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da
Biblioteca
dei Classici Italiani
Da Vita Nuova, Firenze, 25 maggio 1890
Io non ti
prego, o vuoto cranio umano,
che il gran nodo mi voglia distrigar.
Follie d ’Amleto! Io sto co ’l Lenau: è vano
de la vita la Morte interrogar.
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A che avventarti questa malacia
che in van mi rode, in stolidi perché?
Non vo ’ sapere a qual mai uom tu sia
appartenuto - ora, appartieni a me.
Tu nulla forse m ’avresti insegnato
quando un cervel chiudevi ed un pensier;
ora m ’insegni a ridere del fato,
e a vivere la vita - unico ver.
Vogliam noi oggi, amico teschio, un poco
rifarci de le noje aspre del dí?
Io ho pensato di prenderci gioco...
Amico teschio, indovina di chi?
De la luna, di lei... Non ti se ’ accorto
ch ’ella ti fa da un pezzo l ’occhiolin?
Anch ’ella è morta, come tu sei morto,
e vi potreste intendere un pochin.
Quando sorge dai monti e le gioconde
acque del Reno incande e le città,
co ’l primo raggio suo ti circonfonde,
da la finestra, e a contemplarti sta.
Vogliamo la comedia de la vita
rappresentar stasera tutti e tre?
Io tu e la Luna (sarà presto uscita);
la miglior parte la riserbo a te.
Ho comprato una maschera di cera,
che un volto finge di donna gentil,
una parrucca che par chioma vera,
e velo nero d ’ordito sottil.
Vedrai bel gioco! Scambio de la Luna,
temo di te non m ’abbia a innamorar...
Tu sembrerai un ’andalusa bruna
a le carezze del raggio lunar.
E allora dal mio tavolin vicino
un bel canto d ’amore io comporrò;
e quindi a te, facendo un grave inchino,
al lume de la Luna il leggerò.
Tu certamente non me ’l loderai,
e allora io ti dirò con molto ardor:
“Bella fanciulla, che lode non dài,
lodi io non voglio, ma voglio il tuo cor”
Né sí, né no. Ma in questo caso, è noto,
val sí il tacere; ed io cadrò al tuo piè,
e ti dirò... Tu ridi, o teschio vuoto
che sciocca vita! io rido al par di te.
Bonn am Rhein, 1890.
Da Vita Nuova, 21 settembre 1890
I
ELEVAZIONE
Com ’aquile avvolgenti a
un brullo monte
corone ampie con l ’ali poderose,
larve di gloria in torno a la mia fronte
si raccolgon superbe, e scudo a l ’onte
mi son dei fati avversi e de l’irose
passïoni terrene ed altre cose
le virtú richiamando, accorte e pronte.
Fermo l ’animo a loro, io vo seguendo
questo acuto desio che mi conduce
de la ragione a le piú alte cime.
E con molto pensier, sereno, ascendo,
che d ’esser nato la perfetta luce
mi consoli sul vertice sublime.
II
DEPRESSIONE
Atomo
umano, enorme è la natura.
L ’esser t ’investe e ti trascina. Invano
contenerlo vorresti: ei non ti cura,
ei va per le sue vie, atomo umano.
Io piú sitir non vo ’ la sorte oscura
de l ’avvenire: come un uragano
nel passato ei rovesciasi e s ’oscura,
tutto vorando l ’esser nostro vano.
Spengonsi a lento ormai nei polsi bassi,
e nel cervel, cui fanno assedio i dubî,
le fantastiche febri del desio.
Atomo umano, guarda in ciel le nubi:
estraneo a tutto sei, estraneo passi.
Scenda pei sogni miei, scenda l ’oblio.
Dalla Nuova Antologia del 1° dicembre 1934. Già pubblicata nell ’Ariel.
Mastri
funaj, faccenda curïosa
la vostra: andar cosí sempre all ’indietro,
con quella fune che da la callosa
mano vi nasce; e non mutar mai metro.
Però, a pensarci, tutti quanti poi,
mordano i soli, piangano le lune,
modo diverso non teniam da voi:
facciam la vita come voi la fune.
La ruota, onde s ’attorce il non sicuro
fil che ci regge, è sempre nel passato;
e con le spalle andiam verso il futuro,
se nulla mai di antiveder ci è dato.
Mastri funaj, rapida troppo gira
la ruota mia, troppo s ’attorce questa
mia fune e troppo la mia man la tira.
Ne faccio un cappio e vi caccio la testa.
(1890)
Dal Tevere, 18 gennaio 1929. Già pubblicata nella
Vita Italiana , 16 luglio 1897.
E come in campo o per
sentieri schivi,
di tra le selci mal commesse, l ’erba
dunque sorgea per le tue vie? Dormivi,
tu Roma, allora, chiusa in te, superba,
e sol quei fili d ’erba erano vivi.
Dell ’alto sonno suo parea volesse
fruir la Terra; e già destava, sotto
le selci, le sue zolle a lungo oppresse
dal tramestío o del viver tuo trarotto.
Oggi, un fil d ’erba; doman, qui, la messe.
Altre città cosí, dove fermento
fu già di vita e allo splendor compagna
la gloria, si riprese ella: Agrigento!
Soli or due templi in mezzo alla campagna:
null ’altro. Alberi e zolle. Anima, il vento.
Ah, meglio, o Roma, se anche in te compiuto
la terra avesse l ’opera sua lenta!
Salve sol le rovine, e il resto un muto
campo! Meglio se fosse all ’aura intenta
un popolo di querci qui cresciuto!
Un popolo di nani ora t ’ha invasa
e profanata, osando, o Roma, dentro
il tuo grembo divino la sua casa,
covo d ’ignavia, erigere, e far centro
te d ’ogni sua miseria. E l ’erba ha rasa;
l ’erba che, mentre t ’obbliavi assorta
nel tuo gran sogno, timida spuntava;
l ’erba che certo non sarebbe corta
sempre rimasta al pari dell ’ignava
turba che la divelse. Ah, di te morta,
meglio le querci, o Roma, e il faggio e il pino
alto stormenti avrebber nella notte
favellato al commosso pellegrino,
sacri fantasmi suscitando a frotte
dal tuo mistero: bosco, tu, divino.
Ostia per voi, Ostia per voi, pezzenti
nani, bastava. La grandezza enorme
di Roma come non vi fe ’ sgomenti?
Sia della Terra la Città che dorme!
Un bosco. E sopra, l ’ala ampia dei venti.
Roma, 1890
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CANZONE DI FOLCHETTO DA
MARSIGLIA |
Da Folchetto, Roma, anno II, n. 3, 3 gennaio 1892,
con l ’indicazione: “Traduzione di luigi Pirandello”
(K. Bartsch Chrest. Prov. 121)
FRAMMENTO
E pur cantando m ’avvien
di pensare
quel che m ’ingegno cantando obliare;
e per ciò canto, che scordi il dolore
e il mal d’amore;
ma ahimè, piú canto e piú me ne sovviene,
però che al labro null ’altro mi viene
che suon di pene;
ond ’è, guardate, il vero, ed appar bene,
ch ’io porto, o Donna, in cor l ’effigie vostra,
la qual gastiga mia ragione e prostra.
Ma già che amor mi vuol tanto onorare,
ch ’entro del core mi fa voi portare,
di grazia, me ’l guardate da l ’ardore:
che ben maggiore
di voi timor, che non di me mi tiene.
Pensate, o Donna, il mio cor vi contiene,
se mal gli avviene,
dentro vi state, e soffrir vi conviene.
Fate però ciò ch ’util vi si mostra,
guardate il cor come la casa vostra.
Da Cenerentola, “Giornale pei fanciulli” diretto
da Luigi Capuana, Roma, anno I, n. 9, 12 febbraio 1893
Bum! Bum! Bum! Fuori
ragazzi!
Ecco in piazza i saltimbanchi!
Spiccan salti, lancian lazzi;
vien dal rider male ai fianchi.
Bum! Bum! tuona la grancassa,
la trombetta rauca strepe.
Ecco, fermasi chi passa,
altri accorrono e fan siepe.
A slargare il cerchio intorno
della banda il capo or gira,
suona in faccia a tutti un corno,
ed indietro ognun si tira.
Quella banda si compone
d ’un pagliaccio infarinato
con in testa un berrettone
bianco, lungo, acuminato;
d ’una donna macilente,
dalla strana acconciatura,
che con voce sonnolente
indovina la ventura;
v ’è un ragazzo capelluto,
che a far ridere si sforza;
ma il meschino è sordo e muto
saltator di prima forza,
Viene infin Lulú, ch ’è un cane
barboncin di buona scuola;
par che dica: “Oh Dio, c ’è pane?”
ma gli manca la parola.
Questa banda pel paese
già da un mese in giro va,
con la fame ell ’è alle prese
ma com ’andar via non sa.
È domenica. Ha piovuto,
e bagnata è ancor la piazza;
Roro, il bimbo capelluto,
e Lulú, cane di razza,
al comando del pagliaccio
spiccan salti in sú e in giú.
“Roro, lèvati su un braccio!
Lulú, opla! opla! sú”
Roro or via di tra ’ ginocchi
si fa uscir la testa; caccia
fuor la lingua, strizza gli occhi,
si contrae tutta la faccia.
Ognun ride, a ognun fa pena,
ma nessuno un soldo dà
a quel bravo Roro appena
col piattello in giro va.
Muto ei guarda quella gente
senza cuor, guarda la mano
tesa indarno, e mestamente
la reclina piano piano.
Dai balconi ah non scappate
anche voi, cari bambini!
Se v ’han fatto rider, date,
date un soldo a quei tapini!
Da La Riviera Ligure, Agosto 1905, . 73. Già
pubblicata nella Nazione Letteraria, giugno 1893, col
titolo Globo.
Ecco il globo: una palla
di cartone,
che gira attorno a un asse interno. Gira...
Tracciato di color varii, si mira
il confin proprio d ’ogni nazione.
Questo, l ’Oceano Atlantico; ed è mare
quanto azzurro si vede. Questa soma
di grinze qui, montagne: le Alpi. Roma
è questo punto che pare e non pare.
Chi lo direbbe a prima giunta? Eppure
vi son uomini grandi, anzi immortali,
in questo baloccuccio; grandi mali
e grandi beni e grandi affetti e cure...
Io però me lo tengo tra le mani,
e lo faccio girare con un dito.
Stupido giuoco! Lo facciam finito?
reparo il finimondo per dimani.
Dalla Nuova Antologia, 6 giugno 1933.
Ancora forse sul turbato
mare
scendon le nubi a sera, entran per gli ampî
veroni a illuminar le stanze i lampi,
e si vede la notte sussultare.
Forse fra le cataste alte del solfo,
ancora, al mite lume siderale,
su l ’arso lido strillan le cicale
ne la calma purissima del golfo.
Salpa da l ’intricato porto a sera
con flosce vele qualche nave, a lento,
mentre il faro s ’accende e nessun vento
spira su l ’acque e sale una preghiera.
Ancora queste cose io sento, io vedo,
come se m ’accogliesse non mutato
la vecchia casa ne l ’antico stato,
e tra la madre e la sorella io siedo.
Da questa casa tu, dolce sorella,
a nozze uscisti, ed or ne sei pur lunge...
Ora anche te forse un rimpianto punge!
Oh se insieme vi fossimo! Di quella
vecchia musica mesta ho tanta sete!
