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II
Udite. Da le pagine immortali
del divin Ferrarese a raccontare
una diversa favola di strani
versi a voi vengo.
Vi condurrò sotto un velame antico
a intender novo caso e nova pena.
Chi nel giovin ch’io fingo sé vedesse,
mesto acconsenta.
Corse infrequenti vie spronando a sangue
l’animoso destrier fiero annitrente
in fuga impetuosa, erte le orecchie,
le nari ansanti.
Valli dal verno desolate corse
e inculti piani sterminati e soli,
fiumi guadò, valicò monti, ignaro
del suo vïaggio.
Ira di tempo o sorriso d’aprile
già mai no’l vinse o gli allentò la furia:
Sprone d’insani desiderî avanti
sempre lo spinse.
L’inseguiron pe ‘l ciel nuvole fosche,
quasi a gittar su lui funereo manto;
e a lui sempre atterrita eco rispose,
nunzia di morte.
Raccolse al suo passar grida e sospiri
di genti grame, e mestizie profonde
di offesi campi da i venti autunnali
al verde infesti.
E gonfio il petto d’angosciose pene
senza mai posa andò, come rapito
dietro un fantasma innanzi a lui fuggente,
lusingatore.
Andò fin che a la furia il generoso
animale non giacque: allor fermossi,
compreso ancor da l’impeto e stupito
di quel suo stare.
E in torno si guardò: per ogni lato
una gran selva di misteri intensa
eragli sopra, e contendeagli il passo
silenzïosa.
Raggio di sol non penetrò già mai
l’immenso intrico di quei rami torti;
non mai furore di rapaci venti
spogliò quel verde;
ma d’ogni parte il guardo ansio escludendo,
senza limiti stava, in contro al cielo.
In lei l’in van per tanta via seguito
fantasma vano
era disparso. Il giovine ostinato
non disperò, non imprecò la sorte:
Dal rovesciato arcion tolta una scure,
mosse a la selva.
Ma al primo colpo su una quercia antica
udí levarsi in grembo al verde orrore
un clamor sordo d’indistinte voci
misteriose.
Ristette impaurito, ogni vitale
forza acuïta ne l’orecchio teso:
Vasto silenzio ovunque. Era un inganno
dei sensi, certo.
E diéssi a l’opra immane. Un dopo l’altro
vigorosi scendean su tronchi pregni
di selvatica vita i colpi, come
su membra umane.
Quando al fin tra stillanti offesi rami
s’aprí capace a pena un primo varco
e in esso si cacciò, subitamente
al guardo un novo
inatteso spettacolo s’offerse:
tra le innumeri foglie erongli in torno
volti di leggiadrissime fanciulle
supplici in vista:
Da gli occhi loro immobili partia
un guardo intenso a lui chiedente pace
con promessa d’amor non mai provato
d’alcun mortale.
Eron le loro labbra piccoline
di süadevol sorriso atteggiate;
pace chiedean le labbra, e pur: ne bacia,
dicean, ma lieve.
A tale incanto il giovine perplesso,
senza respiro e tutto intento stava:
Parlar volea ma gliel vietava un nodo
stretto a la gola.
Se non che tosto, come sogno lieve
che a poco a poco si sciolga da i sensi,
stupor mesto lasciando; ecco vanire
le imagin belle.
Volle egli allor lanciarsi contro, preso
d’acre desio, ma si trovò captivo
de la gran selva, per non sospettata
virtù d’incanto.
Rapito in quella visïon fatale
scender non vide a lui silenziosi,
quasi furtive braccia, de la selva
magica i rami;
verdi non vide serpentelli arguti
da viluppi disciorsi, ed a le gambe
al collo al seno ai polsi attorcigliarsi
tenacemente;
mille steli di fior strani non vide
d’ogn’intorno allungarsi insidïosi,
ne sentí de le spine, ond’eron aspri,
l’acuto morso:
tanta fu di quei volti femminili
la traditrice possente malia;
tanto di quegli immobili occhi valse
l’intenso sguardo.
Ora egli sta ne la gran selva chiuso,
de i verdi serpi, de i rami, de i fiori,
de lo stupor; de le spine in potere,
tutto tenuto.
Suoni lontani di danze e di cori,
dolci concenti d’arcani strumenti,
limpidi canti di ninfe gioconde,
ode ne l’ombra.
E, scherno atroce, da presso gli splende
di tra le fronde allargate, sí come
un vivo sole, il fantasma agognato
Splende e l’irride.
Pria ch’egli il giunga, o sfiorir quell’immensa
dee primavera, che avvinto lo tiene,
o lui le carni tra quegli aspri nodi
lasciare a brani.
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