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IX
È troppo poco un secolo. Mill’anni,
due, tremil’anni sono troppo pochi.
Voglio viver di piú. Voglio in eterno
far la memoria mia famosa e sacra.
Tardi nepoti dei nepoti miei,
io per voi scrivo, e mi rivolgo a voi.
(Tanto, i presenti badano a tutt’altro,
gente seria, sennata e positiva,
e non sanno che farsene di versi.)
Quegli autori, che scrissero al tempo
dei nei di seta nera e de le bianche
parrucche dal codino saltellante
dietro la nuca, si finsero mai
per avventura posteri conciati
sí come noi? Chi sa! Posteri, certo,
che al difetto d’un candido codino,
con una coda d’asino o di un lupo
furbescamente ascosa entro i calzoni
han supperito, eh via! già ne hanno avuto
ma lo sa Iddio (per modo avverbïale),
tardi nepoti dei nepoti miei,
che sorte mai di coda avrete voi!
Comunque sia, vi prendo con le buone;
e chiudo gli occhi e sogno l’avvenire:
Che posteri per bene! Da per tutto,
ovunque l’occhio volgo, è il libro mio;
in ogni scuola, in ogni biblioteca,
ed in ogni domestico scaffale,
ne le vetrine dei libraj, tra i novi
volumetti dei miei bravi nepoti,
proprio ovunque, perfin nei salumaj.
Su le nuove facciate dei palagi;
giú giú da le grondaje al marciapiedi,
son trascritti i miei versi; e su ogni porta
Mercurio novo, ride ai rispettosi
nepoti la mia imagine adorata.
Abolite le carte da parato,
le pareti domestiche son tante
dei miei volumi squadernate pagine.
Ogni onesto mortale sa a memoria
questo o quel canto, a seconda dei gusti,
e se lo rode seco pienamente.
Per le vie, per le piazze, in su la sera,
odo come un susurro d’alveare,
un basso salmeggiar d’anime buone:
Sono i posteri miei, con sotto il braccio
il mio libro immortal, che, serî, vanno
per la città in riposo recitando,
a un bel chiaro di luna, i versi miei.
Ma ahimé, s’annebbia il sogno! Che è accaduto?
Mi scampi il cielo! È il finimondo! il fini...
Or che ci penso! e come farò io
quando il sol sarà spento e l’altre stelle,
e non avrò piú posteri né fama?
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