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III
Pier Gudrò scojò un agnello,
ne conciò la pelle in fretta
e ne trasse una berretta
con la coda e il riccio vello.
Gli vien giú fin su gli orecchi,
che son già curvi dal peso;
dalla concia hanno già preso
un color giallo i cernecchi.
E dal capo non si toglie
mai quel carico. Vuol fare,
(bene o mal) quel che gli pare;
e però non prese moglie.
Vive solo, di sé pago,
ed a quanto gli abbisogna
di sua man provvede; sogna
e il lavoro gli è di svago.
D’ogni frutto il campo abbonda,
vigna e ortaglie, e grano e biada;
ov’ei l’occhio volga, o vada,
verde e pace lo circonda.
Si conturba solo quando
qualche nuova della vita
gli perviene, eco smarrita.
Allor va fantasticando.
Si rintana. La man tarda
stira l’aspra barba bianca.
Dalla vecchia cassapanca
in silenzio il gatto guarda.
La republica di Francia
s’apparecchia la rovina.
Nuova guerra s’avvicina
se la Russia si sbilancia...
Che farà l’Italia? Ajuto
ai Tedeschi presterà?
Vinceranno! Libertà
per la Russia e lo statuto...
Ma i colombi, che già l’ora
senton scorsa del beccare,
ecco vengono a tubare
alla porta chiusa ancora.
Pier Gudrò due volte al giorno
ai colombi il pasto dà.
— «Curra! curra!» — Eccoli là:
gruga tutta l’aja intorno.
Sono cento, cento e piú,
fremon, gonfiansi nel terso
collo, guardan di traverso:
— Ehi, padrone, i chicchi, giú! —
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