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Poemetti - 1890 - 1922

PIER GUDRO'

 

IV

 

Su dai colli, ora, la tonda
luna spunta rosea, e bagna
del suo lume la campagna.
Non si crolla ad aura fronda.

Par che sia giorno e che l’aria,
al lunare albor piú rada,
schiari, pregna di rugiada,
la campagna solitaria.

A destar le smorte stelle,
dalle curve messi d’oro,
dai sognanti alberi, a coro,
strillan grilli e raganelle.

Col berretto su la nuca,
rabbuffato, desto ancora,
dalla sua rural dimora
Pier Gudrò, guardingo, sbuca.

Dove va? Non gli concesse
forse il sonno qualche nuova,
e la pace non gli giova
della vigna e della messe.

Fra sé parla, iroso. Là...
(neppur lui sa forse dove)
ebra folla si commove:
gli operaj della città.

«Morte ai ricchi! morte ai re!
Non han pane né lavoro.
Già si contano tra loro.
Chi li tien? Piú Dio non c’è.

Se la casa han peggio nuda
d’una squallida prigione,
per un giorno abbian ragione;
la prigione poi li chiuda.

La prigione? Ma no, guerra!
guerra! via, leggi! via, freni!
Non di patrie o aviti beni,
equa madre, sa la terra».

Pier Gudrò, di tanto in tanto.
come a un urto delle fronde
cupe, arrestasi; risponde
al suo fiero orgasmo il canto

fitto, stridulo, insistente,
che dai campi al cielo sale;
e s’accresce e, assiduo, uguale.
avviluppagli la mente,

gli stupisce già l’udito,
divien fervido concento,
d’un lontan commovimento
il clamore indefinito...

«Non di patrie o di confini...»
Ei col gesto l’interrompe;
va com’ebro; alfin prorompe:
— Pazza turba d’assassini!

Minacciar cosí la santa
patria, il sacro nostro re,
quel che fatto abbiam per te
noi, con tanto sangue e tanta

gloria nostra... — E già gridare
non può piú, dall’ira. Va
pure innanzi; alfin ristà:
gli si stende, sotto, il mare.

Calmo, tutto palpitante,
della Luna al dolce lume,
bacia con fervor di spume
la riviera sottostante.

Pier Gudrò dall’alto mira
l’ampia, inaspettata scena;
non però si rasserena:
torvo e incerto il guardo gira;

 

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poi, l’angusta via che al lido
scende giú, ripida, toglie.
Ma chi ride giú? Lo accoglie
tra le ondate un alto grido.

Son le villanelle gaje
use a scendere, la sera,
per bagnarsi, alla riviera,
dopo tanta opra su l’aje.

Tra la spuma ignude, un’ombra
venir giú dal colle han visto;
e un sospetto, un timor tristo
loro il sen nascosto ingombra.

Spiano trepide... Ma via!
quegli è il nonno Pier Gudrò,
che non vuol certo ne può
far piú loro villania.

Nel lenzuol sul lido ognuna
si ravvolge; su la bionda
sabbia il molle corpo affonda,
ed a lui sotto la Luna

cerchio fan, cosí sdrajate:
«Pier Gudrò, non puoi scappare!
per castigo or dêi narrare
l’avventura tua col frate».

Pier Gudrò ride tra sé.
Zitte lì, con le avventure!
Per la patria eran congiure.
Si teneano qui, da me.

Ora un dí sbagliò la via,
certo, un frate francescano:
venne a me; tese la mano
per la questua. Questua? Spia!

Sí, fratello, — gli risposi.
Son anch’io di San Francesco
buon divoto. Segga al fresco;
vado e torno; si riposi. —

Andai sú di corsa; presi
una fune, e mani e piedi
gli legai; poscia gli diedi
l’elemosina: lo appesi.

Tre dí tenni il malaccorto
frate appeso ad un olivo;
nol lasciai morto né vivo;
mezzo vivo e mezzo morto. —

 

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Poesie

1890 - 1922

POEMETTI

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PIER GUDRO'
I II III IV V
LAOMACHE
I II III IV V

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