Tu suoneresti ne l ’attigua stanza,
io comporrei con l ’estro che m ’avanza
un canto smanïoso di quiete.
Secche son le mie labbra e gli occhi stanchi
di questa fiamma ond ’arsa, io temo, è già
tutta l ’anima mia, se piú non sa
quel che giovar le possa, o che le manchi.
Pianse la madre nel veder da fieri
desii condotto fuor del fido tetto
paterno il figlio; attese che l ’affetto
lo ritornasse a lei... Madre, e pur jeri
m ’animasti a fidar ne l ’avvenire...
“Resta lungi da me, figlio; non darti
alcun pensier di noi. Ben vorrei farti
contento, o figlio, a costo di morire!”
Io resterò cosí sempre lontano.
Troppo è il cor mio disajutato ormai.
Son caduto, son vinto. E non vedrai
che il sacrificio tuo, madre, fu invano.
Monte Cavo, 13 agosto l893.
Dalla Nuova Antologia del 1° dicembre 1934
(già pubblicata nella Rassegna settimanale universale
31 maggio 1896; in Psiche 1° settembre 1896.
A ciò che addietro nell
’andar ti lasci
non badi ancora, poi che ti concede
di guardar oltre il tempo e innanzi fasci
di speranze t ’accende, a cui tu miri.
Vai, cosí rischiarato, ove d ’un sogno
la tentatrice immagine t ’attiri
o lo sprone ti spinga d ’un bisogno,
e non ti senti la catena al piede.
Nulla intanto hai davanti: un ’ombra vana,
un inganno mutevole, una meta
che quanto piú t ’accosti, s ’allontana.
Ma non ancor per te scoccata è l ’ora
di volgerti a guardar dietro, nel breve
cammin percorso, e innanzi si colora
l ’avvenir tanto piú quanto piú lieve
è il passato che ancor non t’inquïeta.
Pur verrà giorno che ti sentirai
cosi forte chiamar dietro le spalle
donde non puoi far piú ritorno mai,
che per te diverrà fievole, muto
ciò che innanzi t ’invita, e da te stesso
a guardar ti porrai quanto hai perduto.
Le rose che ti risero da presso
e non curasti, ecco or lontane e gialle.
E con le terga ormai verso il futuro
e gli occhi assorti nel cammin percorso
andrai, men lieto quanto piú sicuro,
riallacciando ognor piú da lontano
le fila che correndo avrai lasciate
sospese, fino a che non apra il piano
d ’improvviso una fossa alle gravate
membra, e insieme al rimpianto od al rimorso.
(1893)
Dalla Nuova Antologia, 1° marzo 1907. Già apparsa
nel giornale Folchetto, Roma, a. IV, 25 marzo 1894.
Che m ’avviene?
Io piú libero stamane
il respir traggo: perché?
ed al piè non mi sento piú catene.
Che m ’avviene?
Senti? Suonan le campane...
Forse è tutta imbandierata
la città...
Dalla chiusa austerità
delle antiche esauste vene
oggi forse innamorata
sorge Roma a nuova età.
Sia gajezza in tutti i cuori:
calde, franche, gioviali
per le vie suonin parole:
si spalanchin tutte al sole
le finestre ed abbian fiori
su i lucenti davanzali.
Si, lo so: va tutto a rotoli;
senza fede né dottrina,
sotto un vacuo od irto nome,
i pensier nostri slegati
s ’avviluppano coi fati
che stan come
nembi sopra una rovina.
Dove io vada?
Non lo so.
Vado dove la mia sorte
mi conduce.
Senza luce
corro anch ’io verso la morte.
Ci sarà per la mia strada
una fossa in cui cadrò.
Sí, lo so - ma di pensare
non ho tempo, oggi, né voglia:
un inganno ancor germoglia
nel mio cuore, e voglio amare,
voglio ridere, scherzare.
In continui, vaghi errori,
finché sotto il càuto piede
non mi cede
la malferma terra, vo ’
di quest ’aura inebriarmi,
consolarmi
d ’esser nato a questa vita.
Primavera sia fiorita
quando alfin giú me n ’andrò,
perch ’io possa,
nel cader, baciare i fiori
che celavanmi la fossa.
Da Folchetto, anno IV, n. 240, 31 agosto 1894.
I
Lunga speranza e
desiderii brevi...
la catena, perché? Troppo gravate
portiam le membra di catene: lievi
ci sieno almen le poche gioje. Fate,
donne giovani e belle e innamorate,
solo a modo d ’un uom che tutte v ’ama:
in questa vita breve lunga brama
non nudrite giammai, né vi legate.
Noi sempre andiamo perseguendo un bene
che dai nostri desiri in fuga è volto;
ma trista veramente chi l ’ottiene!
Cogliendo fiori di molti sentieri
corriam la vita! E voi datemi ascolto,
che questi son consigli sani e veri.
II
Io vorrei che le donne graziose
fossero come i fiori d ’un giardino.
Io me n ’andrei tra le animate rose,
cantando pei viali ogni mattino;
tra lor m ’adagerei pianin pianino,
me le vedrei d ’attorno, in su lo stelo
chine vêr me, parlarmi davvicino,
e sarei pago del lor dolce anelo.
Poi tutte, ad una ad una, io le côrrei;
mi starebbe ciascuna un dí sul seno,
a godersi i miei baci e i sospir miei.
Oppur nessuna ne vorrei toccare;
vorrei, senza succhiar miele o veleno,
il profumo aspirarne, ed oltre andare.
Da Folchetto, anno IV, n. 274, 4 ottobre 1894.
L
’ho presente ancor: chiamavasi
Mariandin Gogò, buffone,
come ei dir solea “per ferrea
volontà della nazione”.
Magro egli era e lungo; in aria
il suo crine aureo, ricciuto
si spandea con arte; vitreo
avea l ’occhio e il piglio arguto.
Ma la bocca, usa a sorridere,
d ’un anello era piú stretta:
perle, i denti; labbra rosee...
ah, la bocca era perfetta!
E da lei come l ’eloquio
dolcemente ognor fluía!
Induceva al caldo plauso
qual per forza di malía.
Però avea per braccia pertiche.
e le spalle anguste tanto,
che il crin d ’oro sparso in aria
le avanzava d ’ogni canto.
Mariandin al colto publico
presentava un can birbone
o Borbon, barbon che dicasi,
“nato cane in Albione”.
Rispondea la vecchia bestia
al bel nome di Lulú
e Gogò narrava ai popoli
della terra, come fu
ch ’ei se l ’ebbe: - Un dí ridottomi
là sú a Londra, la città
ove, è noto, ha casa propria
la signora Civiltà;
la città pei cui lunghissimi
corsi molto calpestati
puoi vedere in maggior numero
cani e cagne ammaestrati;
una vecchia magra, nivea
Miss, che stava a la finestra,
mi fe ’ cenno, ma ben cauta,
che salissi. Era maestra
di
non so che, di proverbii:
la sapeane senza fine,
e vivea forse imboccandoli
ai bambini, a le bambine.
Io salii. Picchiai. La nivea
Miss m ’accolse freddamente,
e m ’offri Lulú, squadrandomi
di su i cerchi della lente
“Mariandin Gogò, prendetelo;
questo è cane molto ardito;
molto io l ’amo; ho torto! Dandogli,
come faccio, il ben servito,
ahi, mi sgorgano due lacrime
(ecco, sgorgano, vedete?)
sú dal cuor! Ma è necessario
che se ’n vada: or sú, prendete!
La decenza inglese vietami
ch ’io lo tenga, amico mio,
per de l ’altro in casa. È orribile,
ma che far, che far poss ’io,
s ’egli ha osato - horresco referens!
(che vuol dir che mi fa orrore) -
abbajar ne la Basilica
di San Paolo a un buon pastore,
e le falde del soprabito
addentare al piú famoso
tra la schiera dei filosofi?...
E altro ha osato, ch ’io non oso
di ridir, ma figuratevi
Mariandin, ch ’ei, cane inglese,
osò dietro a cagna correre,
pfui! cattolica, irlandese...
Sú, sú, via Gogò, prendetelo!
Là giú in Francia ve ’l portate.
Quello è il suo paese! In libero
modo lí lo ammaestrate;
quando poi, piú giú, in Italia
voi sarete di ritorno,
ai tedeschi biondi e ceruli
lo mostrate. E addio. Buon giorno.”
Io, con questo directorium,
non so ben che dir volesse
quella Miss vecchia, magrissima;
ma che il cane l ’intendesse,
sospettai, sospetto. Dubbio
non v ’ha certo, che la Francia
Lulú amò, quanto può bestia
che possegga buona pancia;
ragion anzi ho ben di credere,
ch ’egli l ’ami ancora, il boja...
Lo sapeste, qui in Italia,
Lulú mio come s ’annoja!
Io presento solo a titolo
d ’assai raro non so che
questo cane malinconico
come un vecchio e nobil re.
Però che, per mia disgrazia,
da tant ’anni che l ’ho a mano,
ei, com ’usa la sua patria,
non sa far che l ’indiano.
Né con lui posso permettermi
scherzo alcuno eccetto questo,
che per altro è innocentissimo:
di posargli - col pretesto
ch ’io far debbo il giro a mungervi
qualche spicciolo - il berretto
di buffone in capo. Ei guardami,
e par dica: “Tel permetto.,
ma il perché vo ’ che tu sappia:
perché in cuore io son francese,
e la grande arte di vivere
ho imparato in quel paese.”
Da La lettura, novembre 1901.
I
Io
mi sento guardato da le stelle
e questa notte non posso dormire.
Mi par che qualche cosa esse, sorelle
maggiori, a questa terra voglian dire.
O sorgive di luci, la parola,
la parola tremenda del mistero
ditela a una vegliante anima sola
perduta in mezzo al vostro cielo nero.
II
So che dovrei di ciò ch ’è in terra solo
occupar la mia mente e i desir miei;
ma tu piú forte d ’ogni intento sei,
ciel che l ’anima mia rapisci a volo.
Tutte le fonti della vita insieme
non avran mai poter di saziare
l ’ardentissima sete, e sempre amare
avrò le labbra e vigile la speme,
ben che ognora delusa. O di basalto
funebre cielo, invano ti martella
il mio pensiero; invano si ribella
in terra, invano si rifugia in alto.
È l ’antica paura, è l ’appassito
istinto della fede, o questa nuova
smania, alla quale nessun tetto giova,
che mi spinge a cercar nell ’infinito?
Io di qua giú, di questa terra breve,
di cui ben sento la viltà dinnanti
a te, che cerco? - Un suon di chiari canti
dal bujo vien della vicina pieve.
Si prega lí, si prega per la vita
e per la morte: ardon votivi ceri
su un altar ben parato e gl ’incensieri
fuman sotto un ’imagine scolpita.
A chi mentí la vita, a chi la terra
non concesse una sola primavera,
a chi riposo non cercò la sera,
ma il tempo, senza tregua, o insidie o guerra,
tu solamente, o ignoto ciel, rimani;
e a te su i sassi della terra infida
ogni dolore s ’inginocchia e grida:
lacriman gli occhi e tremano le mani.
