|
|
VII
Io ti sento, io ti sento tra queste acute spine,
onde giaccio nel mezzo del cammino
avvinto e strazïato, mentre sanguigno incombe
su la terra d’un secolo il tramonto,
spirar d’anime denso, o de la vita nova
gagliardo vento, su la fronte fosca.
Fremono a l’urto i nervi, sí come tese corde
di cetra antica, ed ansio il petto anela,
però che al guardo assiduo indagator diradi
le stanti nebbie a l’orizzonte oscuro,
e di non mai veduti aspetti lo ricrei,
ben che lontani e da un vel bigio afflitti.
Stupor novo, qual d’epici sogni meravigliosi,
m’invade i sensi, e sol negli occhi ho vita.
Cadranno al poderoso fiato, cadranno, o vento,
del vecchio mondo l’ultime rovine,
e fin le tracce estreme disperderai per sempre,
e ogni vestigio di nostre miserie.
Sento la varia voce che da lungi mi rechi
confusa in te dei tempi che saranno,
e in lei l’anima assorta vive agognando l’opere
venture, e gli ozî del presente occúpa.
Parlanmi lieve in torno (veracemente, io credo)
quei che saran di noi gli eredi un giorno,
e son diffuse idee per l’etere vivente
pria ancor che salde sieno persone.
E da le loro voci, distinguibili a pena,
intendo ben come ogni lotta nostra
ed ogni nostro affanno non sian già stati in vano,
però che il frutto varrà bene il fiore
di nostra età caduto assai miseramente
senza d’april sorriso, o d’aura bacio.
Cosí il dissidio interno nel tempestato petto
si tace e tutto lietamente oblio
in un vasto tranquillo non mai provato sogno
da un fresco lume e limpido sorriso,
qual d’autunnale vespro, allor che, bianca iddia
su le terre e su i mar scende la Pace.
Inizio pagina |