|
I
Pier Gudrò vuole la guerra.
Lui risponde della sorte.
Noi, per lui, siam la piú forte
nazione della terra.
Non vorrebbe egli, però,
dire: — Andate, io vengo dopo. —
S’è ridotto un vecchio topo
di campagna, Pier Gudrò.
Ma già i vecchi il lor dovere
l’hanno fatto. Or tocca a noi,
a noi figli degli eroi,
correr sotto le bandiere.
E saprem combatter bene.
Dican pur quest’età molle:
scorre, in fondo, e in noi ribolle
fiero sangue per le vene.
II
Solitario Pier Gudrò,
per la vigna piano errando
e gestendo a quando a quando,
pensa e crede tutto ciò.
Erra fin dal primo albore
col suo fulvo gatto appresso,
cui privato egli ha di sesso
per guarirlo dell’amore.
Un vapore tenue suole,
velo fulgido di brina,
sú pe’ campi, la mattina,
ondulare al primo sole.
Frullan passeri tra i rami
dei novelli alberi intorno;
son saluti al nuovo giorno
e son timidi richiami.
Pier Gudrò, di tratto in tratto,
qualche tralcio osserva, chino:
ei pur pensa, il vecchio, al vino;
e, con amorevol’atto,
delle viti ancora basse,
càuto, i pampini rimuove,
come se le poppe nuove
a una vergin denudasse.
Avverrà forse ch’ei beva
del suo vino ancora un anno!
Che sbaldor gli uccelli fanno,
messi sú dai tralci a leva!
Non per mal ch’ei voglia fare,
ma fra i tralci non li vuole.
Sciò! sciò via! C’è terra al sole,
da beccare e da ruzzare.
III
Pier Gudrò scojò un agnello,
ne conciò la pelle in fretta
e ne trasse una berretta
con la coda e il riccio vello.
Gli vien giú fin su gli orecchi,
che son già curvi dal peso;
dalla concia hanno già preso
un color giallo i cernecchi.
E dal capo non si toglie
mai quel carico. Vuol fare,
(bene o mal) quel che gli pare;
e però non prese moglie.
Vive solo, di sé pago,
ed a quanto gli abbisogna
di sua man provvede; sogna
e il lavoro gli è di svago.
D’ogni frutto il campo abbonda,
vigna e ortaglie, e grano e biada;
ov’ei l’occhio volga, o vada,
verde e pace lo circonda.
Si conturba solo quando
qualche nuova della vita
gli perviene, eco smarrita.
Allor va fantasticando.
Si rintana. La man tarda
stira l’aspra barba bianca.
Dalla vecchia cassapanca
in silenzio il gatto guarda.
La republica di Francia
s’apparecchia la rovina.
Nuova guerra s’avvicina
se la Russia si sbilancia...
Che farà l’Italia? Ajuto
ai Tedeschi presterà?
Vinceranno! Libertà
per la Russia e lo statuto...
Ma i colombi, che già l’ora
senton scorsa del beccare,
ecco vengono a tubare
alla porta chiusa ancora.
Pier Gudrò due volte al giorno
ai colombi il pasto dà.
— «Curra! curra!» — Eccoli là:
gruga tutta l’aja intorno.
Sono cento, cento e piú,
fremon, gonfiansi nel terso
collo, guardan di traverso:
— Ehi, padrone, i chicchi, giú! —
IV
Su dai colli, ora, la tonda
luna spunta rosea, e bagna
del suo lume la campagna.
Non si crolla ad aura fronda.
Par che sia giorno e che l’aria,
al lunare albor piú rada,
schiari, pregna di rugiada,
la campagna solitaria.
A destar le smorte stelle,
dalle curve messi d’oro,
dai sognanti alberi, a coro,
strillan grilli e raganelle.
Col berretto su la nuca,
rabbuffato, desto ancora,
dalla sua rural dimora
Pier Gudrò, guardingo, sbuca.
Dove va? Non gli concesse
forse il sonno qualche nuova,
e la pace non gli giova
della vigna e della messe.
Fra sé parla, iroso. Là...
(neppur lui sa forse dove)
ebra folla si commove:
gli operaj della città.
«Morte ai ricchi! morte ai re!
Non han pane né lavoro.
Già si contano tra loro.
Chi li tien? Piú Dio non c’è.
Se la casa han peggio nuda
d’una squallida prigione,
per un giorno abbian ragione;
la prigione poi li chiuda.
La prigione? Ma no, guerra!
guerra! via, leggi! via, freni!
Non di patrie o aviti beni,
equa madre, sa la terra».