III
Alla porta del sogno in cui, riparo
a gli amor miei cercando, mi son chiuso,
siccome in un castello aurato e chiaro
qual le fate inalzarne aveano in uso,
batton le cure pallide, impedite
le membra da un intrico di catene;
“Il mondo ti reclama: apri. L ’immite
ora ti vieta un solitario bene”;
batton, pregando esaudimento, i brevi
desiderî, e tentandomi: «È qua giú
la tua radice: se per lei non bevi,
cadrà la cima ove t ’annidi tu»;
e batton i bisogni, delle cure
ancor piú schiavi: «Apri: sfuggir non puoi
al comun fato. Giú, folle, tu pure,
la tua catena a trascinar fra noi ».
IV
Le
leggi a un palmo qui dal fango stanno:
corde livellatrici, a cui chi striscia
sfugge sotto e da cui chi non è biscia
ha d ’inutili ceppi iroso affanno.
E neppur un capel torcono ai nani.
Il nano passa lieto: dalla rete
nelle sue voglie sobrïe, discrete,
si tien protetto e si frega le mani.
Or se con strappo di possente piede
non ti sgombri il cammino alla piú lesta,
o tu ti pieghi o mozza avrai la testa:
altrimenti qua giú non si procede.
Non tollerano ponti solo i mari;
su l ’alpe eccelsa non s ’erigon case,
o dalle nevi seppellite o rase
sono dalle tempeste aquilonari.
V
L
’anima or segue nella notte il fiume
che dal grembo di Roma già silente,
siccome enorme placido serpente,
svolgesi della Luna al freddo lume.
Chiama da lungi con assidua voce
il tenebroso palpitante mare;
l ’anima pensa al vano suo passare,
s ’affretta il fiume alla solvente foce.
Dalla Gazzetta letteraria, 12 gennaio 1895, colo
sottotitolo: Labirinto. – Intermezzo.
Provar per ogni via
come la nostra vita a caso sia.
I
Mi trovo qui per caso,
di passaggio.
Vi starò quanto men vi potrò stare.
Non che m ’annoj, tutt ’altro! Anzi il viaggio
m ’ha divertito. Ma è pur forza andare.
Dormia, venendo, io dico, e che perciò
che modo per venire e che via tenni
e donde sia venuto ora non so.
Ma poco importa: da una parte venni.
Dove andrò? Non lo so... Ahi, neppur questo!
Ma poco importa: andrò dove che sia.
Quel che piú val è che si faccia presto:
guardarsi attorno, e scegliersi una via.
II
Facile a dire,
scegliersi una via!
Di vie, ce ne son tante qui. Però
quale sarà la mia?
E come farmi un qualche itinerario,
se finora non so
perché venni, onde venni, dove andrò?
Son cose che si sanno d ’ordinario,
quando per un viaggio ci s ’avvia.
III
Mettiti a
camminare,
va’ dove il piè ti porta,
piglia la via piú corta
e piú non dimandare.
Andar dove che sia,
nel dubbio della sorte,
andar verso la morte
per un’ignota via:
ecco il destino. E dunque
fa’ quel che far si deve.
Procura che sia breve.
Tanto, è lo stesso ovunque.
IV
Concepito ho il
grave dubbio,
ch ’ io sia solo a non capire
la mia sorte in mezzo agli uomini...
Certa gente fa stupire!
Non può credersi, guardandola,
che non sia convinta a pieno,
che bisogna restar bestie
per tirare in pace, almeno...
Io mi perdo in vuote indagini
e dimentico la via...
Che la stoffa in me, Dio liberi,
d ’un filosofo ci sia?
V
Vuoi tu ch ’io
venga teco ove tu vai?
Triste andar soli, estranei, senza mèta...
Il tempo, innanzi a me, non si concreta
in un desio che i piè mi muova. Andai
finora invan; vuoi tu ch ’io venga teco?
vuoi tu ch ’io segua un tratto il tuo cammino?
tu l ’arbitra sarai del mio destino.
io ti verrò dappresso come un cieco.
Oh amore, oh dolce errore! Al mesto invito,
mi porse ella una man, senza far motto.
Di qua, di là la Bella m ’ha condotto.
poi m ’ha lasciato, ed io mi son smarrito...
VI
Smarrito,
smarrito... A guardare
mi sto la gente che viene e che va.
Trascinami l ’onda, e a virare
di qua mi passa, perplesso, e di là.
Ma par che ognuno sicuro se ’n vada
ad una meta sicura laggiú...
Vi sono forse lí in fondo a la strada?
E ci si va per non sorger mai piú?
VII
Ora ho chiesto a
piú d ’un savio
pe ‘l mio mal qualche consiglio.
M ’intronarono di chiacchiere
molti, ed un mi disse: “Figlio,
che ho da dirti? È bene fingerci
qualche cosa innanzi a noi
che ci faccia andar, fantasima
o fantoccio, è uguale! E poi....
poi raggiungerlo. È ne l ’ansia
del raggiungere la vita.
Ché il fantoccio cangia immagine
spesso, appena è tra le dita".
VIII
Chi sa, forse per
di là
potrò giungere alla fine;
o di qua, forse... chi sa!
Quanti sassi, quante spine,
quanti fanno al par di me!
Ci arrestiamo a mezza via,
non sappiam bene perché,
nel timore che non sia
la via giusta: e mai cosí
a destin non si perviene,
camminando notte e dí
il perché non si sa bene;
ma è cosí...
Da Natura ed Arte, anno V, fascicolo XIII, 1°
giugno con l ’indicazione: Labirinto, Lib. IV, “Auspicî”.
Vedi tu come, non ancor
dal fumo
dei pensieri il cervello annebbiato,
al tuo spirito (l ’alba t ’ha destato)
io vita, io mondo un altro aspetto assumo?
Ti parlerò meglio all’aperto: vieni!
fuori le porte de l’a te funesta
città! Slarga il tuo petto intanto a questa
aura ristoratrice. Ecco i miei beni:
l ’aria, il verde, la luce... non le case
degli uomini ammucchiate! non le oscure
chiese, o le sedi socïali impure,
d ’ogni viltà, d ’ogni miseria invase!
Ben venga a te, che questa mane, avanti
che il sol nascesse, abbandonavi il letto;
e fuori or vieni insolito diletto
a trâr da me, come da strani incanti.
Guarda! Nel sogno de la terra assorti,
sorgono a l ’aria gli alberi: li scuote
invano il vento, invano li percuote
la pioggia... Forte, come lor son forti,
non sei tu in me! Nel grembo mio profondo
stendi le tue radici. Tu potrai
vivermi sempre, non morir giammai,
abbracciar tutto e divenire il mondo!
Non tendi a questo? Gli alberi tue membra
saran; la terra, il corpo; in ogni fiume
le tue vene, il tuo spirito nel lume
del dí vedrai... Già divenir ti sembra
quel che vedi... Lo senti? Orbene, questo
che tu senti son io: sono te stesso;
di me tu vivi, io di te vivo. Adesso
ritorna in mezzo agli uomini modesto,
ne la città rientra. Primavera
nuova presto verrà. Bisbiglia intanto
a chi ti passa triste e fosco a canto,
come un augurio, ne l ’orecchio: - Spera.
Da Roma letteraria, anno III, n. 19, 10 con l
’indicazione: Labirinto, Lib. I. Tarlo antico.
Concreta, esprimi il tuo
desio: che vuoi?
— Nulla! — E la pace tuttavia ti manca...
Perché pace non hai? — L ’anima è stanca! —
Stanca di che? di che soffrir tu puoi?
Non della vita: tu non vivi — guardi
la vita, e indaghi: ecco il tuo mal! Bisogna
non indagar; ma oprar, vivere. Sogna
altri rimedî la tua mente? È tardi,
è tardi, e invano! Tu non guarirai.
Ama, lavora, se già cener tutto
il tuo cuore non è. Giú, giú nel flutto...
Perché a guardarlo dalla sponda stai?
Torbido è il flutto, è vero; e molti, oh molti
in esso si dibattono, e già stanno
per finir senz ’ajuto; ahi, piú non hanno
lena, li vedi? Oh disperati volti!
Salva, se puoi, qualcuno! Ajuta! ajuta!
Cerchi uno scopo? Or questo sia lo scopo!
Cessa dal vano dimandare: — E dopo? —
Con lor perisci, e sia l ’inchiesta muta...
Da Noi e il mondo, 1° gennaio 1914. Già pubblicato
nella Critica diretta da Gino Monaldi, il 29 ottobre
1895.
E al fine, eccomi in
porto. Ancor mi resta
negli occhi uno stupor truce, una truce
visione, il terror de la tempesta;
ma svaniran ne la tranquilla luce.
È certo, intanto, che son salvo, in porto.
Logorato, ma salvo. Arida sponda
e inamabile è questa; è vero: morto
però a lei mi potea trascinar l ’onda.
Tutto il tesor che meco avea l ’ha il mare.
E pur travolta giacque la persona
piú cara a me, né la potei salvare:
ombra mi seguirà che non perdona.
Ma vinsi la tempesta e in porto or sono;
so la fortuna del viaggio fosco.
signor di me, non fo di me piú dono,
e la mia fredda volontà conosco.
Da La Critica diretta da Gino Monaldi, il 28
dicembre 1895.
La
memoranda notte è ormai vicina
e mi risuona ancora negli orecchi,
eco gentil dell ’età mia bambina,
la voce de ’ miei vecchi:
“Candido, roseo e biondo
come, nato da giorni, eri anche tu,
vien questa notte al mondo
il Bambino Gesú!”
Ogn ’anno, ogn ’anno, in questo freddo mese,
per quanto stanca, l ’anima risogna
la festa che a Gesú fa il mio paese.
Già suona la zampogna...
Ah, che profonda, arcana
malinconia, che nostalgia m ’assal
della casa lontana,
del villaggio natal!
Rigide sere della pia novena
in cui, sur ogni piazza, in ogni via,
fiamman, fuochi gregal, fasci d ’avena;
mentre la litania
il vicinato intuona
raccolto innanzi a un rustico altarin,
e la zampogna suona,
tintinna l ’acciarin.
Ed io, fanciullo, a la finestra dietro
me ne stavo, e schiarendo con un dito
timidamente l ’appannato vetro,
rimiravo smarrito,
in un ’ansia segreta,
se in quella notte piena di mister
la fulgida cometa
apparisse davver...
E dubitavo allora, e ho dubitato
sempre, dappoi. S ’inaridí l ’istinto
della fede nel cuore: errai bendato
per questo labirinto
della vita mortale,
e te pure chiamai causa, Gesú,
d ’una parte del male
che si soffre quaggiú.
Ma santa adesso appar la tua follia
anche al mio sguardo, o dolce redentore.
E torna, io prego, a noi, torna, Messia,
a predicar l ’amor;
torna con la man pura
a battere alle porte infime ancor,
dove una gente oscura
di fame e freddo muor!
Altri, del rosso tuo mantello avvolto,
d ’odio nudrendo la gentil parola,
batte alle oscure case, e infosca il volto
de la miseria. Vola
il grido della guerra...
Pace tu sei, Gesú, tu sei pietà:
torna a rifare in terra d ’amor la carità.
Da La Critica diretta da Gino Monaldi, il 28 marzo
1896, a firma “Paulo Post”.
Serva sua, serva sua,
Signora Gallia!
Vengo ad infastidirla un ’altra volta...
È vero sí che Lei neppur mi pallia
il mal garbo con cui m ’ha sempre accolta
con qualche scusa, o d ’un dolor di capo
o che so io; ma non importa: ho molta
pazïenza, e poi L ’amo. E a Lei daccapo
eccomi, per saper come dovrei
vestir, l ’estate prossima. Mi scapo,
creda, a trovar da me; ma i gusti miei
son cosí schiavi ormai de ’ Suoi, che niente
piú mi contenta, se non vien da Lei.
