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V
Era la notte, e su dal Celio ponte,
te, padre Tebro, io rimirava. Il vento
strani fantasmi mi rompea su ‘l fronte,
i quali, un dietro l’altro, al vïolento
urto ne l’acque tue cadean fangose,
mettendo un riso, che parea lamento.
Eran l’anime forse virtuose
de i nepoti di Remo fluttuanti
su la notturna pace de le cose?
Sotto la bianca Luna gorgoglianti
storcean l’acqua con rabbia, serpeggiando,
l’ombra del Celio ponte irto di santi;
e pareva tra loro, ringorgando,
pensier cupi rodessero, che poi,
piú giú, i gorghi ingojavano mugghiando.
- O vecchio padre, brontoli? e che vuoi?
ti stracca forse questo eterno andare,
o de la terza Roma ora ti annoj?
Mentre alcun non sta il ponte a traversare,
il duol ch’ ogni dí piú t’ingialla il viso,
non me ‘l potresti, o padre, confidare? -
Dissi, e l’acque si fransero in un riso,
fremendo in torno ai solidi piloni
cosí, ch’io mi sentii quasi deriso.
Ma vaghi tosto si levaron suoni
da i gorghi, e in breve furono parole:
(Parla di notte il Tevere ai beoni,
ai poeti ed ai miseri, cui suole
umido offrir nel suo fondo ricetto.
Pajono i gorghi tante aperte gole.)
- Vieni a me, figliuol mio, se hai tanto affetto
di conoscere il mal, che in male pene
e in un menar di smanie sú pe ‘l letto
irrequïetamente ognor mi tiene.
Vieni a me per maggior precauzione,
ché alzar troppo la voce non conviene:
Tu guarda a manca, e mi darai ragione:
La tozza mole d’Adrïan mutato
hanno in caserma, e prima anche in prigione...
L’Imperatore in essa addormentato
ninnai gran tempo; ora mi fan paura
l’Angel di bronzo e il vigile soldato.
Stretto, o figlio, per mia disavventura
tra cittadine sponde io so la storia,
e assai m’è grave l’ombra de le mura...
Me ‘n vo dimesso e senza vanagloria,
ma per Giove! a quei seri bertuccioni
del Parlamento, pieni de la gloria
degli avi, a tutti i retori poltroni
io vorrei dir che... zitto! odo rumore...
Che buffoni, o figliuolo, che buffoni!
L’Italia han fatto e scudo de l’amore
di patria affagottato e tolto in braccio
si fan dei sassi del popol censore...
Son vecchio, or mai, m’annojo, e però taccio.
Solo mi piace rider de l’umana
sciocchezza, sotto i ponti, come faccio.
Mi duol che Roma non sia piú pagana,
però che fra codesta genterella
ogni dí piú diveniente nana,
alcun non v’è che in una manatella
di buoni versi sappia ora cantarmi.
Romana poesia come eri bella,
e come lieto io mormorava i carmi
che in lode mia scioglievano preclari
i poeti di Roma, ad onorarmi!
A me i poeti furon sempre cari,
massime quelli che han di me cantato,
innocui fanciulloni visionarî.
Ma il conte Gnoli ahi quanto m’ha seccato,
e le scimmie, le scimmie, ohimè, d’Orazio!
Figliuolo mio, nessun l’ha bastonato?
Tu vieni a me, che è meglio. Ho fatto strazio
de la mia voce: Or salta, e fatti cuore:
le belle cose io ti dirò del Lazio,
menandoti su l’onde con onore,
gonfio di gloria, come tra accorrente
turba per la via Sacra un vincitore. –
Cosí da i gorghi a me sommessamente
il padre Tebro favellò. Mi duole,
non abbia, ad altre idee volta la mente,
tenuto dietro a l’ultime parole.
Pensavo, a quanti ancor per avventura
sarebber, sopra i ponti e sotto il sole,
passati, in fin che Roma al tempo dura.
Gl’imaginavo (strana visïone!)
e a guardar mi spingevo con paura;
ma quella folla senza interruzione
cresceva sempre contra me venendo,
e angoscia era d’enorme oppressïone!
Era una folla varia, che tenendo
mille diversi modi, il ponte stretto
a valicare mi venia stringendo,
e le vie, con tenace odio e dispetto,
le piazze, la città tutta, irrompente,
senza mai posa: In vano opporre il petto:
tra quella turba immensa, ebra, furente,
anche tu mi spingevi, o donna mia,
dicendomi tra i baci, süadente:
- Ad altri il posto! amor vàttene via.
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