Pier Gudrò, di tanto in tanto.
come a un urto delle fronde
cupe, arrestasi; risponde
al suo fiero orgasmo il canto
fitto, stridulo, insistente,
che dai campi al cielo sale;
e s’accresce e, assiduo, uguale.
avviluppagli la mente,
gli stupisce già l’udito,
divien fervido concento,
d’un lontan commovimento
il clamore indefinito...
«Non di patrie o di confini...»
Ei col gesto l’interrompe;
va com’ebro; alfin prorompe:
— Pazza turba d’assassini!
Minacciar cosí la santa
patria, il sacro nostro re,
quel che fatto abbiam per te
noi, con tanto sangue e tanta
gloria nostra... — E già gridare
non può piú, dall’ira. Va
pure innanzi; alfin ristà:
gli si stende, sotto, il mare.
Calmo, tutto palpitante,
della Luna al dolce lume,
bacia con fervor di spume
la riviera sottostante.
Pier Gudrò dall’alto mira
l’ampia, inaspettata scena;
non però si rasserena:
torvo e incerto il guardo gira;
poi, l’angusta via che al lido
scende giú, ripida, toglie.
Ma chi ride giú? Lo accoglie
tra le ondate un alto grido.
Son le villanelle gaje
use a scendere, la sera,
per bagnarsi, alla riviera,
dopo tanta opra su l’aje.
Tra la spuma ignude, un’ombra
venir giú dal colle han visto;
e un sospetto, un timor tristo
loro il sen nascosto ingombra.
Spiano trepide... Ma via!
quegli è il nonno Pier Gudrò,
che non vuol certo ne può
far piú loro villania.
Nel lenzuol sul lido ognuna
si ravvolge; su la bionda
sabbia il molle corpo affonda,
ed a lui sotto la Luna
cerchio fan, cosí sdrajate:
«Pier Gudrò, non puoi scappare!
per castigo or dêi narrare
l’avventura tua col frate».
Pier Gudrò ride tra sé.
Zitte lì, con le avventure!
Per la patria eran congiure.
Si teneano qui, da me.
Ora un dí sbagliò la via,
certo, un frate francescano:
venne a me; tese la mano
per la questua. Questua? Spia!
Sí, fratello, — gli risposi.
Son anch’io di San Francesco
buon divoto. Segga al fresco;
vado e torno; si riposi. —
Andai sú di corsa; presi
una fune, e mani e piedi
gli legai; poscia gli diedi
l’elemosina: lo appesi.
Tre dí tenni il malaccorto
frate appeso ad un olivo;
nol lasciai morto né vivo;
mezzo vivo e mezzo morto. — |
V
Per quel frate or certo il Papa,
giorno e notte, contro a lui
pensier cova truci e buj.
Ma a pensare invan si scapa.
Tenda insidie, ordisca trame:
dalla cintola non suole
toglier mai le due pistole
Pier Gudrò. Pur su lo strame,
ogni notte, se ne sta
con le due pistole ai fianchi;
non per nulla ha i peli bianchi;
molte cose ha visto e sa.
Sa la storia un giorno appresa
dai compagni di sventura
nell’esilio, e qual mai cura
abbia avuto ognor la Chiesa:
a stranieri offrir l’acquisto
dell’Italia. E a quanti re
come femmina si dié,
lei che sposa era di Cristo!
Queste ed altre cose ei narra
senza fine ai suoi villani.
Ma si sputan su le mani quelli,
e attendono alla marra.
— «C’era in mar come una festa,
per la Luna nuova. Piana
vi filava una tartana.
Dentro avevo, io, la tempesta.
Confiscati i beni, in bando
me n’andavo, ignaro e senza
guida. Eppure era clemenza,
questa, di re Ferdinando.
Buttar giú con una brava
scure il capo ed ogni idea
di rivolta mi potea.
Che male ora m’arrecava?
Niente. Mi strappava il cuore,
con quel bando, il re. Ma guasto
n’ebbe il sangue. Ai vermi in pasto,
vivo ancor, lo dié il Signore.
Me ne stavo lì, sdrajato
su la tolda. Mano a scotte
non si mise, quella notte.
Era il mare addormentato.
E la via parea sapesse
la tartana nera. Io solo
non sapea piú nulla. Al duolo
cupo il cuor, pure, mi resse.
Giunsi a Malta all’alba. Terra
nostra. Dio la benedica.
L’ha in poter però l’amica
fedelissima Inghilterra.
E Trieste, dunque? Trento?
di chi sono? e la Savoja?