Vani quest ’ occhi son senza la lente
ch ’Ella mi presta, e solo mi par bello
quel che Lei come tal m ’indica e sente.
Basta Signora Gallia, per modello
mi vorrebbe inviar qualche Sua vesta
smessa, d ’estate, e dirmi che cappello
ai bagni e in villa ho da portare in testa?
P.S.
Signora Gallia mia, me ne scordavo!
I libri... dica, che libri mi dà
da leggere? Il D ’Annunzio è dunque un bravo
romanziere? Ho di lui, la scorsa està,
letto un libro, che Lei, tanto cortese,
mi tradusse, quantunque per metà
(dicon almen) composto ei l ’abbia a spese
di Lei. Se è vero, l ’amo tanto piú,
quanto che or lo conosco esser francese.
Gli altri sono lo stesso, sú per giú:
tutti da Lei derivano, e per ciò
non val la pena che ci perda su
tempo, poiché li ho letti e già li so
nel testo. E dica, son di moda ancora
i romanzieri russi e l’Ibsen? Ho
quest ’ultimo in grand ’odio: ahimè, m ’accora
senza diletto alcun; ma, se a Lei piace,
pazienza, io l ’applaudo e alla buon’ora!
Verlaine è morto, e non mi so dar pace.
Condoglianze! La musa ora da balia
faccia al mio Mallarmé che troppo tace.
E Lei mi creda la Sua serva “Italia”.
(Paulo Post)
Dalla Rassegna settimanale universale, anno I, n.
15, 12 aprile 1896.
Mi
par che tutto or sia cangiato intorno;
mi rende estraneo tanta meraviglia...
Nel passato ancor l ’anima s ’impiglia,
e guarda come da un lontano giorno.
Sempre amai questo lago or fosco ed ora
morbido, come azzurro vel di seta.
Oggi triste è la vita; doman, lieta;
e tutto è qui, tutto com ’era e ancora
sarà, per sempre. Ecco un battello pieno
d ’allegra gente in su l ’aperta tolda.
Ecco, a la gente piace ancor Valsolda
e Val d ’Intelvi e l ’Orrido d ’Osteno.
Già di porpora il sol veste le spalle
dei monti attorno; ai declinanti raggi
ridon tra il verde gli umili villaggi
del monte Bre, de la quieta valle
del Cassarate. Razzano da lunge,
qual per interno incendio, le finestre
fiorite, e giú da l ’oratorio alpestre,
da le chiesette intorno al lago giunge
il suon de l’Ave. Oh dolce di mia madre
preghiera antica! oh madre! Or l ’ombra scende
sul vaporoso lago, e insiem le orrende
cure scendon con lei, scendon le ladre
del sonno e de la pace. Ahi, su me pesa,
ombra tremenda, il tempo! E al mio pensiero
sta innanzi l ’avvenir qual freddo e nero
antro in cui, quasi ingorda belva presa
da fiere doglie dopo un sanguinoso
pasto, un rimorso sempre piú mi cacci.
E, quivi dentro, a me certo altri lacci
son tesi! Io non avrò giammai riposo.
Da Roma letteraria, anno IV, n. 16, 25 agosto 1896
con l ’indicazione: Labirinto, Lib. I, Tarlo antico.
Forse perché lo guardo
da una faccia
che piange; n ’ha poi tante, e non è brutto
né bello, per se stesso: è il mondo, e tutto
dipende da qual parte ognun si faccia
a contemplarlo. È ver che a me giammai
non rise; ma vi son pur tanti, ai quali
ride spesso e nasconde i propri mali.
Io con l ’occhio malevolo il guardai
sempre, da che son nato. Or ne la vista
delle cose vorrei dimenticare
me stesso, il pensier mio; vorrei lavare
d ’ogni memoria in lei l ’anima trista.
Del proprio sogno uscir non è concesso.
Chi l ’ombre al sogno appresta? Ognuno sotto
un vario inganno aggirasi: io vi lotto
contro i fantasmi miei, contro me stesso.
Dal Marzocco, 29 novembre 1896, con l
’indicazione: Labirinto, Lib. IV, “Auspicî”.
Di questo pan che tolgo
a la mia mensa
tu dunque t ’accontenti? Io dar ti posso
ben altro: avrai quanto la mia dispensa
può darti. Vieni! Non guardarti addosso
i panni: ti vergogni? Entra con me:
siedi a la mensa mia! Saranno lieti
di provar le tue scarpe i miei tappeti...
Credi ch ’io voglia ridermi di te?
È troppo, dici. È vero, è troppo. Tu
non chiedi tanto, e non avresti mai
battuto a la mia porta, se da piú
giorni il lavor non ti mancasse ormai.
Io forse non so far la carità.
Ma non intendo offendere il pudore
de la miseria tua. Vorrei, col cuore
su le labbra, parlar di povertà,
conversar teco... Vuoi? Fra tanto insieme
desineremo: non ti guarderò,
tu mangia come sai. Quel che mi preme
di sapere è ben altro, e lo saprò
da le tue labbra. Vicolo e stamberga
ov ’abiti, m ’imagino: migliori
stalle han certo i cavalli dei signori:
la fame e il freddo la tua stanza alberga.
Tu scuoti il capo e guardi intorno. Ammiri
le lampade, le tende, la mobilia
e la mensa imbandita; poi rigiri
su me lo sguardo, e l ’occhio tuo s ’umilia
quasi istintivamente... Ma è cosí
ch ’io di te son piú povero! M ’ascolta:
tu non saprai comprendermi; ma è stolta
l’umiltà tua per questo lusso qui.
È vero, è ver: qui il freddo de l ’inverno
non entra: il fuoco arde da mane a sera;
ma un freddo tu non senti, un gelo interno
qui, tra questo tepor di primavera?
Hai un ’anima tu pure? Ebbene, io l ’ho
assiderata! Ahimè, per quanto foco
rifaccia nel camin, dentro alcun poco
venirmene o fratel, giammai non può.
Non vien da me, dal mio lavoro, questa
ricchezza che tu vedi. Il mio lavoro
senza compenso e quasi ignoto resta.
Ah, mi parrebbe un piccolo tesoro
quel che dai tuoi sudor ricavi tu,
se basta a farti vivere, anche male;
mentr ’io qui, senza questa abituale
ricchezza, non saprei vivere piú.
E a te riscalda l ’anima una fede,
ch ’io non discuterò. Vivo lontano
io d ’ogni fede e d ’ogni lotta. Vede
l ’anima mia forse tropp ’oltre? In vano
cosí l ’una che l ’altra alfin sarà...
Ma tu lotta, n ’hai dritto; avrai dimane
meno squallida casa e miglior pane...
Sarai pago? Oh no, mai! Ma non avrà
pace né tregua l ’anima dell ’uomo.
La lotta è oblio de ’ suoi tormenti veri.
Or la reggia ei rovescia e insieme il duomo,
diman rovescerà quello che jeri
edificò con tanto amor; finché
non chiuderà per sempre l ’ideale,
in grembo della morte ultima l ’ale,
ignoto all ’uomo e forse ignoto a sé.
Dal Marzocco, 18 giugno 1899, e da Noi e il
mondo, 1° gennaio 1914.
Tu che intender mi puoi, leggi e perdona
I
Intenderà, pensavo; oggi
o dimani
intenderà: dietro il mio breve addio
la porta chiuderà con le sue mani.
Non staran certo eternamente assorte
l ’anime nostre nel primo desio,
mute a vegliar di questo amor la morte.
Forse la spingerà l ’ombra che lenta
avanza, sotto i nostri occhi, sul suolo,
o la fontana che giú si lamenta,
o qualche mio sospir non ben represso,
o il batter tetro del mio vecchio oriuolo,
la memoria d ’un favor concesso.
La porta chiuderà con le sue mani.
II
E le parlai cosi,
piú d ’una volta:
Meglio che tu mi lasci al mio destino.
Misera meco non ti voglio. Ascolta.
Solo io prosegua il mio triste cammino.
Innanzi agli occhi miei pose la sorte
una meta lontana e tutta avvolta
di nebbie sí, che insidia par di morte.
Tra i dubbî or tu del mio sentier malfido
certo venir non puoi: tu, cosí fina
e candida, lasciare il tuo bel nido...
Piangi? Ebben, piangi. Io non dirò: Cammina!
III
Pur tu mi segui ancora, ombra dolente.
L ’oscura soglia dell ’oblio varcare
dunque non vuoi con le memorie care,
e sempre e ovunque mi starai presente?
Se di te la memoria affligger tanto
mi deve, ah meglio è forse ch ’io ritorni
teco a soffrir l ’antica pena e i giorni
stanchi e il tuo chiuso inconsolabil pianto.
E non piú questo avido assedio muto
di un ’ombra che mi spia, che tutto vede
entro di me pria ch ’io lo senta e chiede
di perpetuo compianto al cor tributo.
IV
Se con mano
tremante (e già la mano
al pensiero mi trema) alla tua porta
battessi e all ’improvviso, aprendo piano,
tu mi vedessi innanzi a te nel vano
della soglia - stupita, incerta, smorta!
Odo del tuo stupore il grido: acuto,
breve. Degli occhi tuoi vedo lo sguardo
e il tremor delle labbra. Qual saluto
ti porgerei? Restar potessi muto!
e tu potessi intendere com ’ardo...
Come immemore tu dell ’abbandono
parlar dovresti, qual chi indulga. Intento
io rifarei l ’amor seguendo il suono
della tua voce. Tacito al perdono
risponderebbe certo il pentimento.
No, non verrò. Nel pallido tuo seno
è pure un cuore come il mio che geme,
un cuor che brama di lagnarsi, pieno
di lagrime, d ’angoscia, di veleno.
Verrei per tormentarci ancora insieme?
V
Quand ’io tornai
d ’un altro amor già stanco
a lei che m ’attendea presaga e sola,
muto dinnanzi le restai, ma franco
fu quel silenzio, piú d ’ogni parola.
“Finalmente ritorni!” ella mi disse.
“Neppur m ’hai dato annunzio del ritorno...”
E su me le pupille intense e fisse
tenea nell’ombra. Già moriva il giorno
Ah come intanto mi stringea la mano!
D ’assedio m ’opprimean tutti i suoi sensi
spiandomi. - “Non parli?” - E invano,
invano di parlar mi sforzavo. - “A che mai pensi?”
Ed io pensavo. Ancora non le ho detto
la parola che attende. È come morta
la mia man nella sua, morto nel petto
il mio cuore per lei. Non se n ’è accorta?
Mi cinse a un tratto il collo, lievemente.
“Perché non m ’ami piú, perché?” - mi chiese.
Ed alitarmi in volto la dolente
voce sentii. Non pianse ella: mi prese
la testa e su le labbra arse la mia
bocca si strinse a lungo, a lungo, forte...
Ah, niun può dir che cosa atroce sia
baciar chi brucia, con le labbra morte!
VI
Accendi il lume
nella stanza triste;
alle finestre il ciel grigio s ’oscura.
O con piacer la tua mestizia assiste
al morire del dí? Non hai paura?
Sei sola. L ’ombra già t ’avvolge densa.
