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Mal Giocondo - 1889

 

Triste

 

 

VII
 
Fuori: - Un fanale, e nel cristallo opaco
l’insegna «Vini scelti» in cifre rosse;
due scalini d’invito, e l’uscio a vetri.
Dentro: (Aguzza lo sguardo), tra una nube
soffocante di fumo, un tanfo acuto
di vino inacidito tra la muffa
di vecchie botti, e un sordo acciottolio
di stoviglie rimosse, e un odor caldo
di cucina, e un sommesso borbottare
di voci rauche e fesse. A manca, entrando,
un tavolo da giuoco ricoperto
da un panno verde vecchio e sfrittellato.
Curvi, quasi volessero l’un l’altro
rubarsi il fiato, con mano tremante
due vecchi calvi giuocano a le carte,
tra i grugniti or di rabbia or di consenso
d’un accolta d’intenti spettatori
stretti a le loro spalle. Ubbrïacati
non dal vino bevuto, ma dal lezzo
nauseante dei fiati e da le pipe
intartarite dei vicini, i due
vecchi accaniti giuocano, e non fiatano.
Pende dal tetto basso e tra la densa
nube la sua giallezza aduggia un lume
- Un quintino del bianco di Velletri!
urla un siciliano. Oh mio buon vino,
de le verdi d’aranci Madonie,
il tuo foco non han questi vinelli
di Toscana e di Roma, e tu la forza
degli isolani e l’anima tu sei.
I socî buona gente veneziana,
ridono de l’apostrofe, e pensando
a le bianche colombe di S. Marco
gustan l’acquetta e se ne tengon paghi.
Ma il siciliano, un giovine toroso,
a cui de l’Urbe le mollezze e i vizî
han guastato lo stomaco e corroso
le vigorose fibre, scompigliando
con le dita convulse i neri, incolti
capelli, scaccia un ricordo soave
de la patria lontana, che - oh potenza
del vino inesplicabile! - lo stringe
quasi quasi a le lagrime. - Tòh! piange
il bestione! - nota in uno scroscio
di secche risa un venezian rompendo.
- Piango? sí, piango! poveretto... io dico
che il pensare a la patria è... come dire?
come il veder tagliare le cipolle:
non si piange, ma lacrimano gli occhi...
La mamma mia mi disse: a la taverna
i majali ci vanno!... - or ella è morta,
povera mamma! sangue di... lo porti
o non lo porti, orso che sei, quel vino?.
E Costantino dal teston velloso,
dal le movenze in ver d’orsaccio stracco,
porta il quintino, e nel risetto arguto
che gli allunga le labbra, si palesa
l’anima d’un filosofo incosciente.
O Costantin da i miti occhi di capro,
da le orecchie di bestia mansueta,
dimmi tu come, tra i vapor del vino,
di morale discutono, e di quanti
nobili affetti ha l’uomo gli avventori
de la taverna tua; dimmi tu come
codesti ubriaconi gentiluomini
intendono rifar la terza Roma.

 

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