|
|
III
Quando le lungo faticate vene
l’ardore giovenil piú non riscalda,
e come stanco fior, de gli autunnali
rigidi venti a l’urto, in sen la fede
crolla indifesa, e annebbiansi le care
imagini serene e la focosa
audacia balda in reo sopor si scioglie;
tu allor, gigante severo, t’imponi
a le menti impassibile, e vi spiri
un alito mortal, che tutte prostra
le membra, o Dubbio; e ogni conforto langue.
Bianche colombe, di desio nudrite
e di speranze, il petto doloroso
disertano gl’inganni, a uno a uno
con grido strazïevole fuggendo.
E l’anima, che dianzi al volo apria
le vaghe ali vêr l’alto, ora, assalita,
tra le tue strette torcesi e repugna;
ma le sue forze e sé dentro, sí come
novo germoglio pazïente, sotto
dura scorza su ‘l rompere represso,
in lunghissimo spasimo consuma.
Inizio pagina |