Chi parla a te da un tempo ormai lontano?
lo t ’ho ingannata e abbandonata... Pensa
forse a questo il tuo cuor? Tu piangi invano.
Nulla io dar ti potea, piú nulla; e un bene
fu per te certo il mio tardo abbandono.
Tienti come uno scampo a ree catene
questo dolor: concedi a me perdono.
Senti quanta tristezza è nel cor mio?
Vedi in che notte il mio spirito è avvolto?
Libera sei! Ch ’hai tu perduto? Oblio
stendi su un sogno che sta ben sepolto.
Da La vita letteraria, Roma, anno IV, n. 7, 22
febbraio 1907.
Di queste azzurre
argille, alberi, sono
come voi, figlio e tutti qua mi siete
dunque fratelli. Ma, tra voi, di piú
uno; ed è questo mandorlo che il giorno
stesso in cui nacqui fu piantato. Giace
sotterra, ischeletrita ora, la mano
che lo piantò. La vedo ancora, scabra
mano terrosa, tremula nel gesto
con cui te prima, o mandorlo fratello,
m ’additò. L ’amoroso ammonimento
che mi parve di scorgere in quel gesto
ancor pena mi dà, mi darà sempre.
“Vedi, - la man diceami, - con che fresco
rigòglio questo mandorlo la vita
al sole, all ’aura spande? Se con noi
fossi tu qui rimasto, rigoglioso
al par saresti e, come sul tramonto
si raccolgono in esso a far sbaldore
cince e fringuelli, tanti gaj pensieri
in cuor ti canterebbero. Qui frutto
divien quasi ogni fior; ma, sorta appena,
ogni speranza tua cade e si perde.” -
È vero; è peggio anzi ora: un nudo tronco
screpolato or son io: piante sorelle,
consolatemi voi! Foglie non ho
né frondi piú da riparare un nido;
e d ’invocar mi resta, unica e vera
grazia per me, la scure.
Oh tu, soave
brezza, che sú dal mar prossimo spiri
e queste frondi amiche in un amplesso
lieve ed ampio commuovi, agita pure
col fresco soffio i pensier miei. Tu, vento
impetuoso, forse, in alto mare,
or brezza qui, d ’un naufragio orrendo
vieni a cercar tra queste foglie oblío?
Pace è qui tutto: qualche foglia teco
vola, poi lenta cade a terra, dove
ferme radici han gli alberi. Da un altro
piú fosco mar son qui venuto anch ’io
per pace, come te.
Qualche bizzarra
storia d ’uccelli, alberi miei, col lieve
frusciar continuo delle foglie, mentre
all ’ombra vostra giaccio, orsú, narrate.
Quella gazza perché
ghigna cosí su quell ’olivo? c ’è
accoccolata tra le frondi opache,
ombra piumosa e muta,
qualche civetta nemica del giorno
a cui svoli d ’attorno
una vanessa occhiuta?
o ghigna perché i secchi ispidi cardi
fioriscon di lumache?
E s ’è tra voi ciarlato del capriccio
di quella vite che per forza moglie
del centenario olivo
divenir volle?
Tra bigi rami e cinerulee foglie
come s ’insinua molle
col suo bel verde vivo!
Chi di Ruth e Booz l ’idillio antico
le narrò? Certo ignoralo quel fico
che li presso contorcesi e per mille
passeri monellacci ecco sghignazza:
per lui la vita è pazza
e l’olivo imbecille.
Da Musica e Lettere, «periodico quindicinale d
’arte», Milano, anni I, n. 2-3, 4 febbraio 1900.
(dal
Faust di N. Lenau)
Per l ’arduo monte nel
mattin fervente,
che lieto brilla e chiaro in oriente,
un animoso viatore, all ’alto
tendendo, via sú va di salto in salto.?
— «Fausto, che cerchi tu sú per codesti
gioghi? alle nebbie, ai dubbî tuoi funesti
furse sottrarti? T ’avvilupperà
pian pian la nebbia dell ’abisso là,
pur là, ne il dubbio sgombrerà la fronte.
T ’allieta nel fulgor che veste il monte,
nella figlia del sole anco t ’allieta,
nella pianta che vegeta quieta,
nella lodola alpina solitaria
e nei nevosi culmini che l ’aria
fendon felici! Il cuor l ’aura montana
ti faccia tremar lieto e tanta insana
tristezza sperda. Spegni il desir fiero
di strappare alle cose il lor mistero;
con Dio non t ’affrontar, non voler guerra,
mentre è tuo fato errar su questa terra,
la qual soltanto è luogo di desio.
Ciò che nel cuor ti giura amando Iddio
certo raggiungerai nell ’ideale
terra promessa, quando la mortale
spoglia con gioja alfine avrai dismessa!» —
Invano, invano! Le dimande in ressa
irruenti lo caccian senza posa
di roccia in roccia. E già con mano irosa
divelte al suolo ha molte piante, molte
pietre con furia e con ardor raccolte,
giú nella rupe stritolate, e insetti
con la man scrutatrice invan costretti
a svelargli il mister dell ’esser loro
ha sfracellati. Ora a una squilla, a un coro
pio che vien sú da la valle lontana,
tende ei l ’orecchio: il suon della campana
il canto sacro onda nel vento e vola
via dileguando. Su una fonda gola
quindi proteso, ei cosí parla: — «Oh come
mi sento or io! Tormento senza nome
m ’assal d ’un tratto. L’ultimo si spezza
fil della fede e il cor s ’infosca e abbrezza
al gelido spirar d ’un tenebroso
spirito. I suon ’ che salgon dal riposo
de la valle, qual grido aspro d ’affanno,
ferisconmi. Laggiú, laggiú se ’n vanno
i viator per il deserto e, quasi
in tenda di rifugio entro un ’oasi,
nella chiesetta prostransi e la Guida
invocano. Ma invan scongiura e grida
e impreca e piange questa brama vostra:
in nessun luogo il Duce vi si mostra!» —
E piú oltre, piú alto, a piú repenti
balze sospingon gl ’impeti irruenti
e la tristezza il fosco ospite della
montagna, dove salta sol la snella
capra selvaggia, disperatamente,
e divora il terror la via. Non sente
or ei piú de la valle i vaghi suoni;
ma cupi da lontan rimbomban tuoni.
Gli romoreggia or sotto un tempestoso
di nubi ammasso e ognor piú furioso
l ’aer balena e scroscia alle sue piante.
Giú nella notte grida egli esultante:
— « Come del ciel la tetra nuvolaglia
che invan sotto a ’ miei piè squarciasi e scaglia
lingue di foco, io vinsi, or cosí pure
sottrarmi dello spirito alle oscure
nebbie vogl ’io». — Ma un masso sotto il piede,
ecco, d ’un tratto, gli traballa, cede,
e giú seco il trascina. Una possente
man però lo ghermisce e dolcemente
lo depone sul ciglio d ’una rupe.
Negli occhi un torvo cacciator le cupe
sue pupille gli figge, indi s ’invola
girando l ’erta, senza far parola.
Pubblicata nella Riviera Ligure, 1901, n. 32.
Si riproduce qui il testo trovato tra le carte dell
’Autore (copia dattilografata con correzioni autografe;
senza data).
Non lo vedrete piú com
’io lo vidi
per Roma, un giorno, il Tevere passare
tra i naturali suoi scoscesi lidi:
quasi fin qua,
a preservarlo anche dall ’ombre tetre
delle case papali su le pietre
delle rovine, e fargli scorta al mare,
la campagna già corsa, la natura
libera, s’allungasse entro le mura
della Città.
Una prigion di grige dighe e grevi
ponti or l ’incassa,
che le svolte inarena quando piú
l ’acqua s ’abbassa.
E secco è il braccio con cui prima quella
che dei Due Ponti l ’isoletta fu,
cingeva come fosse la sua bella.
Torvo ogni flutto, urtando nei piloni,
torcesi ed apre un gorgo minaccioso,
come un can che digrigni. Dai covoni
tolti al Campo di Marte egli se l ’era
cresciuta a poco a poco, industrioso,
quell ’isoletta,
a lei recando con allegra fretta
la cuora nera,
ciottoli, malta, quanto gli avveniva
di rubare dai campi dell ’Etruria
nativa in giú, passando via di furia.
Triste ora il tempo delle piogge aspetta,
per riaverla, e il mese che dimoja.
Quel braccio allora che un renajo è fatto
e ancora ondeggia qual se l ’acqua viva
si fusse in rena raddensata a un tratto,
ecco s ’avviva,
e il fiume gonfio, con terribil gioja,
l ’isola che gli han tolta si riprende.
Mugliando e pieno di rapina scende:
par che ogni onda s ’inciti a superare,
sú sú, gli orli degli argini oppressori;
scappa per sotterranee vie, si mostra
al Pantheon: “Mi vedi, avanzo sacro
di Roma nostra?
sono ancor qua:
Roma ha bisogno d ’un mio gran lavacro!”
E il fiume anela di diventar mare
su la Città.
Da I
mattaccini, Napoli, anno I, n. 7, 29 dicembre 1901.
Sí, v ’ajutò la Francia.
Saldaste voi de ’ gravi
debiti il conto e, mancia,
Nizza e Savoja. - Bravi,
vecchietti, bravi...
Ma, oh! - vi
disse poi –
badiam: le Sante Chiavi
sian rispettate! - E voi,
obbedienti... - Bravi,
vecchietti, bravi...
E quell ’Eroe
sventato
che a la Città degli avi
correa, fu al piè bollato
da voi, prudenti... - Bravi,
vecchietti, bravi...
Scavi or la talpa
nera
Roma soppiatta, scavi
la talpa prigioniera,..
Voi, tolleranza! - Bravi,
vecchietti, bravi...
E a chi province
e figli
vi tien tuttora schiavi,
gl ’imperiali artigli
leccate, umili... - Bravi,
vecchietti, bravi...
Abbiate il nostro
encomio:
siate modesti e savî.
Che bel gerontocomio
vi edificaste! - Bravi,
vecchietti, bravi...
Da La Riviera
Ligure, febbraio 1902, n. 36.
Levo ogni tanto dal
guancial la testa
a spiar tra le imposte. È
bujo ancora.
Ma invan gli occhi richiudo, che, già desta,
l ’anima intorno tutto mi
colora
della sua luce tediosa e mesta.
Chi per il pan sei
stanchi dí lavora
oggi può ben chiuder gli orecchi a questa
sveglia del gallo che ha
cantato or ora.
Ma per il mio lavor mai non è festa.
Quantunque irto mi sia di smanie il letto,
non vienmi alcuno dalla
vita impulso
a levarmi sí presto, e l ’alba aspetto.
Libri di là m ’attendono:
compulso
da vane forze, il mio pensier dispetto
vi smania, sí, ma fuor d
’essi piú insulso
spettacol m ’offre oggi la vita; in petto
cresce lo sdegno che da
lei m ’ha espulso,
né alcuna piú m ’attira esca d ’affetto.
Don... - nel silenzio batte una campana,
e il suon nel bujo
spandesi, ronzando.
Balzo ora e sento un ’angosciosa e strana.
voglia d ’accorrer, come
ad un comando;
ma non a questa: a una chiesa lontana...
Ah, la rivedo! mi
chiamava, quando
andavo anch ’io, fanciullo, a messa: arcana
voce profonda, che
destava, ondando,
quell ’oscura viuzza suburbana.
