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VI
Un canto a
l’Armonia;
e nasca l’imagin da ‘l suono,
sí come da le spume
del mare, tra ninfe e tritoni,
Venere nacque, e lieta
la drèpana rise marina.
Onda piú tersa e pura
sei tu veramente, Armonia:
In te sovrano il cigno
bianchissimo incede sognando,
in te le mie ferite
io lavo, oblïando, e risano.
A salutar lavacro
le vergini figlie del Sogno
vengono a te (gittando,
del vivo candore gelosi,
a l’aura molle i veli)
e in te, senza un brivido, nude
si tuffano e sorridono.
O come, fresca onda, di dolce
abbracciamento cingi
le figlie del Sogno leggiadre!
Da ‘l cielo un verde lume
su loro riversa la Luna.
Fremon le vive spume
nel cavo del seno, ove l’una
grazia e l’altra ricolme
si partono, e pajono insieme
due ritondette pome
o due melograni ancor chiusi.
Vengon a te le figlie
del Sogno, e per quanti d’oblio
in te assetati sono
mortali, o sacra onda benigna,
hanno esse un bacio un riso
un atto d’amor che consola.
Ne la tempesta fiera
de i foschi pensieri, di un nero
odio ne l’ozio nati
di questa, che inutile fugge,
vana vita mortale,
nel petto ruggenti malsano;
la tua voce, Armonia,
di teneri suoni vibrante,
serenatrice viene,
sí come uno stormo di bianche
colombe un picciol ramo
in bocca recanti d’ulivo.
Mi fingo allor, lontana,
in grembo a la notte celata,
una vergine ignota,
che bianche colombe m’invia;
ma deluso già troppo
non credo a le nunzie d’amore.
Su l’angoscioso petto
su gli òmeri esse e su ‘l capo
si posano, scuotendo
malferme con strepito l’ale:
«Oh chiudete piú spesso
i tondi e neri occhi, o innocenti
colombe, e de le penne
su ‘l volto che brucia, la dolce
soavità, qual mite.
materna carezza, provate.
Non per amor ben vedo
la vergine ignota v’invia.»
Maliarda ella, toccando
le corde d’arcano strumento,
ne la notte, a un castello
attira d’inganni i mortali,
e, liberale, a tutti
ivi offre un veleno, che ambrosia
divina pare. E lei
che mille diversi racchiude
desiderî e speranze
e sogni, come astri, fulgenti;
lei che mille sprigiona
per l’aura che brucia, commossa,
de la sua febre istessa
fantasime vive di luce;
lei indarno, indarno invoco:
l’immite, l’immite non viene.
Sto con ardenti labbra
un morso agognanti, protese,
avidamente o un bacio
o un alito fresco, che il foco
ond’ardo, muto, dentro,
lenisca; ma indarno invocata,
indarno ahimè bramata,
l’immite, l’immite non viene.
Oh verso qual mai lido,
o fievoli suoni languenti,
quasi parole vane
su candida neve segnate,
lungi or con voi la vaga
mia anima naviga incerta?
Innanzi, innanzi! il mare
di palpiti lucido trèmola,
l’agile nave fende
il cerulo piano de l’acque...
Innanzi, innanzi! oh questo
non è l’arcipelago stretto
quasi corona in torno
la greca Penisola madre?
e questi suoni adunque,
te, Grecia sospirano antica,
forte, dal vario suolo
la varia potenza nei canti
dei rapsodi spirante
già sotto l’eterno cilestre
del ciel d’Omero? Salve,
o Lesbo, dolce isola, salve!
Non trema de l’ardente
di Saffo fatal passïone
qui l’onda consapevole?
i lieti convivi gli amori
del mitilèneo Alceo,
poeta e guerriero, non dice?
Or sú, vergini achee:
con sette dolcissime corde
d’una vaga partenia
al canto la cetra v’invita.
E io vorrei a un sonno
di miti fantasmi affollato
abbandonarmi, a un sonno
che l’ultimo, l’ultimo sia...
o morir lentamente
da un nugol leggiero di foglie
di rose soffocato
intatta stillanti rugiada
e pioventi da l’alto,
dal divo tuo grembo, o Armonia..
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