|
|
V
Per quel frate or certo il Papa,
giorno e notte, contro a lui
pensier cova truci e buj.
Ma a pensare invan si scapa.
Tenda insidie, ordisca trame:
dalla cintola non suole
toglier mai le due pistole
Pier Gudrò. Pur su lo strame,
ogni notte, se ne sta
con le due pistole ai fianchi;
non per nulla ha i peli bianchi;
molte cose ha visto e sa.
Sa la storia un giorno appresa
dai compagni di sventura
nell’esilio, e qual mai cura
abbia avuto ognor la Chiesa:
a stranieri offrir l’acquisto
dell’Italia. E a quanti re
come femmina si dié,
lei che sposa era di Cristo!
Queste ed altre cose ei narra
senza fine ai suoi villani.
Ma si sputan su le mani quelli,
e attendono alla marra.
— «C’era in mar come una festa,
per la Luna nuova. Piana
vi filava una tartana.
Dentro avevo, io, la tempesta.
Confiscati i beni, in bando
me n’andavo, ignaro e senza
guida. Eppure era clemenza,
questa, di re Ferdinando.
Buttar giú con una brava
scure il capo ed ogni idea
di rivolta mi potea.
Che male ora m’arrecava?
Niente. Mi strappava il cuore,
con quel bando, il re. Ma guasto
n’ebbe il sangue. Ai vermi in pasto,
vivo ancor, lo dié il Signore.
Me ne stavo lì, sdrajato
su la tolda. Mano a scotte
non si mise, quella notte.
Era il mare addormentato.
E la via parea sapesse
la tartana nera. Io solo
non sapea piú nulla. Al duolo
cupo il cuor, pure, mi resse.
Giunsi a Malta all’alba. Terra
nostra. Dio la benedica.
L’ha in poter però l’amica
fedelissima Inghilterra.
E Trieste, dunque? Trento?
di chi sono? e la Savoja?
Nizza, Corsica? S’annoja
tanto, adesso, a quel che sento
la moderna gioventù,
che non ha da fare... Orbene,
di’, ci hai sangue nelle vene?
Ti do io da fare! Su,
prendi l’armi! Ti ci vuole
una guerra: guarirai.
Butta i libri via! Che sai
tu? che sai? Niente. Parole.
Inizio pagina
Basta. Sceso a
Malta, volo
a trovar gli altri emigrati.
— Come? E che? — dico, — Affamati?
— C’è il colera...
Mi consolo.
Quanti morti? —
— Uh, tanta gente...
E che fate qua? —
— Mah! stiamo
qua. Se il pesce abbocca all’amo,
noi mangiamo,. se no... niente! —
— Addio. cari! —
E per un tozzo
di pan duro, a tutto ormai
preparato, m’imbarcai
su una nave inglese. Mozzo.
Prima mozzo, poi fochista.
Io: sepolto lì, nel caldo
ventre strepitoso e saldo
d’una nave, senza vista,
né respiro, io che cresciuto
ero sotto il sole, all’aria
pura! E in una solitaria
rada, privo d’ogni ajuto,
sbarco, alfine, infermo. È un lido
d’Asia, presso Smirne (il nome
non ricordo piú). Là, come
un can perso, ai piè m’affido.
Rubo fichi e mangio. Cado
finalmente in man d’un lurco,
grosso e fier mercante turco,
che assoldava nel contado
cacciatori, gente brava
per la caccia nel deserto.
Egli, poi, nell’arte esperto,
fiere e uccelli imbalsamava.
Dice: “Sai sparare, amico?”
— Non so fare altro. —
« Benone!
pure a un’aquila? a un leone?» —
— Pure al Padreterno, — dico.
Ben munito, m’avventuro
nel deserto anch’io. M’infischio
del cammin lungo, del rischio...
Gambe sode, occhio sicuro.
Due leoni uccisi, io solo,
senza star tanto ai riguardi
di quegli altri; leopardi,
tigri, jene; aquile a volo.
C’era un alto monte, infido,
che di marmo parea tutto,
là, nel sol come costrutto.
Vi facean l’aquile il nido.
Di ritorno con la preda,
zitto e vigile da un canto,
a spiar mi sto, frattanto,
come il turco ora proceda
con sue droghe e spezie rare.
L’arte apprendo, in men d’un mese.
E la preda del paese
per mio conto passa il mare.
Vivo lì dieci anni. L’ora
del riscatto, finalmente,
suona, e Pier Gudrò la sente
da lontano, in tempo ancora
per combattere all’entrata
di Palermo, ed a Milazzo
e in Calabria... O prete pazzo
e l’Italia liberata
ora tu, come una nera
talpa, vuoi scavar soppiatta?
Talpa nera, talpa matta,
di te stessa prigioniera?” —
Pier Gudrò sogghigna. Sopra
le campagne l’ombra è scesa;
s’è nel cielo Espero accesa;
ecco, e già lasciano l’opra,
con le lor marre i villani.
Curvi, senza dare un fiato,
han del vecchio essi ascoltato
le avventure e i casi strani.
Inizio pagina
Malta... Fiere... Asia... La guerra...
preti... talpe... Vanità!
Non sanno essi altro che qua
zapperan sempre la terra.
Pier Gudrò, rimasto solo,
la villosa enorme testa
scuote, ancor della sua gesta
ebro; e guarda là del molo
la lanterna che s’accende
rossa, il fischio ode d’un treno
che lontano passa; e, pieno
di letizia, senza mende
vede l’opera compiuta
— Patria mia!...
La Luna è sorta.
Con la sua faccia di morta
schiara la campagna muta.
Di lontan borboglia il mare.
Via, sprazzando il baglior verde,
una lucciola si perde
nella bianca alba lunare.
Pier Gudrò rincasa. Al lume
della fumida lucerna,
ora trae da una giberna
vecchia, appesa tra due piume
di pavone al capezzale,
le medaglie sue. Son tre.
Se le lustra, e dice al re
in effigie lì: — Reale
Maestà, nulla ti ho chiesto;
son già vecchio, tutto bianco;
con te, dunque, parlar franco
posso, e voglio dirti questo:
Alla sedia, su cui tu,
ora, in Roma, altero siedi,
sai chi ha fatto i quattro piedi?
Noi, noi vecchi. E per virtù
nostra esiste, Maestà,
tutto quanto intorno splende,
quanto ricca e bella rende
questa nuova civiltà.
Posso chiudere domani
gli occhi, pago e soddisfatto.
La mia parte io te l’ho fatto,
figlio mio. Bacio le mani. —
Inizio pagina |