Tremar mi sento in petto quella mia
fede ingenua d ’allora
accesa ai ceri
che, nella chiesa buja, una malía
diffondevano insiem con
gl’incensieri
fumanti e i rombi della cantoria...
O donne avvolte negli
scialli neri,
che andate in fretta a la chiesuola pia,
attossicato da negri
pensieri
è morto il bimbo che con voi venia.
Da La Riviera
Ligure, febbraio 1903, n. 46.
I
Verde pianoro, tutt
’intorno cinto
da le Prealpi; borghicciuol romito,
sparso a gruppi qua e là, come dipinto:
dolce, ne la memoria, e mesto invito!
Tutto pieno di fremiti è il silenzio
di quelle verdi alture: acuti, esigui
di grilli fritinníi, risi di rivoli
per le zanelle a piè de ’ prati irrigui.
Oh festa d ’acqua che corre, s ’affretta,
si rompe in cascatelle e si raccoglie
per giungere a quel campo che l ’aspetta,
dove par che la chiamino le foglie!
II
Verrà tra poco,
senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto e il campanil di questa pieve,
donde ora, all ’alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all ’anima, alla morte,
(qua presso è il cimiter pieno di croci);
le riprende or la vita, e parlan forte,
liete di riudir le loro voci
nell ’aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prati che verdeggiano d ’intorno.
III
Solenne incanto,
attonita quiete!
E tu la maga sei di queste liete
e sempre verdi alture, errante Luna.
Ignote son quassú de la fortuna
le veci. I prati di silenzio inondi;
par quasi che il silenzio si raffondi
nel tempo, e notti assai remote io penso
da te vegliate come questa, e un senso
arcano acquista a gli occhi miei la pace.
Cantano, intanto, come la fugace
gioja le ispira, alcune donne a coro,
nel chiaror blando, ed una, ecco, fra loro
fa tenor con la rustica minugia.
Solo sul prato prossimo s ’indugia
un contadin: gli sento ad ora ad ora
la falce raffilare. Ancor lavora,
solingo, sotto il cheto lume pieno:
guizza a tratti la falce in mezzo al fieno.
Da La Riviera
Ligure, febbraio 1904, n. 57.
Sú dal palchetto in
fondo alza il martello
il perito, gridando: — «Trenta lire,
lo sgabello.
Chi ha da dire?
Poi passerem, signori, al pianoforte.
Lo sgabello,
trenta lire». —
Nessun risponde, e il bando suo piú forte
grida il perito. — «Il Pleyel a piú tardi,
signori. Ora si vende lo sgabello.» —
E provoca col gesto
o con furtivi ammiccamenti or questo
ora quel compratore. Ma gli sguardi
sono rivolti al Pleyel. Una dama,
scoprendo la tastiera, vi fa scorrere
le dita agevolmente.
Come in me desta un brivido,
di molti altri quel suon forse alla mente
la vision di te, cara, richiama,
quando, seduta qui su lo sgabello
che comprator non trova,
pallida, gli occhi grandi intensi accesi,
tenevi su le note del divino
Beethoven tanti e tanti
cuori col tuo sospesi,
col tuo vibranti.
Oh se almeno nell ’ umil salottino
della tua casa nuova
io, ne ’ fasti da te non mai curato,
potessi, ora, ignorato,
rimandar questo a te caro strumento!
Con quest ’unico intento
me ne sto qui, non so piú da quant ’ore,
angosciato, fremente
d ’ira, di sdegno
per questa ricca ed altezzosa gente
che s ’è data convegno,
stormo di gazze, qui, su la ricchezza
che piú non t ’appartiene...
— «Numero 115» — il perito
grida alla fine: — «Pleyel quasi intatto!
Guardino bene:
media lunghezza,
docile al tatto...
Certo l ’estimatore
non mancherà.
Prezzo prestabilito:
mille trecento lire.
Oh, salirà!
Può a tutti convenire:
è davvero un magnifico strumento.
Per mille e quattrocento
sta a lei, signore.
Subito, chi ha da dire?
Davver l ’oggetto merita contesa.
Per mille e settecento a lei, signora...
Or ora,
ecco, dice due mila la Marchesa:
sta bene.
Due mila e cento... e duecento.
Non dice piú nulla, lei, signore?» —
mi domanda il perito.
Piú nulla... Addio, bel sogno mio svanito.
Da La Riviera
Ligure, agosto 1905, n. 73.
Avevo un
giorno un pajo
d ’occhiali verdi; il mondo
vedevo verde e gajo,
e vivevo giocondo.
M ’abbatto a un messer tale
dall ’aria astratta e trista.
— «Verdi? — mi dice.
Ti sciuperai la vista.
Sú, prendi invece i miei:
vedrai le cose al vero!» —
Li presi. Gli credei.
E vidi tutto nero.
Ristucco in poco d ’ora
d ’un mondo cosi fatto,
buttai gli occhiali, e allora
non vidi nulla affatto.
Da Nuova
Antologia, 1° settembre 1906.
1
Che so di me? So
quel che il tempo vuole
e tanto gli altri vogliono ch’io sappia.
— «Ti tengo! Ed il mio nodo non si scappia
mi grida il tempo: — Tu farai parole.
Sfuggi all’ozio? La noja t ’accalappia!»
Oh violente smanie, rabbioso
affanno tra le futili catene,
in cui le forze logoro! Mi viene
spesso dai vecchi il mònito amoroso:
— «Figliuolo, è sempre tempo di far bene!
Soltanto a chi fa ben la vita piace!» —
Sí; ma ben altri al giovenil mio foco
incentivi ben altri, o vecchi, invoco.
Oltraggio sembra l ’umiltà, la pace,
a me cui tutto appar misero e poco.
2
Pure, il bene, io
lo fo. Nel farlo, sento
che fo bene. Da un tenero tremore
n ’ho prova, entro di me. Sollevo un mento,
chiudo una man con l ’obolo, ed al cuore
altrui, do, quanto posso, esaudimento.
Del mal che temo d ’aver fatto, spesso
mi dolgo e pento. Non di men talvolta
scusarmi tenta o l ’amor proprio stesso
o la ragion del caso. Il cuore ascolta
la scusa e poi dimentica, rimesso.
Questo è di tutti. Ma chi in petto viva
e costante del ben tiene e del male
la norma? Chi non cangia estimativa
come volgano i casi? E il ben che vale,
se il cuore a concepir Dio non arriva?
3
Io fui tratto con
urti violenti
alle terga, cosí, fuor d ’ogni via,
bendato. E tanti insiem con me. Lamenti,
bestemmie udii nel bujo mio, la mia
anima intese altre anime dolenti.
Solo! E gli altri ove sono? Io dove sono?
E che mi giova che mi sia caduta
la benda a un tratto qui? Non luce o suono
qui, ma piú bujo entro la notte muta.
Contro chi l ’ira o a chi chieder perdono?
M ’apparirai tu qui, tremendo Iddio?
qui la paura mi farà cadere
su i ginocchi, prostrato? e il senno mio
vacillerà? qui tutte le chimere
mi tenteranno dal rimosso oblio?
4
Navi ho veduto
per lontani mari
sul tramonto salpar lente dal porto.
Ho salutato anch ’ io remoti fari,
passando, e so che sian pena e sconforto
nel lasciare la patria e i propri carî
Ho udito il vento piangermi tre anni
dall ’arsa gola di stranier camino,
la solitudin mia pianger, gli affanni
senza conforti e il vario mio destino,
fabbricator di dolorosi inganni.
Ho raggiunto desíi lunghi, e le lotte
mi piacquero per loro, o mi fur dure.
Molte speranze dalla sorte rotte
m ’ebbi anzi tempo o spente dalle cure,
ladre del sonno, furie della notte.
Ho provato l ’amor docile e puro,
le fantastiche febbri del desio
insodisfatto, l ’odio d ’un sicuro
tradimento, le smanie e poi l ’oblio;
stanco ora e mesto, ora ostinato e duro.
Seppi come spontaneo ai mesti nasce
bisogno di mentir nel petto oppresso.
Mi fu dolce sentir salde le fasce
su la ferita e star molle e dimesso
dopo un malor, senza desíi né ambasce.
E lente le speranze, e ognor seguace
a ogni goduto ben lo sdegno; pure
la sete sempre d ’altri beni, e pace
mai; fatto un passo, altri bisogni, e cure
vane per un ’idea sempre fallace.
Una greve paura indefinita
ora m ’ha vinto ed una smaniosa noja.
Ove andar? qual sogno a sé m ’invita?
Già molto errai, già so forse ogni cosa.
Or dunque, e dopo? È tutta qui la vita?
Ov ’è la vita? Questa ch ’io provai
tant ’anni mossa da varia fortuna?
E cosí triste m ’ha lasciato? e ormai
se gli occhi avran qualche stupor, nessuna
meraviglia avrà l ’anima piú mai?
Da Nuova
Antologia, 1° marzo 1907.
Tese ho le reti; sta,
càuto, alla posta, il cuore.
Questa caccia d ’ amore
chi sa che fine avrà...
Le insidie tese qui
sono le canzoncine
leggiadre, birichine,
che il cor per gioco ordí.
E la Musa mi fa,
su un palo, da civetta:
nessuno or le dà retta,
qualcuno alfin verrà.
Ma non vengano, ahimè,
cornacchie spennacchiate
o tortore malate:
queste non fan per me.
Sciò, grasse quaglie, sciò!
Le lodolette allegre,
le gaje cingallegre
aspetto qui: voi, no.
Da Nuova
Antologia, 1° marzo 1907.
INVITO
Ascolta come - tentano gli uccelli
coi primi trilli il fresco aer d ’aprile.
Avremo, Else, tra breve i giorni belli:
tu, come i fiori odorano, amerai.
Gli alberi della valle sono ormai
per rifiorire al sol primaverile.
Odi, Else, come tentano gli uccelli
coi primi trilli il fresco aer d ’aprile?
L ’un chiama l ’altro e la risposta aspetta:
tempo è di fabbricare i nuovi nidi.
Oh, la città, laggiú, sia maledetta!
Quanto ben la sua legge all ’amor toglie…
S ’aman gli uccelli in fin che i rami han foglie
né l ’un si lega all ’altro... Else, tu ridi?
Pur ciascun chiama e la risposta aspetta:
tempo è di fabbricare i nuovi nidi.
Inserito col
semplice titolo Epogramma nel numero unico «Per il
secondo centenario della nascita di Carlo Goldoni»,
compilato da
Luigi Grabinski Broglio, a cura della Direzione del Teatro
Manzoni di Milano (Milano, Tipografia «Arte nova», 1907.
per il secondo centenario della
nascita di Goldoni
Anima arguta, anima
latina,
sai? ti festeggia, grato, il tuo paese;
ma ha preso stanza Osvaldo norvegese
nella locanda di Mirandolina.
Da La Riviera
Ligure, febbraio 1904, n. 57.
1.
CROLLO
Rido se vedo un bimbo
che la mano
schiuda nel vuoto,
credendo di posarvi un qualche oggetto;
non rido piú se noto
che a me pur similmente accade
che nel vano del tempo crolli ogni desio nascente,
ogni nascente affetto.
2.
PER VIA
— Lascia... Che
importa?
— No: resta! lo voglio!
Sempre cosí, sempre in me questa guerra
tra l ’Anima, del ciel figlia, e l ’Orgoglio,
insolente monello della terra.
3.
