffè.
(Vicina
la morte
a chi non può
dormire.)
Curvo sul fuoco
soffia il
vecchietto forte;
poi la bianca
tazza
solita
prepara: tre
pezzetti
di zucchero, che
amaro
gli sa sempre il
caffè.
Schizza faville
il fuoco.
(Vecchietto caro,
tu forse non m
’aspetti.
Tra poco
pur verrai con
me.)
Su la vasta
piazza
dorme ancor l
’ombra bassa;
qualche
mattiniero
nero
vi passa.
Languida qualche
stella
dal cielo
occhieggia ancora.
Salutan la
novella
squallida aurora
da presso e da
lontano
i galli. Eccolo:
dietro
il vetro
del balcon, pian
piano
ora
sorseggia il buon
vecchietto
caldo il suo
caffè.
Prima che tragga
il sorso,
vi soffia; chiude
gli occhi:
chi sa che mai
ricorda!
Forse gli
sciocchi
sogni di questa
notte.
Venivano
da bianche tombe
lontane
tante colombe
a frotte.
Di sotto il
guanciale
sguisciava una
serpetta
che gli dava un
morso
sul cuore
senza fargli
male.
Ancora, ancora un
sorso,
vecchietto, non
dar retta.
Perché ti guardi
attorno?
Silenzio. Batton
l ’ore.
Le cinque. Chi t
’aspetta?
È giorno, vedi? è
giorno
già chiaro.
Finisci il tuo
caffè.
(Poi, vecchietto
caro,
fa ’ cuore,
te ne verrai con me.)
- Queste due
liriche furono pubblicate nella Nuova Antologia del 1°
Gennaio 1934,a cura di Corrado Alvaro,
col titolo
Improvvisi e con l ’indicazione
delle date
approssimative: 1932-1933.
Furono
ristampate dopo la morte dell ’Autore
nell ’Almanacco
letterario 1938, Milano, Bompiani
48. IMPROVVISI
I
Chi dice che il
tempo passa?
Passa il tempo
che non è nulla.
Io ti vedo, Maria
Lembo,
come tu eri da
fanciulla,
col tuo abito
nuovo di faglia,
a righine bianche
e blu;
sotto l ’ali e le
ghirlande
di quel tuo
grande cappello di paglia,
vedi, il tempo
non passa piú.
M ’hanno detto
che sei morta;
ma eri vecchia e
poco importa;
sono anch ’io
vecchio, Maria,
ma ora son
giovine con te,
al Casino
Valadier,
sulla terrazza
che guarda Roma;
vuoi sapere dov
’è Tordinona,
Tordinona che piú
non c ’è:
eccola, dico, non
temere
che la zia ti
veda con me.
II
Vivo del sogno di
un ’ombra nell ’acqua:
ombra di rame
verdi, di case
giú capovolte, e
di nuovo nuvole.., e tremola
tutto: lo spigolo
bianco d ’un muro
nel cielo azzurro
abbagliante, una corda
che l
’attraversa, un fanale e il tronco
nero d ’un
albero, tagliato a mezzo
un foglio giallo
di carta che
galleggia...
Ombra nell ’acqua
- liquida città...
luminoso tremore,
vastità
il cielo chiaro,
verde verde verde
di foglie — tutto
par che vada e sta
e vive e non lo
sa;
non lo sa l
’acqua, non lo sanno gli alberi,
non lo sa il
cielo né le case... Solo
un pover’uomo lo
sa, che va
lungo l ’argine
triste
del canale. |