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II
Ora a piantar le tende per la lor notte d’amore,
là su la vetta, badan le coppie. Laòmache al suo
Gàrgaro ne commette la cura. Caparbia, proterva,
sdegnosamente si trae da parte. Zighi sommessi
di lepri in amore, fritinnii lunghi di grilli,
strani fili di lucidi suoni, in quell’alba lunare,
giú dalle sodaglie, dai greppi le giungon del monte.
Par che raggiorni. E dal prossimo tempio si levan
preghiere.
Presto alzata è la tenda. Il Gàrgaro invita l’acerba
sua compagna ad entrare. Entra egli per primo; si stende
come leone al suolo. Poggiato su un gomito, aspetta.
Nel vederlo cosí, Laòmache, entrando, s’adira.
— «Lèvati sú!» — gli grida — «ch’io entro e mio schiavo
tu sei!»
Ma rimane per terra sdrajato il Gàrgaro e solo
alza il capo a guardarla e sorride. Poi dice: — «Tuo
schiavo;
ma, per servirti, bisogna ch’io ora mi senta padrone.
Tu certo uccidermi puoi; ti freme l’arma nel pugno;
ma se vivere io debbo per tua e mia gioja, bisogna
che mansueta or ti veda e docile meco. Sconfitto,
tanto della tua forza mi son penetrato e del fiero
odio che tu dimostri per l’uomo, ch’io, vedi, a toccarti
or non m’arrischio nemmeno. Tu m’impauri. E bisogna
che tu m’alletti invece, m’induca ad osare, siccome
fan l’altre donne sommesse al potere dell’uomo.
Stènditi qua benigna; carezzami un poco; a slacciarmi
questo calzare ti china...» — Laòmache, a tale proposta,
regger piú non si può; un urlo ferino le rompe
dalla gola; gli è sopra, furente: dal capo gli strappa
la ghirlanda di rose; e, calpestandola, — «Mai!
No, mai!» — rugge; e via dalla tenda con impeto. A tale
deve dunque una donna, a tale ridursi? E le altre
sue compagne si sono fino a tal punto avvilite
forse, di fronte all’uomo, piegate al volere di lui?
Vibra nell’alta notte serena la vergine offesa;
ansa; guarda smarrita, com’ebbra, nell’ampio chiarore
ch’ora diffonde la Luna dal sommo dei cieli, e s’avvia.
— «Cènia! Ippolita! Aèlla!» — geme. Le fide compagne,
fiere com’essa, non vagano fuor delle tende: ella sola,
come tigre ferita, vaga e si lagna. S’accosta
càuta a una tenda: sconvolta, dà indietro; procede.
Ode delle compagne, perdutamente obliose,
qua, là nell’orgia rubesta, i seni bramosi anelare.
Corre al tempio, inseguita da quell’obbrobrio; si gitta
tra le braccia d’Ocíale, raccapricciata, gridando.
Questa però, severa, del rito le parla; le intíma
di ritornare all’uomo che a lei Diana accordava.
Stavasi il Gàrgaro innanzi la tenda, in attesa. La
accolse
fremebondo sul petto possente, di peso la tolse
tra le braccia, e di lei fu, tutta la notte, signore.
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