GIRO TONDO
Le pagliuzze, i
relitti della via,
esposti alla mercé di chi cammina,
hanno anch ’essi nel mondo
il lor breve momento d ’allegria:
viene un soffio di vento e li mulina;
pajon bambini che fan girotondo.
4.
TRAMONTO
— Di foco all
’orizzonte il ciel si fascia,
lento al tramonto il sole si riduce.
O tu che del mister sforzi le porte,
guarda! Di qua le tenebre egli lascia,
reca di là d ’un nuovo dí la luce.
Ebben, chi sa? forse cosí la morte.
5.
CHE FAI?
Batte nel cuor di
tutti una campana;
ma della vita nel vario frastuono
il dolce suono
nessun ne ascolta.
Pure, talvolta,
d ’un tratto giunge a noi come un ’arcana
voce profonda, non udita mai.
È la lontana
chiesetta antica dell ’abbandonata
nostra città... — «Ave Maria... Ave Maria...» — Che
fai,
anima sconsolata?
Lagrime amare ha chi pregar non sa...
6.
METAMORFOSI
— Vuoi darmi la
manina? Ti ci metto
un bacio. Or serra il pugno, stretto stretto;
lesta, scappa se no! —
La bambina, stupita, il pugno strinse
e il bacio, dentro, vivo, ci sentia.
Si rinchioccí presso la mamma. Illusa
e intenta, finché il sonno non la vinse,
mi guardò, mi guardò,
tenendo al petto la manina chiusa.
Nel sogno, un uccellin ne volò via.
7.
ALTALENA ABBANDONATA
Legati ancora,
qui, da quell ’anno
questi due vecchi alberi stanno:
il vento passa,
agita appena
la fune lassa
dell ’altalena...
Alle volate, or questo ramo
or l ’altro dava un cigolio.
Noi ridevamo.
Poveri vecchi! al
folle brio
di noi bambini,
tristi piegavansi,
ma rassegnati.
— «Guarda oh, che gli alberi
ci fanno inchini!»
Li beffavamo,
noi brutti ingrati...
8.
DORMIVEGLIA
Giorni oscuri,
giorni stanchi!
tace l ’anima, stupita
nella doglia
che le viene dalla vita;
non sa piú quel che si voglia,
non sa piú quel che le manchi.
Rotte, fievoli parole
alla bocca, non pensate, vengon sole;
ed è il corpo non curato,
senza requie torturato,
che si duole.
Quante volte, quante volte udii cosí,
trasalendo, sospirare
nelle insonni notti enormi
le mie labbra aride amare:
Meglio, sí,
meglio assai morir; ma dormi,
ora dormi.
9.
SORPRESA
Mi parea, sú da
quei greppi scoscesi,
che fosser pannilini di bucato,
gli arredi, forse, d ’un bambino, stesi
su questo verde tenero del prato.
Lapidi! Un cimitero abbandonato...
10.
INCONTRO
E ancor cammino,
senza destino:
non son vicino
e né lontan.
— Buona sera, mi t ’inchino.
Sono la Morte e ti porgo la man.
Da La Riviera
Ligure, aprile 1909, n. 28.
Sopra una rozza gravida,
deforme
lungo magro spelato il capitano
movea, seguito da accorrenti torme
d ’eroi pensosi, per un verde piano.
Chi sul lanuto dosso saltellava
d ’una pecora zoppa; chi su i fianchi
d ’una vecchia asinella ancora brava;
gli eroi piú bassi e della corsa stanchi
venian dietro su cani che per via
avean raccolti, alla ventura spersi.
Su un orso quindi il rapsodo venia
con sotto il braccio un rotolo di versi.
A ora a ora il calvo capitano
volgea la testa all ’infinita schiera,
e dagli occhi severi al piú lontano
saettava l ’audacia sua guerriera.
Al fiero sguardo rispondeano tosto,
con belati e guaiti e ragli e gridi
bestie ed eroi, ciascuno al proprio posto,
pronti alla pugna ed al comando fidi.
Or a uno stormo di fanciulle erranti
pel verde piano s ’abbattean gli eroi.
N ’avean sorrisi, applausi festanti,
pioggia fitta di fior su i petti; poi
una fra loro, la piú bella, al duce
chiedea: - “Per chi si muove oggi a cimento?
Fa caldo: stian con noi!” - La guardò truce
l ’eroe, serio ruggí: - Trieste e Trento! –
Nel numero 28,
aprile 1909, della Riviera Ligure questa poesia
risulta composta da quattro parti.
Nel volume
Fuori di chiave furono raccolte la prima e la seconda.
(3)
Vuoi tu ch ’io venga
teco ove tu vai?
Triste andar soli, estranei, senza mèta...
Il tempo, innanzi a me, non si concreta
in un desio che i piè mi muova. Andai
finora invan; vuoi tu ch ’io venga teco?
vuoi tu ch ’io segua un tratto il tuo cammino?
tu l ’arbitra sarai del mio destino.
io ti verrò dappresso come un cieco.
Oh amore, oh dolce errore! Al mesto invito,
mi porse ella una man, senza far motto.
Di qua, di là la Bella m ’ha condotto.
poi m ’ha lasciato, ed io mi son smarrito...
(4)
Chi sa, forse per
di là
potrò giungere alla fine;
o di qua, forse... chi sa!
Quanti sassi, quante spine,
quanti fanno al par di me!
Ci arrestiamo a mezza via,
non sappiam bene perché,
nel timore che non sia
la via giusta: e mai cosí
a destin non si perviene,
camminando notte e dí
il perché non si sa bene;
ma è cosí...
Dalla Nuova
Antologia, 16 agosto 1910.
I
Ora che dalla vita ad un
ignoto
lido seren, che sia d ’un nume sede,
lanciare il ponte aereo della fede
non posso piú, ne conosco piloto
al quale il tenebroso mar sia noto
su cui quel ponte ancor lancia chi crede;
ora, s ’io penso che un di sotto il piede
mi mancherà la terra (e piú del vuoto
per l ’anima tremar, Morte, mi fai,
che non de la tranquilla umile fossa
che il corpo accoglierà da fiori arrisa);
credo io davver che a vivere mi possa
bastar la volontà ferma e decisa
di non pensare a questo vuoto mai?
II
No: che se d ’un
pensier non lo riempio
comunque, invasa, anzi ingojata pure
la vita me ne sento, e piú né cure
che non mi pajan vane, o amor che scempio
non mi paja, mi attraggono, e se a dure
prove mi spinga pur virtú d ’esempio,
vuota ogni fede, come vuoto il tempio
mi sembra, e folli tutte le avventure.
Mentre una voce ascolto che mi grida:
Come vuoi tu comprendere la vita,
se non sai pensar nulla de la morte?
Tu brancoli nel bujo della sorte
cosí, perché nell ’anima smarrita
un pensier della morte non ti guida.
III
E per la morte
solamente luce
chiedo perciò. D ’ogni nuovo portento
che la scienza per mio ben produce,
anche ammirando, poca gioja io sento...
Son beni solo per la vita. Duce
che si ritragga dal maggior cimento,
di vincer solo nei minor contento,
piú non si sa pregiar, né piú seduce.
Sbuffa in preda al demon che lo trambascia
un ferreo mostro, e dove mai m ’invola
con la sua furia? M ’accorcia il cammino;
e avanti, avanti, nella notte sola,
gelida, nera, mi conduce fino
all ’orlo di un abisso, e lí mi lascia.
IV
E da quest ’orlo
or io ricerco invano
il miraggio divin d ’un altro mondo
nel qual mi riposavo da lontano:
tenebra orrenda, silenzio profondo.
E invan, Scïenza, m ’armi tu la mano
del fulmine domato, invan giocondo
compenso m ’offri di vittorie: vano
il tuo trionfo io stimo; io ti rispondo:
Domani su l’Atlantico gittare,
nuovo prodigio, un ponte tu potrai:
ma non quell ’acque, non quell ’acque io temo.
Una barca che salpi oltre l’estremo
lido in cui son ridotto non mi dài
per questo tenebroso ignoto mare.
V
E se in te no, ne
debbo nel primiero
sentimento a cui tu troncasti l ’ale
cercare io piú la luce essenzïale
che possa alfine vincere il mistero,
debbo cercarla in me? Ma è pur fatale
che l ’uomo in se scoprir non possa il vero,
ma solo ciò che da un desio sincero
inconsciamente è indotto a creder tale.
Né dalla illusion che da me spira
potrò staccar la verità, se in seno
all ’esser mio l ’esser comune ha sede.
La verità? Ma ell ’è come un sereno
lago, uno specchio che per se non vede
e in cui se stessa ogni persona mira.
VI
Né sopra o fuor
de la ragione mia
a niun Potere il pensier può dar trono,
che un mio vano fantasima non sia:
però ch ’io pensi sol perch ’io ragiono.
Come fuori di me non vibra suono,
né vera è di color la poesia,
ma io soltanto, io sempre, io sempre sono
che accordo e piango la mia fantasia;
cosí, se fuor di me, stretto da un gramo
bisogno, creo qualcosa, a cui la mente
mia stessa e ogn ’altra cosa vo ’ soggetta,
me stesso inganno, miserevolmente:
giuoco con l ’ombra mia che si projetta
ingrandita nel cielo e Dio la chiamo.
VII
Or come sei tu
misera davvero,
anima umana, quando contro a questa
ombra tu stessa imprechi o scherno fiero
lanci o con lei, che ascolto non ti presta
né può prestarti, scherma di pensiero
eserciti. L ’idea, l ’idea funesta
del male, onde ti lagni in mite o altero
verso, da lei ti vien, dall ’ombra infesta
della ragion tua stessa, che tu Fato
chiami, o Natura, o Dio. Ma non esiste
il mal che in tanta ambascia pur ti tiene,
se non esiste chi l ’abbia creato:
è perché è, non è ne mal ne bene,
ogni cosa che vive o lieta o triste.
VIII
Nel bujo intanto,
dentro al quale impreca
e piange, o prega e spera tanta gente,
voi filosofi, andate con la mente
accesa come una lanterna cieca.
E a ciascuno di voi par vada sbieca
l ’altrui lanterna, e il sentier che, fidente,
ciascun s ’è scelto e al quale solamente
per sé la propria un po ’ di lume reca,
stima la vera via della salute,
l ’altrui sentier disprezza e l ’altrui zelo.
Ben per voi, fioche luccjole sperdute,
che delle stelle onde la notte è viva
lo sfavillío che punge e allarga il cielo
in terra ad esser lume non arriva.
IX
Ma se l ’enorme
arcan che vi disvia
che indarno prima speculaste e ch ’ora,
pur senza un lume che v ’imponga: - Adora!
rinunziando ad indagar che sia,
siete corrivi a creder tuttavia,
non fosse già quel che ci è ignoto ancora,
ma solo inganno che non si colora,
inganno della nostra fantasia?
Noi non siam come l ’albero che vive
e non si sente, a cui la pioggia, il vento,
la terra, il sol, non par che sieno cose
ch ’esso non sia, cose amiche o nocive.
Invece all ’uom qual realtà s ’impose,
nascendo, della vita il sentimento.
X
E questo è il
lume che ci fa vedere,
sperduti su la terra, il male e il bene:
la vostra lanternuccia, onde a voi viene
l ’immaginario bujo; esso di nere
ombre cinge il breve àmbito in cui tiene
chiuse l ’anime nostre prigioniere;
e noi dobbiam quell ’ombre creder vere
fin tanto ch ’esso acceso si mantiene.
