|
|
V
Il paese che
un dí sognai, del mondo
inesperto e dei mali, su la terra
già lungo tempo lo cercai, fidente
nel vago imaginar che scorta m’era.
Molti paesi visitai deluso,
molti da lungi salutai fuggendo,
e su i lor tetti, declinante il giorno,
con la notte, la pace e il dolce inganno
sempre invocai dei sogni e il calmo oblio.
Ma per incerte vie, tra sassi e spine,
tacito andando nel desio pungente,
quanta parte di me viva lasciai!
Folle, e sperai; folle, ebbi fede. E solo
ai danni miei presiede ora crudele
la coscienza che mai, che mai dal suolo
in cui giaccio, menzogne pïetose,
amor di donna o carità d’amico,
a rïalzarmi non varran - piú mai.
Né a te, paese dei miei sogni novi,
ora piú credo; e tardi, ahimè, compresi
che vano era cercarti sotto il sole.
Se tristi grue pe ‘l ciel fosco passare
vedea mesto, tra gli alberi battuti
da i primi venti d’autunno, in mente
io mi dicea: “Là giú, là giú, lontano,
nel bel paese dei miei sogni andranno,
ove eterna fiorisce primavera”.
E a lui credea n’andassero, portate
dal lungo vento, anche le foglie ai rami
strappate; a lui le nuvole, e le vaghe
da i petti umani illusïon fuggite...
Era follia, follia certo; ma dolce.
Inizio pagina |