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IV
Giunse ai confini estremi del regno. La Scizia,
dall’alto
delle montagne, in un fitto continuo silenzioso
turbinare di candide innumerevoli piume
giú dai cieli, le vaneggiava sotto, d’un cupo
bianco mistero avvolta. Rimase Laòmache a lungo
dello stupore in preda, davanti al prodigio di quella
muta, lenta, lieve caduta perenne. Oh ma quanta,
quanta d’uccelli raminga moltitudine avea
quelle del cielo invase inospiti plaghe, se tanta
copia di piume cadeva? Qual fato crudele gli uccelli
d’ogni terra traeva a quelle plaghe? Lo stesso
fato di lei? Che se quegli uccelli le candide piume,
lei la baldanza e gl’impeti e i voli dell’anima e tutto
quivi lasciato avrebbe. E come quelle nel cavo
della sua mano in acqua scioglievansi, in lagrime i suoi
impeti si scioglievano.
Laòmache or tutta di gelo
livida e irta, tra quel turbinio senza fine,
giú pe’ greppi guardando, da un nuovo stupor fu
assalita.
Altre Amazoni, al pari di lei, ma già madri altra volta,
libere adesso, furtivamente a quei limiti estremi
s’erano tratte; e per quei greppi scendevan soppiatte,
càute, al paese dei Gàrgari. E i Gàrgari forse
eran là sotto, a piè di quei monti in attesa,
e deridevan tra loro lo sdegno famoso delle alte
donne guerriere. Ah dunque non attendevan neppure
la rituale festa dei fiori le socie sue fiere?
Senza lotta, all’amplesso degli uomini, non invitate,
ritornavan furtive? Si torse per l’onta, avvampando
tutta d’odio e di sdegno. Ma un moto in quel punto, non
suo,
dentro di sé, nel grembo, un fremito nuovo, uno strano
palpito la rattenne, e attonita a lungo rimase,
rabbrividendo.
«O Diana» — gridò, levando la faccia
contro il cielo, sconvolta, — «Diana fa’ tu che non sia
questo che in grembo io porto frutto odioso, una donna
all’obbrobrio mio stesso serbata, ma un maschio ch’io
debba
con le proprie mie mani, per la tua legge, strozzare!»
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