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XI
O superbi dei
pubblici giardini
schierati alberi lungo i bei vïali,
quasi a scortar gli sciocchi cittadini
e le piú sciocche vanità mortali;
quanta pietà, superbi alberi, sento
ora che foschi chiaman gli autunnali
mesi le piogge a flagellarvi e il vento,
di voi, dannati da contraria sorte
a far da malinconico ornamento.
Co ‘l pomeriggio le sue ferree porte
apre il giardino, e la comedia vana,
sotto le vostre nude rame torte,
d’una folla, che a voi par certo nana,
torna a svolgersi, piena di languore
e di menzogne - umana, umana, umana!
Là giú, di tra le nuvole, il rossore
cupo del vespro tinge di sanguigno
le cupole lontane e i tetti: Muore
cosí, senza il sorriso d’un benigno
raggio di sole, un altro giorno ancora.
Io guardo voi, grandi alberi, e un maligno
e tristo accenno parmi a ora a ora
mi facciano per l’aria i vostri rami
torcendosi, e il mio viso si scolora:
Parmi che ognun di voi freddo mi chiami
con la notte a finir, che fosca incombe,
a un tronco appeso: «Or su, folle, che brami?
Pace hanno i morti giú, ne le lor tombe!»
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