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Pirandello - Poesia

Poemetti

BELFAGOR

PIER GUDRO'

LAOMACHE

Pirandello - Poesia

da Biblioteca dei Classici Italiani

Introduzione

1889 - Mal giocondo

1890 - Pasqua di Gea

1890-1922 - Poemetti

1890 -1933 - Poesie sparse

1895-1896 - Elegie Renane

1901 - Zampogna

1909 - Scamandro

1912 - Fuori di chiave

 

 

Poesia - poemetti - 1890/1922

belfagor

 

La prima stesura del Belfagor risale al 1886, e fu distrutta nel 1887 (v. lettera dell’Autore alla sorella Lina, 25 marzo 1887, pubblicata nella rassegna Terzo programma, 1961, N. 3, pag. 281); dodici quartine furono però salvate, e incluse in Mal giocondo, 1882 (Allegre, VII).
La seconda stesura, in otto canti, è degli anni 1890—1892.
Il primo canto apparve nella Tavola rotonda, «giornale letterario illustrato della domenica », Napoli, anno II, N. 28, 10 luglio 1892, col sottotitolo “La visita” (85 quartine).
Successivamente, nel Roma di Roma, « giornale politico—letterario quotidiano », anno I, N. 139, 16 settembre 1896, furono ripubblicate, con varianti, quaranta quartine del primo canto, suddivise in due capitoli: I. Presentazione (14 quartine), II. L’antica novella (26 quartine). Il testo era preceduto da una nota di Luigi Capuana, nella quale venivano citate tredici altre quartine.
Infine, nell’articolo Belfagor, poemetto di Luigi Pirandello (in Belfagor, « rassegna di varia umanità », Firenze, anno XXII, N. 5, 30 settembre 1967) Elio Providenti, pronipote di Lina Pirandello, à riportato, trascrivendole da una lettera dell’Autore del settembre 1890, altre venti quartine (del III canto), tre delle quali risultano citate, con varianti, nella nota apparsa nel Roma di Roma, da Luigi Capuana.
Sulla definitiva distruzione del poemetto, si veda la lettera autobiografica (apparsa su Le Lettere il 15 ottobre 1924 e successivamente il 28 febbraio 1936)
Si riproduce qui l’intero testo del I canto apparso nella Tavola rotonda del 10 luglio 1822.

 

 

Su la vecchia sedia a dondolo
mi spingevo innanzi e indietro,
quando udii con molta grazia
dar tre colpi a l’uscio a vetro.

Prego, avanti! faccio. Schiudesi
l’uscio, e in atto di saluto
si fa innanzi, sorridendomi,
un signore sconosciuto.

Chiusa in man reca una lettera;
me la porge. — Prego, segga —
io gli dico, ed ei schermendosi. —
«Oh no, scusi! prima legga.»

Che bel tipo! e di che trattasi?
fo tra me; voglio vedere
chi mai serbi ancor memoria
di me, in patria forestiere!

M’alzo anch’io, la busta lacero:
è una lettera in latino,
con la firma: “ Nicolaus
segretario fiorentino”.

Nicolaus? Mi metto a ridere.
L’altro sta tra serio e mesto.
Dico: — Sa? non so comprendere
il suo scherzo! è scherzo, questo?

«Non è scherzo; legga, e subito
capirà» dice il signore,
sempre serio. Da la ruvida
carta sal non so che odore.

 

Io mi metto dunque a leggere;
ma quei segni agili e snelli
su la carta par che saltino...
Chi mi scrive è il Machiavelli!

Signor mio, se un manicomio
ella cerca, non è mica
qui. Qui è casa mia. Vuol prendersi
di me gioco? E allora il dica!

«Di nessun vo’ gioco io prendermi,
se l’è preso altri di me.
Credi a ciò che il grande storico
fiorentin scrisse per te»,

mi risponde. Ed il suo pallido
volto, i lucidi occhi intensi,
piú gli guardo, piú conturbano
stranamente ora i miei sensi.

Dico alfine. — E dovrei credere
dunque in vero ch’Ella sia
Belfagor arcidiavolo?
È un po’ troppo, in fede mia!

e che a me l’illustre storico
fiorentin la raccomandi,
com’è d’uso, con la lettera
che m’ha data? dunque, i bandi

che già contro a tutti i diavoli
la scienza nostra ha emesso,
ella ignora? e vuol sul serio
che la creda? proprio adesso? —

Ragionandoci, un po’ d’animo
io prendea, cosí, man mano;
ma l’incognito appressandosi
e sedendo, dice piano:

«La fa bene a piú non credere
ai diavoli, fa bene;
neppur io ci credo, e frottole
ogn’uom savio li ritiene».

— Dunque?

— « Dunque è semplicissimo:
niun ci crede, e bene sta;
ma l’inferno c’è, coi diavoli,
tanto, ch’io vengo di là...

