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Mal Giocondo - 1889

 

Triste

 

 

VIII
 
Sono a la mia finestra, al quinto piano
e guardo giú per via: - C’è molto fango
oggi non scenderò. - Nubi vaganti,
nubi ideal d’ogni ideale vano,
nubi amor dei poeti e degli amanti,
egli è dunque cosí che va a finire
l’alta idealità che vi sublima?
Ahimè tutto quel fango, altere nubi,
(colla che i piedi attacca dei mortali
a questa enorme trottola sciocchissima
per gli spazî lanciata a raggirarsi
in eterno) da voi, da voi diviene.
Oggi non scenderò: Socchiudo gli occhi,
e mi pare d’assistere da l’alto
ad un sedizïoso di formiche
commovimento. Oh via! formiche... È troppo:
Chi mi dice che giú, tra tanta gente
non possa a un tratto capitare un qualche
grand’uomo? È ben probabile: in Italia,
al di d’oggi i grand’uomini si contano
a centinaja di migliaja, e ovunque
se ne incontrano, e sempre. Quando meno
te l’aspetti, t’imbatti, a mo’ d’esempio,
in un che a prima vista un onest’uomo
diresti - e bene - trema - egli è quel tale
poeta. o mettiamo, quel pittore,
quello scultor di cui parlò pur jeri
tutto il mondo - e l’han fatto senatore.
Ma un cane oggi non v’è che lo rammenti.
- Buona gente, fermatevi un istante
sotto la mia finestra, e udite, udite:
Ho perduto tra voi, come si perde
una berretta o una parrucca, il mio
cervello e de la vita il vero scopo.
Ora, a voi: Getto quanto mi rimane
in sen d’affetti: amore, odî, speranze,
desiderî, virtù, vizî, ogni cosa,
e il vile ossequio che prestai per tanto
tempo a le vostre leggi! A voi: Dal viso
la maschera, or compunta or giovïale,
mi strappo - e ve l’avvento: La portai
già troppo; e sol con essa vi baciai...
Raccattatela or voi - vi farà ancora
un benevolo ed ultimo sorriso,
e vi dirà: «Buon dí, cari fratelli;
Dio vi conservi lungamente sani»
Tutto, tutto vi getto, onesta gente;
ma i miei pensieri no - sarebber pioggia
di ciottoli roventi su di voi.
Fango e menzogna costà giú s’impasta,
e novi figli crescono a la patria.
Io sto, qui, in alto. - O centenarî corvi,
che raccogliete il vol su i campanili
de le romane chiese, e accoccolati
su le croci di ferro o su le teste
de le marmoree sante, ruminate
di tanti anni gli eventi e i fasti novi
di questa eterna Roma; a voi do in pasto,
neri corvi, il cuor mio. Sú, sú, volate,
e gracchiate, e gracchiate a piena gola,
da un capo a l’altro la città correndo,
ciò che del mondo e ciò che de la vita
 
un illuso pensò. - Chiudo le imposte.

 

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