Ma, spento alfine a un soffio, dopo il giorno
fumoso della nostra illusïone,
ci accoglierà perpetua la notte,
o resteremo ancor, senza ritorno,
alla mercé dell ’essere che rotte
le vane forme avrà della ragione?
Dalla Nuova
Antologia, 16 agosto 1910.
Il mio compito è questo:
di passare
per un uom malinconico e pensoso,
un pescator che non si dia riposo
nel pescar perle nere in fondo al mare.
Or guaj se vengo men presso la gente
a quel concetto ch ’ella s ’è formato
di me, se come già m ’ha immaginato
dimostro di non esser veramente.
Spesso di molte cose, oh tanto serie!
riderei, fino a sgangherar la bocca.
Invece, pe ’l mio compito, mi tocca
di sospirar coi labbri in giú: - Miserie!...
Dalla Nuova
Antologia, 16 agosto 1910.
Dunque la vita in fondo
stimate da lodare,
la macchina del mondo
ben congegnata, dottor mio, vi pare.
Sí, sí, non dico... Oh, specie certe scene
son fatte proprio bene.
Ho assistito a mirabili tramonti,
a incantevoli aurore,
rider queste dai monti,
quelli infoscarsi ai limiti del mare.
E che sbalzi di cuore!
Anzi talvolta quasi m ’è venuto
di battere le mani.
Poi mi son trattenuto.
Sarà lo stesso, sú per giú, dimani.
Questo il difetto, a parer mio, dottore:
poca varietà... sempre le stesse
cose... - e s ’annoja alfin lo spettatore.
Dalla Nuova
Antologia, 16 agosto 1910.
E debbo proprio
crederci: non ha
amato mai, neppure
in sogno? Che peccato!
Mai, mai... Cosí non sa
che cosa sia l ’amore.
Come? che dice? il Fato?
No, via, le lasci dir soltanto a noi
codeste brutte parolacce oscure.
Ella, cosí bellina...
Bellina, oh questo poi
lo sa! Certo, guardandosi allo specchio,
un birichin, non visto demonietto
gliel ’avrà detto - piano, in un orecchio,
ed ella avrà sorriso...
No? Perché tien cosí la testa china
e verso terra il guardo cosí fiso?
Che improvviso rossore!
Piange! Oh guarda!E non sa
che cosa sia l ’amore...
Dalla Nuova
Antologia, 16 agosto 1910.
Guizzò la prima rondine
dal nido
sotto la mia grondaja,
vibrando al cielo il breve acuto strido;
e già ne strillan cento in frotta gaja.
Filan gli aerei stridi; intanto pare
che dai tetti vicini,
salterellando, col lor cianciugliare,
bézzichin l ’aria i passeri piccini.
Giú, nel cortile, ostinasi un galletto
nel suo verso arrochito,
— Zitto, signor Dovere, ho già capito:
è ora, è ora di lasciare il letto.
Dalla Nuova
Antologia, 16 agosto 1910.
Le speranze se ne vanno
come rondini a fin d ’anno:
torneranno?
Nel mio cor vedovi e fidi
stanno ancora appesi i nidi
che di gridi
già sonaron brevi e gaj:
vaghe rondini, se mai
con i raj
del mio Sole tornerete,
le casucce vostre liete
troverete.
Questa Poesia,
trascritta e conservata da un cognato dell ’Autore è stata
pubblicata nela rivista Il Dramma, dicembre 1956
Ecco la casa antica,
ecco il terrazzo.
càssero d ’una nave a cui volgea
prospera allora e lieta la fortuna.
Ero ragazzo,
e di lí m ’affacciavo a rimirare,
con una vaga idea
del mondo e della vita, a lungo il mare
e questa dolce luna
che, come allora, un palpito v ’accende
d ’innumeri faville ed un solingo
grillo ne la scogliera
desta, il cui canto vince il borboglío
continuo di tutta la riviera.
Ricordo che ogni sera,
non certo questo, un altro grillo, il mio
fantastico e ramingo
spirito richiamava a questa pace
un borgo addormentato innanzi al mare,
dopo il fragore assiduo del giorno,
del traffico vorace
del molo là fitto di navi e lungo
la spiaggia irta di zolfo accatastato.
E sentivo il conforto
che doveva venire a quelle navi
dal lor sicuro placido soggiorno
nell ’amplesso del porto;
che lontano da tutto e da me stesso
teneami allora un ’ansia smaniosa
d ’ignota attesa, e incerta
mi sembrava e precaria ogni cosa.
Oh tu che stavi lí quasi ogni sera
curvo su la ringhiera
di quel terrazzo, guarda qui, su questo
balconcino modesto
della casa vicina, e ascolta il suono
della mia voce. Non la riconosci?
Io son qua. Chi sono?
Son questa mia tristezza, ancora in piedi,
e affaticata e rotta i sogni tuoi?
e tu, caro ragazzo, tu che vuoi?
tu che guardi costà la luna e il porto,
un ’ombra sei, sei morto,
sei forse un cencio appeso
all ’antica ringhiera del terrazzo,
e di te morto in me ben sento il peso.
Cresciuto è il borgo e son compiute ormai
le due nuove scogliere,
braccia protese alle lontane genti
di tutte le bandiere.
Quando su queste desolate ardenti
sabbie sorgean poche e modeste case,
e in mezzo al viavai
di tanti carri, dalla torre antica
usciano alla fatica
i galeotti rasi, trascinando
con stridor lungo la catena a schiera;
e un banditore all ’alba, ogni mattina,
fiero nel volto, cotto
dal sole, alzava a le mascelle vaste
la man villosa e con stentorea voce
tre volte, urlava il bando:
«O uomini di mare,
venite a lavorare alla marina!»;
e accorrean tutti, scamiciati e scalzi,
alle stadere, presso le cataste
di zolfo e, curvi sotto
il giallo incarco stridulo, nel mare
entravano, vociando, in fila, e poi
cariche andavano a vela oltre il porto
le spigonare
(vita e fatiche di selvaggi eroi);
avea mio padre, avventuroso e accorto
mercante, amica la fortuna, e quante
venian di Francia navi
e navi d ’Inghilterra,
tutte per lui se ne partiano gravi
di zolfo o per Levante
o verso Gibilterra.
Cangiò fortuna. Ed ora la ricchezza
altrui, di chi gli fu minore, sembra
un’ingiuria al caduto,
per quanto vecchio, adatto ancor di membra,
il traffico cresciuto
con torva angoscia egli da lungi spia,
mentre la mamma mia,
che fu sempre signora,
pallida e curva nella povertà
solo per lui s ’accora;
guarda la casa accanto
dall ’aereo terrazzo, ove felice
visse la famigliuola,
ma serra in cuore il pianto;
e sconsolata e sola
neppur tra se con un sospiro dice:
«Quando stavamo là...».
Porto Empedocle, Settembre 1910.
Da Lirica,
Quaderni della poesia europea ed americana, Genoca, 4
gennaio 1935.
Sperate di rimuovere
ogni danno?
Credo nel vostro ardore, amici. A un grido
vostro, tutti i dolenti insorgeranno.
Non badate, vi prego, se sorrido.
Penso, d ’autunno, quante foglie ho viste
levarsi a un soffio d ’aria e poi pian piano
ricader lasse su la terra triste.
Ma certo, un soffio, giova; ancor che vano.
Le pagliuzze, i relitti della via,
esposti alla merce di chi cammina,
sogliono anch ’essi aver cosí nel mondo
il lor breve momento d ’allegria;
quel soffio d ’aria. Spira, li mulina.
Pajon bambini che fan girotondo.
Publicata ne
La Riviera Ligure, giugno 1912, n. 6 e poi riveduta.
Si riproduce il
testo trovato fra le carte dell’Autore (copia dattilografata
con una correzione autografa.
Non poter dormire,
pe ’ vecchi, brutto segno
di morte vicina:
vuol dire
che il congegno
vitale si scombina.
Solo
sul tetto
della vecchia casa dirimpetto
esala un fumajolo
a spire
nell ’alba
umidiccia e scialba
un lieve fumo.
Là dirimpetto
abita un buon vecchietto
che certo è in cucina
per il suo caffè.
(Vicina
la morte
a chi non può dormire.)
Curvo sul fuoco
soffia il vecchietto forte;
poi la bianca tazza
solita
prepara: tre pezzetti
di zucchero, che amaro
gli sa sempre il caffè.
Schizza faville il fuoco.
(Vecchietto caro,
tu forse non m ’aspetti.
Tra poco
pur verrai con me.)
Su la vasta piazza
dorme ancor l ’ombra bassa;
qualche mattiniero
nero
vi passa.
Languida qualche stella
dal cielo occhieggia ancora.
Salutan la novella
squallida aurora
da presso e da lontano
i galli. Eccolo: dietro
il vetro
del balcon, pian piano
ora
sorseggia il buon vecchietto
caldo il suo caffè.
Prima che tragga il sorso,
vi soffia; chiude gli occhi:
chi sa che mai ricorda!
Forse gli sciocchi
sogni di questa notte.
Venivano
da bianche tombe
lontane
tante colombe
a frotte.
Di sotto il guanciale
sguisciava una serpetta
che gli dava un morso
sul cuore
senza fargli male.
Ancora, ancora un sorso,
vecchietto, non dar retta.
Perché ti guardi attorno?
Silenzio. Batton l ’ore.
Le cinque. Chi t ’aspetta?
È giorno, vedi? è giorno
già chiaro.
Finisci il tuo caffè.
(Poi, vecchietto caro,
fa ’ cuore,
te ne verrai con me.)
Queste due liriche furono pubblicate nella Nuova
Antologia del 1° gennaio 1934, a cura di Corrado Alvaro,
col titolo Improvvisi e con l’indicazione delle
date approssimative: 1932-1933.
Furono ristampate dopo la morte dell’Autore nell’Almanacco
letterario 1938, Milano, Bompiani.
Chi dice che il tempo
passa?
Passa il tempo che non è nulla.
Io ti vedo, Maria Lembo,
come tu eri da fanciulla,
col tuo abito nuovo di faglia,
a righine bianche e blu;
sotto l ’ali e le ghirlande
di quel tuo grande cappello di paglia,
vedi, il tempo non passa piú.
M ’hanno detto che sei morta;
ma eri vecchia e poco importa;
sono anch ’io vecchio, Maria,
ma ora son giovine con te,
al Casino Valadier,
sulla terrazza che guarda Roma;
vuoi sapere dov ’è Tordinona,
Tordinona che piú non c ’è:
eccola, dico, non temere
che la zia ti veda con me.
****
Vivo del sogno di
un ’ombra nell ’acqua:
ombra di rame verdi, di case
giú capovolte, e di nuovo nuvole.., e tremola
tutto: lo spigolo bianco d ’un muro
nel cielo azzurro abbagliante, una corda
che l ’attraversa, un fanale e il tronco
nero d ’un albero, tagliato a mezzo
un foglio giallo
di carta che galleggia...
Ombra nell ’acqua - liquida città...
luminoso tremore, vastità
il cielo chiaro, verde verde verde
di foglie — tutto par che vada e sta
e vive e non lo sa;
non lo sa l ’acqua, non lo sanno gli alberi,
non lo sa il cielo né le case... Solo
un pover’uomo lo sa, che va
lungo l ’argine triste
del canale.
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