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VII
Co ‘l primo
raggio del mattin d’aprile
ne la mia stanza irruppe Primavera,
dea giovinetta, e a piene man profuse
dal pieno grembo
rose d’ogni color, su ‘l letto mio,
rose dischiuse al bacio de l’aurora,
rose stillanti ancor notturna brina,
rose su rose.
Sogno d’amor tra le sue dolci spire
me rattenea, di quell’arrivo ignaro;
ma ciò vedendo Primavera, i labri
schiusi a un sorriso,
con un gambo di fior la fronte lieta
e il collo diéssi a vellicarmi, lieve:
allor balzai dallo stupor compreso
del sogno ancora.
Rise ella forte un riso schietto al goffo
destarsi d’un mortale. Inebrïato
de le innumeri rose su ‘l mio letto,
io travedea.
Ma tra le belle man lattee la testa
con dolce atto mi prese, e su me china
la bocca mi baciò d’un fresco bacio
dicendo: Sorgi!
E quindi uscí. La vidi in una gloria
di luce errar pe i piani, e novo vidi
miracolo gentile: sotto i fini
suoi piè la terra
rifiorir di color vivi, diversi,
e l’aura al suo respir puro allargarsi,
e gir mill’api intorno a lei succhiando
i fior novelli.
Poi da lungi ver me si volse ancora:
Chiara nel ciel vibrò (tacquer gli uccelli)
sua voce e disse: «Cantami la sacra
pasqua di Gea».
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