Nizza, Corsica? S’annoja
tanto, adesso, a quel che sento
la moderna gioventù,
che non ha da fare... Orbene,
di’, ci hai sangue nelle vene?
Ti do io da fare! Su,
prendi l’armi! Ti ci vuole
una guerra: guarirai.
Butta i libri via! Che sai
tu? che sai? Niente. Parole.
Basta. Sceso a Malta, volo
a trovar gli altri emigrati.
— Come? E che? — dico, — Affamati?
— C’è il colera...
Mi consolo.
Quanti morti? —
— Uh, tanta gente...
E che fate qua? —
— Mah! stiamo
qua. Se il pesce abbocca all’amo,
noi mangiamo,. se no... niente! —
— Addio. cari! —
E per un tozzo
di pan duro, a tutto ormai
preparato, m’imbarcai
su una nave inglese. Mozzo.
Prima mozzo, poi fochista.
Io: sepolto lì, nel caldo
ventre strepitoso e saldo
d’una nave, senza vista,
né respiro, io che cresciuto
ero sotto il sole, all’aria
pura! E in una solitaria
rada, privo d’ogni ajuto,
sbarco, alfine, infermo. È un lido
d’Asia, presso Smirne (il nome
non ricordo piú). Là, come
un can perso, ai piè m’affido.
Rubo fichi e mangio. Cado
finalmente in man d’un lurco,
grosso e fier mercante turco,
che assoldava nel contado
cacciatori, gente brava
per la caccia nel deserto.
Egli, poi, nell’arte esperto,
fiere e uccelli imbalsamava.
Dice: “Sai sparare, amico?”
— Non so fare altro. —
« Benone!
pure a un’aquila? a un leone?» —
— Pure al Padreterno, — dico.
Ben munito, m’avventuro
nel deserto anch’io. M’infischio
del cammin lungo, del rischio...
Gambe sode, occhio sicuro.
Due leoni uccisi, io solo,
senza star tanto ai riguardi
di quegli altri; leopardi,
tigri, jene; aquile a volo.
C’era un alto monte, infido,
che di marmo parea tutto,
là, nel sol come costrutto.
Vi facean l’aquile il nido.
Di ritorno con la preda,
zitto e vigile da un canto,
a spiar mi sto, frattanto,
come il turco ora proceda
con sue droghe e spezie rare.
L’arte apprendo, in men d’un mese.
E la preda del paese
per mio conto passa il mare.
Vivo lì dieci anni. L’ora
del riscatto, finalmente,
suona, e Pier Gudrò la sente
da lontano, in tempo ancora
per combattere all’entrata
di Palermo, ed a Milazzo
e in Calabria... O prete pazzo
e l’Italia liberata
ora tu, come una nera
talpa, vuoi scavar soppiatta?
Talpa nera, talpa matta,
di te stessa prigioniera?” —
Pier Gudrò sogghigna. Sopra
le campagne l’ombra è scesa;
s’è nel cielo Espero accesa;
ecco, e già lasciano l’opra,
con le lor marre i villani.
Curvi, senza dare un fiato,
han del vecchio essi ascoltato
le avventure e i casi strani.
Malta... Fiere... Asia... La guerra...
preti... talpe... Vanità!
Non sanno essi altro che qua
zapperan sempre la terra.
Pier Gudrò, rimasto solo,
la villosa enorme testa
scuote, ancor della sua gesta
ebro; e guarda là del molo
la lanterna che s’accende
rossa, il fischio ode d’un treno
che lontano passa; e, pieno
di letizia, senza mende
vede l’opera compiuta
— Patria mia!...
La Luna è sorta.
Con la sua faccia di morta
schiara la campagna muta.
Di lontan borboglia il mare.
Via, sprazzando il baglior verde,
una lucciola si perde
nella bianca alba lunare.
Pier Gudrò rincasa. Al lume
della fumida lucerna,
ora trae da una giberna
vecchia, appesa tra due piume
di pavone al capezzale,
le medaglie sue. Son tre.
Se le lustra, e dice al re
in effigie lì: — Reale
Maestà, nulla ti ho chiesto;
son già vecchio, tutto bianco;
con te, dunque, parlar franco
posso, e voglio dirti questo:
Alla sedia, su cui tu,
ora, in Roma, altero siedi,
sai chi ha fatto i quattro piedi?
Noi, noi vecchi. E per virtù
nostra esiste, Maestà,
tutto quanto intorno splende,
quanto ricca e bella rende
questa nuova civiltà.
Posso chiudere domani
gli occhi, pago e soddisfatto.
La mia parte io te l’ho fatto,
figlio mio. Bacio le mani. —
Inizio pagina

|