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XII
Quale di rose pioggia purissima
da i cieli accesi piovve l’aurora
su Roma grave, da un gran silenzio
tenuta ancora,
il dí che, dietro l’ombra fuggevole
rapito io folle d’un sogno vano,
t’abbandonai senza una lacrima,
o amor lontano.
Del bel Tritone fuor da la buccina
sentii, correndo la piazza ratto,
al cuor l’arguto zampillo gelido
piombarmi a un tratto.
Inebrïate del lume roseo
le vaghe rondini garriano intorno,
e le campane lontan squillavano,
nunzie del giorno.
Quale di rose pioggia purissima!
Da lungi i vetri de le dormenti
case romane mi salutavano,
razzando ardenti.
Su le memorie care, su i fervidi
amor miei vani, su ‘l van desio
cadeva in Roma di rose pallide
il nembo pio.
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