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I
Fiera Laòmache a fianco del giovane Gàrgaro, vinto
nella gara recente, saliva al monte su cui
l’ara dall’alba sorgea dei sacrifìzii a Diana.
Eran di primavera i giorni segnati. Le elette
vergini Amazoni, dopo le gare annuali, per una
notte il possente corpo abbandonavano al vinto
rivale, che della tribù confinante era spesso
dei Gàrgari. Sotto la grande zona di fiamma
che in quel vespro incombeva sul monte, Laòmache obliqui
sguardi di tratto in tratto al suo compagno lanciava.
Questi allora le tumide labbra schiudeva a un sorriso
impercettibile, e gli occhi intanto abbassava. Dal bruno
volto, a umile aria composto, e anche dal molle
tentennare del corpo gagliardo comprendere a quella
sua domatrice lasciava, com’egli non dalla possanza
ma per amore di lei si fosse fatto domare.
Ben l’intendea Laòmache adesso, e fremeva, dagli occhi
sdegno, dispetto schizzando; ed or l’azza scoteva,
or la pelta lunata; squassava or le piume dell’elmo.
Era nell’aria un’amara fragranza d’arnica, ed ella
con dilatate nari la respirava. Com’egli,
stesa un mano e divelto da un cespo un virgulto
ora un ginocchio ora l’altro se ne batteva, stizzita
glielo strappò, lo gittò lontano gridando con dura
voce: «Cammina!» — «Ecco, cammino», il Gàrgaro disse,
sorridendo a suo modo. E, cúpido, di sotto al cuojo
belluino che a lei dall’òmero manco, sul seno
là sagliente qua scemo, giú fino ai ginocchi scendeva,
l’òmero destro lasciando e il braccio scoperti e
l’ascella,
insinuò lo sguardo. Laòmache l’azza su lui
terribilmente brandí. Le braccia egli aperse,
aspettando.
Ma trattenuta fu l’ira tra sprazzi di sdegno e bramiti.
Giunti che furono in vetta al monte, nel tempio, con
l’altre
coppie sacrificarono anch’essi a Diana. Di rose
quindi le ancelle, a un cenno d’Ocíale sacerdotessa,
inghirlandarono i vinti. Scomparso era il sole e sorgeva
dall’opposto orizzonte, rosea e grande, la Luna.
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