Solamente son diavoli,
condannati nelle spese,
e l’inferno è di delizie
divenuto ora un paese.

Sissignore, di delizie!
La mi stia bene ad udire,
le farò venir grandissimo
desiderio di morire.

Saprà come in lontanissimi
tempi, Pluto, re d’Averno,
come un re, poniam, d’Italia,
o un ministro de l’interno,

si trovasse in gravi angustie
a cagion de l’affluenza
strabocchevole de l’anime,
che ad eterna penitenza

pur dannate, discendeano
ne l’inferno col sorriso
su le labbra: quasi andassero
tutte quante in paradiso!

Chiesto lor perché in tal numero
e con tanta faccia tosta
nel suo regno rovinassero,
ebbe il dio Pluto in risposta:

 

“Pluto, re mite e benevolo,
(e qui: bravo! ebbene! evviva!)
venga a noi la pece liquida,
venga a noi la fiamma viva!

Pluto, re mite e benevolo,
tra i tormenti tuoi ci togli,
ci parran carezze d’angeli
a confronto de le mogli!

Pluto re, sai tu che fossimo
noi lassú? fummo mariti!
(e qui in turbine d’orribili
urli, gemiti, grugniti).

Altri ancora, innumerevoli
turbe qui rovineranno
e te re mite e benevolo
come noi saluteranno”.

E ciò detto, via di furia!
sollevando in cento cori
per quell’aer denso, tangibile,
una zuffa di clamori.

Restò il dio come una statua,
restò lì muto, intontito...
Forse mai, come in quell’attimo,
si sentí tanto marito.

Ma d’un subito riebbesi,
e ad urlar diessi anche lui:
Fu un accorrer di demonii
spaventati, fuor dei buj

antri uscenti a precipizio;
Pluto in mezzo delirava,
sghignazzando; restringevasi
ne le cosce, poi saltava

e gridava. “Ecco, ecco vengono!
Ridon tutti... Ajuta! ajuta!
Pluto re mite e benevolo,
ognun d’essi mi saluta!...”

I demonii si consigliano
con grandi occhi, a bocca aperta...
Ed io dico: “Ahimè, il plutonio,
alto senno si sconcerta!

Minos venga, e l’altro giudice
de l’inferno, Radamanto.”
I demonii allor si diedero
a un dirotto, ontuoso pianto.
 

Proprio in quella, da le viscere
de l’inferno atre e profonde,
di dannati a noi giungeano
risa e voci alte e gioconde!

I due giudici sudarono
un bel poco a ritornare
Pluto in sensi; poi si chiesero
un rimedio d’adottare.

— “Un rimedio? qual rimedio?
esclamò Pluto iracondo.
Posso io far che tutti gli uomini
restin celibi nel mondo?”

— “Ma tu credi, o mio saturnio
Zio, rispose Radamanto,
che di ciò sien sola causa
donne e mogli? Io credo intanto,

che faremmo opra piú savia
non prestando tanta fede
a quest’anime di reprobi.
A un dannato non si crede.

 

Facciam meglio: un buon diavolo,
d’oro e d’altro ben fornito,
su la terra per noi mandisi,
e colà faccia il marito.”

Corse un freddo e lungo tremito
quelle fiere carni al nome
di marito, ed ogni diavolo
non sapea perché ne come.

 

Ma del già re de la Licia
la proposta alfin fu accolta,
e allor fu che venne al secolo
Belfagor la prima volta.

E sa ben che lì, dal cerulo
Arno in riva, io stanza presi;
mi spacciai per ricco e nobile,
e il danar con arte spesi.
 

Tolsi quindi in matrimonio
Monna Onesta dei Donati,
che mi die’ poi tanti triboli
sperperando i miei ducati.
 

 


Io scappai tra un pazzo strepito
di trombette e tamburelli...
ma narrato ha questa istoria
degnamente il Machiavelli.

Di dannati ora rigurgita
nuovamente il regno negro,
questi modo non vi tengono
degli antichi meno allegro.

Come prima entrati, traggono
dal profondo un gran respiro.
Trae qualcuno anche un binoculo
da viaggio, e guarda in giro.

Poi tra canti e risa imbarcansi,
qual per gita di piacere.
A Minos l’antico giudice,
dei peccati il doganiere.

e a Pluton la barba tirano!
cosí pazzi, cosí arditi,
che i diavoli s’affollano
loro intorno, sbalorditi.

E fra tanto ognun dimentica
d’adempire al proprio uffizio.
Nessun piú sa fare il menomo
brutto scherzo, un malefizio.

Ma se pur qualcuno accingesi
a trattare male un dannato,
questi trova un mezzo esplicito
per non esser molestato.

