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Mal Giocondo - 1889

 

Romanzi

 

 

IX  - Cavalleresca

O messer Lodovico, in su ‘l cimiero
d’Orlando, una cornacchia si posò:
«Sii tu la spada, io sarò il tuo pensiero»
disse, e Orlando Margutte diventò.

Ora, ei lascia che Angelica e Medoro
sfoglino in pace il fiore de l’età;
e senza freno in tanto, Brigliadoro
springando via per selve orride va.

Va senza freno, e quanti su la groppa
audaci cavalier tentan saltar,
egli atterra, indomabile, e galoppa
né sa dove l’adduca il folle andar.

Ma su l’irta criniera io me gli avvento:
le braccia al collo, e stretto ai fianchi il piè,
lo domo, e volo come in preda al vento,
ogni cura oblïando e il mondo e me.

*
De l’alte querce il bosco secolare
ha lungo e grande fremito d’orror,
e le Ninfe che in quelle aman sognare
de la mia corsa destansi al romor.

Basta un acuto sibilo di freccia
a rompere il lor sonno vegetal:
Svegliate, esse, stracciando la corteccia
tendon da i tronchi il bel capo ninfal.

Or mille voci chiamanmi frementi,
tra spasimi di fiera voluttà:
“Vieni!... mi bacia!... toglimi!... rattienti!...
son tua!... ti voglio!... t’amo!... ardo!... ristà!”

Ha un’anima ogni foglia ed ha una voce,
e fiamma è l’aria, che in contro mi vien...
Ahi, de la febre che il mio sangue coce
brucia la selva, e in sé chiuso mi tien.

Via, Brigliadoro, e contro tutti in guerra;
tutto calpesta, e avanti sempre piú!
Ebro di lotta, ogni ostacolo atterra,
la pace un sogno ne l’ignavia fu.

A quest’aura fischiante tra gli orecchi,
da l’impeto commossa, al tuo fuggir,
lasciam le vecchie cure e i sogni e i vecchi
affetti, e andiamo in contro a l’avvenir.

*
O paese dei sogni, ove non suona,
di mie catene il lugubre stridor,
a te, lontano, io volo, a te mi sprona
necessità d’oblio, sete d’amor.

Che van tu sia, lo so; ti cerco in vano;
so che già mai non giungerò il mio fin,
ma in questo mio fuggir sdegnoso e strano
sprezzo la vita, irrisa dal destin.

Via dunque, avanti, ove il sentier ne mena,
fino al punto, che dato è a noi toccar:
anch’io vorrei veder quella Sirena,
che co’l suo dolce canto accheta il mar...

*
Alcina, fata crudele e diversa,
da lungi non sorridermi cosí:
La turba rea, che il passo tien, dispersa
non ho per anco, e pugno notte e dí.

Una vecchia maledica e rissosa
schizzando fiele aizza contro me
l’iniqua turba, e senza tregua e posa
la meta mi contende: o Alcina, te.

Vengan, ch’è tempo, come un dí a Ruggero,
le miti ancelle, e porganmi la man,
le ancelle tue di pace, e con l’altero
gesto, dòmin lo stuolo aspro e villan.

*
O vaga Alcina, al fin tra le tue braccia,
se non è sogno, stretto anch’io mi sto:
Fa che una notte sola io teco giaccia,
e lieto e pago i giorni chiuderò.

Perché sí bella e pur sí trista sei,
dimmi, dolce amor mio, dimmi perché...
Prendi tutto il vigor degli anni miei,
ond’io, felice, mi distrugga in te.

Vecchia sei tu, ma celami la vera
essenza tua con vista giovanil,
come la vecchia Terra a primavera
le rughe cela coi fiori d’april.

Quando una notte avrò di te goduto,
uno sterpo fammi, e non trarmi mai piú.
Io ti dirò, co ’l mio miglior saluto:
«Come sei brutta, o bella Alcina, tu...»

 

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