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III
Sia il tuo cenere ai venti disperso, o Tanàis! Ah
quale
stolido regno ti piacque fondare! Son queste le fiere
tue seguaci, del sangue degli uomini avide, queste
le belligeranti che, impubi, la destra mammella
schiaccian sul seno o recidon per esser piú abili a
trarre
d’arco? E spasimi acuti or dà loro il succo materno
nella compressa poppa urgendo. E guàrdale! otri
gonfie son fatte, ne piú cingersi or posson l’irsuto
corsaletto di ferree scaglie; e guazza l’immane
ventre sotto il lupigno cuojo che mal lo ricopre,
né riverenza ispira, che frutto non è già d’amore,
ma sol della loro fecondità bestiale.
Pigre, oppresse, deformi, trascinansi. — «Ippolita!
Aèlla!
Cènia!» — chiama Laòmache. E quelle a lei, che sul volto
ha l’accorata nausea dipinta del làido suo stato,
vengono e la deridono. Eh via, non le piace davvero
per alcun tempo cosi lo Stato, oziando, servire
e per razza e per latte? La verginità? Ma bisogna
perderla pure un giorno, se perdere il regno non vuolsi
delle femmine. Onta? eh via, perché, se Diana
vuole cosí, comanda che a tutte in quel modo la festa
delle rose sia sacra? Oh, verrà pur la volta di quelle
vergini acerbe che passano loro davanti sdegnose,
strette nel corsaletto, con l’azza nel pugno! Tra breve,
dopo tante prodezze e tante vittorie su l’uomo,
soggiaceranno anch’esse. Conoscono i Gàrgari bene
l’arte di perdere prima per vincere dopo. Di loro
dunque non abbia invidia Laòmache.
Invidia? Ma schifo,
piú che disprezzo, di tutte, di sé, Laòmache or prova.
Nota a quelle era dunque l’arte dei Gàrgari? E questo
ventre deforme è delle ambite vittorie il trofeo?
Via di là! Via, lontano, per piangere occulta le amare
lagrime del rimpianto, le acri dell’odio compresso.
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