Lì, con quanti ha mai retorici
artifizii la parola,
gli dimostri che lui, diavolo,
non è altro che una fola;

che l’inferno, Ieova, gli angeli,
marionette de la fede,
sono anch’essi vuote favole,
cui nessuno ormai piú crede.

A siffatto raziocinio,
dato lì, tra naso e muso,
resta il diavol malinconico,
come un coso uscito d’uso.

Pajon tanti Amleti. Vansene
ruminando il gran mistero,
e han finito ormai col credersi
ombre e favole davvero.

Tal follia cagione è a l’anime
di perfetta libertà.
Cosí, un bravo sociologo
di fondar pensato ha già,

messi i dritti in equilibrio
del cervello e de la pancia,
ne l’inferno una republica,
da oscurar quella di Francia.

Fonderà lo Stato—esempio,
specchio in tutto del progresso,
se però l’ajutan chimici
e ingegner’, come han promesso.

Tutti i sogni inattuabili
che la mente d’ogni eletto
su la terra sconcertarono,
finalmente avranno effetto.

Molti stan per la republica
di Platone, chi sa poi
come andrà questa baldoria
a finir! Torniamo a noi.

Capirà che Pluto, il povero
nostro re, di questo passo
non può andar piú avanti. Attonito
sta a guardar, par già di sasso.

Gli si chiede: “O re, quest’asini
debbon proprio sopraffarci?
“ Leva in faccia gli occhi stupidi,
e risponde. “E che vuol farci?”

 

Nulla, dunque. E allor si lascino
fare in pace! Or essi fatto
han già tanto, ch’ei, re, scendere
dové alfin con loro a un patto

vergognoso. Quei, s’imagini,
gli hanno offerto un trono eterno
su la terra; perché, dicono,
che la terra è un vero inferno.

La m’intende? In brevi termini:
“Va’ a riporti! gli han risposto.
Senza far de l’altre chiacchiere,
è lassú, non qui il tuo posto!

Troppo, troppo abbiam, com’uomini.
noi sofferto su la terra,
perché tu da morti or ci abbia
da seccar con altra guerra!”

Pluto disse: “Dunque è proprio
cosí piena di malanni
questa terra? E chi assicurami
che il dir vostro non m’inganni?”.

— “Fa la prova?” gli risposero
i dannati. E il re: “La faccio.
Mando subito un diavolo.”
E me mise ne l’impaccio,

proprio me, come il piú pratico.
Ma ciò è nulla! il peggio è stato,
che quei cani non mi vollero
far partir, che addottorato.

Son dottore, ah voglio ridere!
Ci voleva la scienza... “
Già, perché se andrai, mi dissero.
ne la tua sincera essenza,

cioè a dire da diavolo,
ne la vita, capirai,
come dentro al vero e proprio
elemento tuo, starai.

Andar dêi com’uom, né semplice
o volgar! com’uomo dotto,
capacissimo di scernere
ogni mal che covi sotto.”
 
Ed in mezzo allor mi presero:
Chi m’infuse un sentimento,
e chi un altro; un desiderîo,
questi; quegli, il suo talento.

Mezzo morto mi lasciarono:
finché dentro ebbi ogni affetto,
tutto ciò che han dentro gli uomini,
coscienza ed intelletto.

Né bastò! che poi mi vollero
ragionar la lor follia.
Sapienza essi la chiamano,
io direi ch’è malattia!

Se Dio esiste o no, se l’anima
è mortale od immortale,
come spiegasi il fenomeno
de le cose, ciò che è male,

ciò che è ben, qual sia la regola,
qual de l’esser sia lo scopo,
se ebbe il mondo o no un principio,
se avrà un fin; che avverrà dopo...

 

e altre ancora, altre scempiaggini,
ch’or mi giran per la mente!
Ah perdio! dite sul serio?
Questo è il senno, che ha la gente?

Ma perché di tante chiacchiere
v’opprimete l’esistenza,
quando, io dico, a la men facile,
con un po’ di pazienza

solamente può risolversi?
Dura tanto poco. Quasi
pare un sogno, è un sogno. In aria
perché mai dovete i nasi

tener sempre e gli occhi in estasi?
Ma imitate il savio armento,
per cui il vero è l’erba tenera,
che gli cresce sotto il mento!

Pazzi! Par quasi incredibile...
Basta. Or io mi trovo qui,
s’ella ha inteso, con l’incarico
d’annojarmici cosí,

da potere il giorno, prossimo
o lontan, del mio ritorno
confermar ciò che i suoi simili
del terren loro soggiorno

e del viver d’oggi dissero.
Però badi: non mi pare
tanto facile! di vivere
amo, e assai la vita amare

è il mio solo desiderîo.
Può far lei, che, per la pace
dei suoi morti, in odio or mutisi
quest’amor, ch’è la mia face?

 

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